Liberazione in edicol@


Cliccare sull’immagine per vedere il video di Paola Gandolfi, Recherche de ma mere, 2003
Regia di Paola Gandolfi e Francesca Ravello, realizzazione di Elena Chiesa

Il secondo numero di Liberazione in edicol@

Ieri 4 gennaio il primo numero di Liberazione in edicol@ e oggi, 5 gennaio (o meglio ieri sera alle 21), esce il secondo numero che potete leggere, scaricare e stampare QUI (abbiate pazienza ci mette un po’ il pdf ad apparire).
In copertina la vignetta di Mauro Biani e a p. 5 un interessante articolo di Roberto Gramiccia, L’arte malata grave ha bisogno di Liberazione, che vi riporto qui sotto, fra le foto anche quella del poster con una opera di Paola Gandolfi (Machine spider del 2005).
Nell’articolo Gramiccia parla anche della bella mostra fatta per salvare Liberazione, dal titolo maoista Che cento fiori sboccino, il catalogo lo potete sfogliare QUI.  Allora ne parlai anch’io nel mio blog splinder (che ora è posteggiato QUI sulla piattaforma di  iobloggo che con grande ospitalità ha accolto noi transfughi).

La cosa divertente (e perdonatemi la cattiveria di farlo notare), ma ahime anche significativa (e non so se la colpa sia di Gramiccia o dei curatori del sito web),  è che, con un lapsus significativo,  chiama la mostra Che mille fiori sboccino, a riprova che il maggiore difetto (oserei dire l’unico difetto) di Liberazione (insieme però a a quello di sbagliare le citazioni) di questi anni è stata una certa esagerazione: tutto diventava enorme, amplificato, strillato, tutto veniva centuplicato,  insomma quel malcostume di parlare e scrivere per iperboli, perché tutto non è mai abbastanza grande e ogni cosa deve essere sempre a effetto, sempre più grande e terribile di ieri e meno grande e terribile di domani  (del resto va anche detto che Liberazione veniva sorpassata ampiamente alla sua sinistra dove, nel caso, i fiori forse sarebbero diventati milioni).  Il difetto iperbolico però forse è di tutta la stampa a parte rarissime eccezioni.

Roberto Gramiccia parla anche di un’altra interessante mostra Provare e riprovare tenutasi recentemente in occasione dell’VIII Congresso di Rifondazione comunista a Napoli e dove campeggiava il poster con l’opera Machine spider di Paola Gandolfi.
A proposito di Paola Gandolfi ho voluto segnalarvi all’inizio di questo post il suo bellissimo video di animazione, Recherche de ma mere, con le sue opere, regia della stessa Gandolfi e di Francesca Ravello e realizzato da Elena Chiesa, da me già segnalato alla sua uscita nel vecchio blog.
Vi posto l’articolo di Gramiccia segnalando che i link aggiunti all’articolo sono, naturalmente, miei (georgia)

L’arte malata grave ha bisogno di Liberazione

Se Liberazione chiude non cadrà il mondo. Le cose in apparenza continueranno ad essere come sono. Nessuno si strapperà i capelli. E tuttavia, a ben guardare, alcune cose gravi capiteranno. In queste poche righe, che spero non siano di commiato definitivo, vorrei occuparmi, con tutta la consapevolezza e la misura dei nostri limiti, delle conseguenze che la chiusura avrà sulle dinamiche del sistema dell’arte. O meglio dell’informazione sul mondo dell’arte. Di un punto di vista piccolo, cioè, ma “altro” rispetto a quelli convenzionali, che ho cercato di raccontare su questa testata le cose dell’arte nel corso di questi ultimi lunghissimi-brevissimi dodici anni.
Vorrei iniziare a farlo ricordando un episodio che risale all’ottobre dell’anno scorso. In quella occasione, dentro uno spazio storico dell’arte romana, La Nuova Pesa, e con l’appoggio fondamentale di un’intellettuale democratica, come Simona Marchini, fu possibile raccogliere opere di molti artisti di caratura nazionale e internazionale, che accettarono di buon grado di mescolarsi con autori meno noti e meno affermati (in tutto furono più di 120), per scongiurare un pericolo che allora appariva mortale: quello della chiusura di Liberazione. In quella circostanza fu allestita una mostra dal titolo ben augurante, Che mille fiori sboccino [in realtà il titolo era da una citazione di Mao  Che cento fiori sboccino n d. r] la cui alta qualità è ancora documentata da un bel catalogo che in quella occasione andò a ruba. Oltre 120.000 euro furono raccolti nell’asta che ne seguì, e ciò contribuì ad allontanare temporaneamente il pericolo della chiusura.
Racconto questo episodio non per banale vanagloria, visto che contribuii alla sua realizzazione, ma per dimostrare in modo inoppugnabile quanto il mondo dell’arte considerasse e consideri vitale la sopravvivenza di una piccola testata come la nostra. Ma perché Liberazione veniva e viene avvertita come una cosa da difendere con le unghie e coi denti? Perché in generale, per quanto riguarda la cultura – oltre che l’economia, la politica, la società e il mondo del lavoro – Liberazione rappresenta un osservatorio, certamente di parte, ma parimenti indispensabile nella dialettica delle opinioni che fanno di un paese una realtà realmente libera e democratica. Se Liberazione chiuderà definitivamente e se accanto a questo lutto altri, come è certo, se ne aggiungeranno, il nostro paese non sarà più uguale, il mondo dell’informazione non sarà più uguale, la nostra cultura ne risulterà amputata.
C’è inoltre uno specifico che riguarda il mondo dell’arte, perché, mentre per altre discipline – la letteratura, il cinema, lo spettacolo – esiste un’informazione diffusa e relativamente diversificata, permeabile, cioè, ad opinioni di varia natura, segno e peso, per l’informazione sulle arti visive la cosa è completamente diversa. Nel senso che – mi spiace dirlo – essa è in grande parte genuflessa agli interessi di un sistema dell’arte che somiglia sempre di più ad una slot machine taroccata. Una macchina, cioè, piegata sugli interessi di un apparato che vede nel binomio potere-profitto l’unica ragione di sopravvivenza.
Nel corso dei secoli l’arte ha sempre avuto anche un valore commerciale che conviveva, tuttavia, con altri e più fondativi valori: la qualità, l’originalità, la capacità di suscitare emozioni e di resistere al tempo, la profondità, l’aderenza alla realtà o, al contrario, la visionarietà. Insomma una serie infinita di requisiti solo in parte riconducibili alla sfera della ragione, perché all’arte appartiene anche quel quid di indefinibile che rende un’opera un capolavoro senza che sia del tutto e fino in fondo possibile comprenderne le ragioni (pensate al sorriso di Monna Lisa). Ebbene di tutto questo quasi nulla è rimasto. L’arte, cioè, si è trasformata in merce. Una merce il cui unico requisito è il suo valore di scambio. Il valore cioè certificato dai prezzi di aggiudicazione spuntati nelle grandi aste internazionali. Niente di meno. Ma neanche niente di più.
Di questa realtà desolante, che esclude dalle cronache schiere infinite di artisti giovani, vecchi o trapassati solo perché le loro quotazioni e gli interessi che muovono sono irrilevanti, credete che alla stampa borghese interessi qualcosa? Purtroppo no. Non interessa proprio nulla. Un po’ perché le lobbies che governano l’arte contemporanea sono troppo forti e convincenti. E un po’ perché, a forza di sostenere che l’arte che più vale è quella che costa di più, tutti si sono convinti che non esiste nulla oltre il potere dei soldi.
Ecco, Liberazione in tutti questi anni ha sostenuto il contrario. E’ stata una voce fuori dal coro. Per questa ragione tanti artisti l’hanno difesa. E badate, non solo quelli dimenticati dalla stampa ma anche gli altri, quelli più affermati e persino già storicizzati. Perché a un artista, quando è tale, non interessa godere di privilegi. Egli è consapevole del proprio valore. La sua è un’aspirazione grande che non conosce le afflizioni delle piccole gelosie di bottega. Semmai, aspira alla ribalta delle grandi battaglie, come quelle di un tempo fra astrattisti e figurativi. Semmai aspira a sconfiggere il tempo e la morte.
Sono consapevole che la nostra voce è stata piccolissima. Ma, in un silenzio assordante, anche una piccola voce è stata un bene prezioso. Gli artisti grandi e piccoli lo sapevano. Per questo vi si erano affezionati. E’ solo di pochi giorni fa l’ultima dimostrazione di questo affetto: la mostra “Provare e riprovare” che, in occasione dell’VIII Congresso di Rifondazione comunista a Napoli, ha presentato i materiali dell’archivio di questo partito insieme a dodici magnifiche opere di artisti e di artiste di assoluto rilievo e alla performance di un giovane autore venuto dalla Spagna. Non facciamo i nomi di questi generosi perché vogliamo che essi rappresentino, simbolicamente, una parte del mondo dell’arte. Quella parte non codina, tecnocratica, ubbidiente e remissiva al sistema, quella che più ci interessa.
Si tratta di una parte dell’intelligenza viva di questo paese. Ecco, penso che per questi intellettuali la fine di Liberazione, se sarà definitiva, rappresenterà una perdita gravissima. Oltre cinquecento sono state le recensioni e gli scritti che in questi dodici anni hanno raccontato la storia dell’arte del nostro tempo. Non sta certo a me giudicare la qualità di questi pronunciamenti. Quello che rivendico con orgoglio, ringraziando chi mi ha messo in condizione di realizzarli – primi fra tutti Rina Gagliardi e Sandro Curzi – è la sincerità, l’autenticità e la libertà di giudizio che hanno guidato le mie opinioni e le mie scelte. Un punto di vista autenticamente critico, certo non indifferente alle ragioni di classe che lo governano ma anche emancipato da qualsiasi concezione strumentale della cultura e dell’arte. L’arte quando è libera – oggi significa libera dal mercato – è progressiva per definizione. E quindi un’angolazione di classe non confligge con la sua autonomia.
Se Liberazione non risorgerà sarà un po’ più difficile per l’arte sopravvivere. E, guardate, le minacce che incombono su di essa sono già enormi, come abbiamo tante volte tentato di dimostrare. L’arte è malata. Malata gravemente. Solo chi è autenticamente interessato ad un futuro diverso dall’attuale, diverso, migliore e più giusto può difenderla. Non lo diciamo solo noi. Basta leggere un moderato illuminato come Jean Claire per capirlo. La soppressione di ogni voce autenticamente interessata alla sopravvivenza dell’arte avvicina ciò che Hegel aveva preconizzato: la sua morte.
Ma noi inguaribili ottimisti rivoluzionari vogliamo credere che Hegel si sbagliasse. Del resto, non per caso, siamo stati sempre dalla parte di Marx. Per farlo dobbiamo far ri-vivere Liberazione. Diamoci da fare fin da subito.
Roberto Gramiccia
Liberazione, 5 gennaio 2012 (secondo numero di Liberazione in edicol@)

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Una Risposta to “Liberazione in edicol@”

  1. Slot machines for woman Says:

    Liberiamoci anche di Paola Gandolfi

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