Ritorna Francesca Spada

Giovedì 27 gennaio 1994 (pomeriggio)
[...] Non ce la faccio più; e per soprammercato i giornali scoppiano di male-notizie. Ormai la melma tracima dappertutto certificando le nostre malferme coscienze che quasi non esiste spicchio di società civile o politica che si sia salvato da inquinamenti e scellerati patti a delinquere. Sarà dunque la magistratura che scriverà per intero (ammesso che le daranno il tempo e gli strumenti per farlo) la storia della non-storia, che dragherà il fondo del pantano dove si sono accumulati tutti gli escrementi del tempo sequestrato?
(Da Ermanno Rea, Il mistero napoletano, Einaudi 1995, p. 363-364)

Francesca Spada negli anni Cinquanta mentre gioca con il cane nella sua casa di Camaldoli a Napoli

Francesca Spada è uno dei “personaggi” autentici (cioè realmente vissuti) più affascinanti che io abbia trovato in un romanzo. Il romanzo (che è storia vera)  è quello di Ermanno Rea, Mistero Napoletano (Einaudi 1995).
L’amica, e collega dell’Unità, Francesca Spada diventa per Ermanno Rea non solo la bella giornalista, compagna di Enzo Lapiccirella, ma la metafora della città di Napoli “che vedeva spegnersi una dietro l’altra tutte le speranze e le aspettative che un dpoguerra tutto da costruire aveva alimentato“.
Francesca Spada suicidatasi nel 1961 e Renzo Lapiccirella sono due vittime esemplari del moralismo stalinista napoletano, arrogante immobile e impietoso, degli anni Cinquanta e la loro è una storia politica e umana che Ermanno Rea ha voluto raccontare nel suo vecchio libro (che vinse il premio Viareggio) dove era diventata metafora universale. Ma il fantasma di Francesca (il suo personaggio più riuscito e insuperato) non sembra voler ancora abbandonare lo scrittore, che oggi pubblica un altro libro a lei dedicato, La comunista (Giunti), dove Francesca abbandona le sue spoglie di carne ed ossa e diventa fantasma di fantasia.
Un articolo di Angelo Mastrandrea, Ermanno Rea. Francesca mio revenant,  su Alias Domenica, inserto domenicale del Manifesto, 13 maggio 2012 p. 7 potete leggerlo in pdf cliccando qui sotto
francesca spada_0004

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9 Risposte to “Ritorna Francesca Spada”

  1. Silvia Says:

    Buongiorno,
    La contatto tramite commento perché non ho trovato altro modo per farlo.
    Vorrei farle conoscere il servizio Paperblog, http://it.paperblog.com che ha la missione di individuare e valorizzare i migliori blog della rete. I suoi articoli mi sembrano interessanti per i lettori del nostro magazine e mi piacerebbe che entrasse a far parte dei nostri autori.

    Sperando di averla incuriosita, la invito a contattarmi per ulteriori chiarimenti,

    Silvia

    Silvia@paperblog.com
    Responsabile Comunicazione Paperblog Italia
    http://it.paperblog.com

  2. georgiamada Says:

    ciao silvia, conosco il sito paperblog e spesso lo seguo e lo apprezzo, quindi sono veramente lusingata della tua offerta di cui ti ringrazio, ma io sono una libera battitrice e tale voglio restare, per questo raramente collaboro ad altri blog. La rete mi piace proprio come libertà totale, come dono gratuito e senza pubblicità, e per questo non mi lego mai ad altri blog se non nel libero interscambio dei post e delle informazioni.

  3. Edda Melon Says:

    Provo a scriverlo qui !
    Ho pubblicato un articolo lungo su Francesca Spada in “Leggendaria”, settembre 2013
    Posso anche inviare il pdf se interessa. cordiali saluti

  4. georgiamada Says:

    Certo che mi interessa, mi piacerebbe molto leggere il tuo articolo su leggendaria, se hai un link al pdf mettilo qui, o se preferisci copia incolla il testo nei commento, poi io, se lo permetti, metto il link, o copio incollo, in home.
    Per chi non conoscesse Leggendaria può leggere L’indice dell’ultimo numero QUI
    L’articolo di edda melon, Francesca Spada: Le vite delle altre, si trova nel n. 101 QUI il sommario

  5. Edda Melon Says:

    LE VITE DELLE ALTRE
    Francesca Spada
    L’anno scorso, nel lungo racconto La comunista, Ermanno Rea ha riportato in scena
    Francesca Spada, già protagonista, nel lontano 1995, della sua non-fiction Mistero napoletano. E
    così in chi, come me, aveva cominciato a conoscere la figura di Francesca attraverso quel libro, e
    che sinora ne coltivava con discrezione la memoria, nasce ora il desiderio di confrontarla con una
    cerchia più vasta di lettrici e studiose. Fino adesso, meno donne che uomini (per quanto eccellenti)
    hanno avuto l’occasione di recuperare la storia di questa intellettuale scomoda, giornalista nella
    redazione napoletana del ”L’Unità” negli anni ’50, appassionatamente comunista ma tenuta ai
    margini dagli apparati di partito. Meno donne che uomini, forse, costituivano anche la cerchia dei
    compagni e dei colleghi, come era naturale che fosse all’epoca in cui erano poche le donne nei posti
    di lavoro e di produzione culturale.
    Sullo sfondo di Mistero napoletano stava il caos cupo della Napoli del dopoguerra, quel
    “silenzio della ragione” che Anna Maria Ortese, tornata a Napoli nel ’53 per svolgere un’inchiesta
    giornalistica sugli scrittori, aveva percepito e delineato in modo straziante in un capitolo di Il mare
    non bagna Napoli. Si conoscevano bene, Francesca e Anna Maria. Nella sua biografia di Ortese,
    Luca Clerici le associa come due “irregolari” che tentavano la stessa rischiosissima scommessa,
    farsi strada nel giornalismo. Ed è sempre Clerici a riportare le parole pronunciate da Ortese in
    un’intervista a Ranieri Polese (“Leggere”, 83, 1996): «Francesca era una ragazza importante, una
    persona di grande carattere». In una pagina del suo diario Francesca scrive, il 3 maggio del ’60 (ed è
    l’ultima delle pagine che Rea ha potuto consultare): «Ricordo Anna Maria Ortese, con quel suo fare
    ispirato e trasognato, dirmi tanti anni fa (forse il 1948): vuoi fare la giornalista? e la farai, vedrai…
    tutto si aggiusta».
    È possibile partire proprio da Il mare non bagna Napoli per ripensare il clima di quegli anni,
    quella pietrificazione della speranza che spingeva molti a partire verso il nord, compresa Ortese,
    compreso lo stesso Rea che nel ’57 si trasferirà in Germania abbandonando il giornalismo per la
    fotografia. Ma nel famoso capitolo su Il silenzio della ragione, che costò all’autrice rimproveri e
    rancori, Francesca non è nominata tra i numerosi intellettuali, scrittori, giornalisti e militanti che
    Ortese incontra per il suo reportage. È ritratto invece, con pochi tocchi efficaci, il marito di lei,
    Renzo Lapiccirella, «uno dei più puri marxisti di Napoli», all’uscita da “L’Unità” in Angiporto
    Galleria, galassia delle redazioni dei maggiori giornali.
    Ma si può partire anche dal film, molto più tardo, di Mario Martone, Morte di un
    matematico napoletano (1992), che verte sull’ultima settimana di Renato Caccioppoli, il nipote di
    Bakunin, matematico geniale e comunista eretico, il cui suicidio, nel maggio del ’59, fece profonda
    impressione. Anche qui, Francesca non appare, nonostante il forte legame di amicizia e di
    complicità tra lei e Renato, fondato tra l’altro sulla comune passione per la musica. Caccioppoli
    muore a 55 anni. Due anni dopo Francesca, 45 anni, si toglierà la vita nella sua casa dei Camaldoli,
    sulle alture di Napoli. Sarà una coincidenza, ma il film di Martone, che precede di poco l’impresa di
    Rea, sembra aver avuto la funzione di sollevare quel velo di riservatezza messo intorno a tragedie
    che, sintomo di un malessere collettivo, restavano innanzitutto personali.
    Fatto sta che Rea, dopo aver appena pubblicato il suo primo romanzo inchiesta, L’ultima
    lezione, sulla misteriosa sparizione dell’economista Federico Caffè, riprende un antico progetto,
    accantonato “per sopravvenuto panico”. Torna a Napoli dopo 35 anni e ci resta tre mesi,
    dall’ottobre del ‘93 al gennaio del ’94, con l’intenzione di capire e documentare gli ultimi anni di
    Francesca, gli ultimi mesi, gli ultimi giorni. Di scoprire la verità insomma, facendo parlare i
    testimoni, gli amici e colleghi che, a differenza di lui, erano lì, e che – non tutti – ci sono ancora. Il
    libro che ne risulta – e che ha come sottotitolo Vita e passione di una comunista negli anni della
    guerra fredda – ha la forma di un diario, dove al presente dell’inchiesta si intrecciano i ricordi
    personali del passato condiviso, notizie frammentarie sulla vita di Francesca in un passato ancora
    più lontano, e pagine del suo diario che la figlia ha affidato allo scrittore. In realtà la soluzione
    dell’enigma si profila fin da subito come un miraggio. Ma Ermanno Rea centra comunque un
    obiettivo, quello di tracciare, sulla base del proprio ricordo e delle altrui testimonianze, un ritratto
    preciso e commovente dell’amica scomparsa con, in secondo piano, il gruppo degli intellettuali
    militanti, controllati dai burocrati di partito, e sullo sfondo la città che, derubata del mare e del suo
    porto mercantile svenduto alla flotta Nato, fungeva da “grande sentinella dell’Occidente sull’intero
    Mediterraneo”.
    Francesca Spada arriva a Napoli nel maggio del 1945. Ha quasi trent’anni, è nata nel 1916 a
    Tripoli dove il padre è sparito in missione. Dopo il ’20 ha vissuto a lungo a Napoli, poi a Roma, a
    Milano, a La Spezia. Ha due lauree (e tra i maestri anche Piero Martinetti), una formazione
    musicale e un diploma in pianoforte: lo zio, Alessandro Longo, è compositore e insegnante al
    Conservatorio, la cugina Miriam diventerà una concertista celebre, il cugino Achille compositore e
    critico musicale. È già stata sposata e poi, da una successiva unione, ha avuto due figli che non ha
    potuto riconoscere (a causa del vecchio diritto di famiglia, modificato solo nel ‘75) e che le sono
    stati sottratti dal compagno anche per via delle sue scelte ideologiche. Sono già degli adolescenti
    quando otterrà di poterli ospitare durante l’estate nella nuova famiglia che intanto si sarà creata con
    Renzo e con i loro due bambini, un maschio e una femmina. Non è una vita esemplare, agli occhi
    del partito. Alla diffidenza verso il compagno Lapiccirella, che non rinuncia alla propria autonomia
    intellettuale, si aggiunge nei confronti di Francesca una misoginia strisciante, quella che Rea
    denuncia come «l’ossessione maschilista del comunismo napoletano».
    Tenuta ai margini come un’intrusa, a Francesca sarà concesso, riconoscendo il suo impegno
    tenace, di svolgere attività politica in sezione e di collaborare agli organi di stampa (“La Voce del
    Mezzogiorno”, “L’Unità”, “Nuovo Corriere”, “Noi Donne”), ma non di venire assunta in pianta
    stabile. Al quotidiano le viene affidata dapprima la cronaca musicale, cioè il resoconto degli eventi
    e dei concerti, e solo dopo anni ottiene quel che le sta veramente a cuore, la cronaca giudiziaria. Nel
    suo diario scrive, nel settembre del ’53: «L’altro ieri è apparsa la mia firma in prima pagina su
    ”L’Unità”, ed è stato il coronamento di anni di aspirazioni. Dal primo settembre lavoro nella
    cronaca nera e questo è stato il primo riconoscimento ufficiale». Già si era scelta, per scrivere, quel
    cognome affilato che non è il suo ma per molti versi la rappresenta, sostituendolo a quello di
    famiglia, Nobili. In una conversazione dell’estate ’54, che Rea riporta tra virgolette attingendo ai
    propri ricordi, Francesca spiega così la sua passione: «La critica musicale è il luogo-simbolo della
    mia emarginazione dalla vita del giornale e, più in generale, dalla vita del partito. È stata il mio
    ghetto. Perché intendo occuparmene sempre meno? È semplice. Perché amo la cronaca nera. La
    cronaca è tutto. Mi fa toccare ogni giorno con mano il bene e il male del mondo. La cronaca è un
    sito dell’anima, l’officina dove intelligenza e sensibilità rielaborano la vita e la restituiscono sotto
    forma di racconto».
    Si conferma così quella vocazione di Francesca per la scrittura di cui Rea aveva testimoniato
    addirittura nella prima pagina del libro, con un’espressione a dire il vero un po’ antiquata, magari
    (involontariamente?) ironica: «Il suo punto debole era, per così dire, il Parnaso. Scriveva romanzi e
    poesie» (una poesia, Ballata della ferrovia sotterranea, fu pubblicata nel ’47 in “SUD”, la fervida
    rivista di Pasquale Prunas). Oltre, naturalmente, agli articoli giornalistici, e ai diari, che secondo
    Rea hanno un valore anche storico oltre che intimo. A più riprese parlò, nel corso degli anni, del
    romanzo che stava scrivendo: «Ci siete dentro tutti, ma proprio tutti: […] Non voglio dire che siete
    esattamente voi: vi spezzetto e vi ricompongo dopo aver mescolato i frammenti. Frantumo anche
    me stessa… almeno così credo». Il romanzo non fu pubblicato e forse neppure concluso. Nel
    catalogo delle biblioteche qualcosa di scritto però si trova, sotto il nome di Francesca Spada: 4
    canzoncine per bimbi: per voci e pianoforte, musicate dal cugino Achille Longo. Un contributo
    tenerissimo, legato all’attività di Francesca nel “Comitato per la salvezza dei bambini di Napoli”,
    promosso dal PCI e dall’UDI tra il ’46 e il ’47. Diecimila bambini vennero fatti partire verso
    famiglie operaie e contadine di Emilia Romagna, Liguria, ecc. (che li ospitarono per mesi e a volte
    anni) per sottrarli all’abbandono, alla fame, alla strada. Questa grande iniziativa di solidarietà (che
    fu continuata in altre zone del Mezzogiorno, per un totale di circa 70.000 bambini), già in parte
    documentata, è stata ricostruita recentemente da Giulia Buffardi in Quel treno lungo lungo, anche
    per quanto riguarda il contributo di Francesca come addetta per la stampa e la propaganda.
    Nelle pagine di Mistero napoletano, Francesca ci viene incontro bella e disinvolta,
    attivissima, trascinante, esigente. Problematica, certo, con una forte tensione etica che la spingeva a
    impegnarsi nella politica e nel lavoro ma anche nei rapporti, nelle amicizie, nell’amore. Il suo
    bisogno di trasparenza e di giustizia era assoluto. Lottava con coraggio ma le delusioni la
    abbattevano profondamente. Riprendiamo quel diario del 3 maggio 1960: «Certo la guerra con le
    sue rovine mi ha intralciato la vita, eppure non me l’ha spezzata. Quando penso a Renzo, che dopo
    anni burrascosi oggi (…) mi è più vicino che mai, e ai bambini (…) c’è da essere incoraggiati. Tutto
    si aggiusta. Ma è solo questo che si fa in tempo a ottenere?». Poco prima, Renzo Lapiccirella era
    stato chiamato a Roma, alla redazione centrale de “L’Unità”, con forte disappunto suo e dei
    compagni napoletani. Francesca, che aveva deciso di restare a Napoli, trovò qualche difficoltà nel
    lavoro al giornale, come fanno ben capire, riportate da Rea, le parole di Aldo De Jaco, che aveva
    preso il posto di Renzo nella redazione napoletana: «…certo era una donna di notevole cultura, ma
    che si lasciava guidare troppo dal suo temperamento impulsivo… Lei contestava, contestava, ma
    poi, i suoi articoli?… Vero è che io allora ero un altro, ero uno stalinista che ragionava da
    stalinista… Aggiungi poi che Francesca era una donna, diciamo così, maculata; nel suo passato
    c’era stata qualche macchia, almeno così sapevo io… Allora, quando mi disse che stava pensando
    di raggiungere il marito a Roma, io ne fui francamente contento». Così nell’estate del ’60 Francesca
    si trasferì per gradi a Roma, ma insistette per tenere ancora, almeno per un po’, la casa ai
    Camaldoli. A “L’Unità” venne assunta senza problemi, tranne quello di rafforzare in lei la
    sensazione di essere considerata al traino del marito, alla cui immagine, peraltro, era convinta di
    avere sempre nuociuto. Meno di un anno dopo, si arrese definitivamente.
    Sulla sua morte, riporto le parole essenziali pronunciate dalla cugina Miriam in anni recenti:
    «Abbiamo suonato insieme Brahms, qui al Parco Grifeo, il giorno in cui si è tolta la vita. Lo
    raccontai già ad Ermanno Rea, ma voglio rievocarlo ancora una volta. Mi ha affidato i bambini,
    Piero e Viola, quel tristissimo venerdì santo, ed è andata a casa sua, ai Camaldoli, a morire.
    Parlavamo spesso della morte, come per abitudine. Quel giorno mi ha anche detto dove voleva
    essere sepolta, nella nostra tomba di famiglia, ma non ci ho dato peso. Suo marito Renzo
    Lapiccirella, che era a Roma per il suo lavoro, ha trovato il corpo solo di domenica. Era il giorno di
    Pasqua» (intervista a Sergio Lambiase, “Corriere del Mezzogiorno”, 11 ottobre 2010). Aveva
    preparato con molta cura la scenografia della sua morte, affidando l’ultimo messaggio ad una poesia
    di Rilke – nella traduzione di Giaime Pintor -, quella intitolata ad Alcesti, la moglie che si offre al
    dio infernale per salvare il marito Admeto. Come nel mito, come nella tragedia a lieto fine di
    Euripide, anche in Rilke non è esclusa una “resurrezione”: «[…] Ma una volta / ancora egli le vide
    il viso, indietro / rivolto, in un sorriso chiaro come / una speranza, una promessa: a lui / tornare
    adulta dalla cupa morte, / a lui vivente…».
    Grazie a Ermanno Rea, che nella parte finale del suo libro sogna per sé il ruolo di Eracle,
    che riporta dall’Ade l’eroina della tragedia, Francesca inizia lentamente a rivivere. Innanzitutto
    nelle recensioni a Mistero napoletano, per esempio quella di Franco Prattico su “La Repubblica”, di
    Erri de Luca sul “Corriere della Sera”, di Chiara Valentini su “L’Indice”. Verranno più tardi le
    introduzioni di Silvio Perrella alla ristampa del 2002 e di Giulio Ferroni a Rosso Napoli (titolo che
    raccoglie Mistero napoletano, La dismissione e Napoli ferrovia, BUR 2009). Naturalmente
    l’attenzione non va tutta alla figura di Francesca Spada, ma all’insieme del quadro, alla città
    disastrata, alle vicende della politica. Merita particolare attenzione un testo del ‘95 di Mario
    Martone (ora in Chiaroscuri, a cura di Ada d’Adamo, Bompiani 2004). Il regista napoletano inizia
    dicendo l’emozione che gli ha procurato la lettura del libro di Rea, che gli era stato raccomandato
    da tanti ma specialmente da Fabrizia Ramondino, co-sceneggiatrice del film Morte di un
    matematico napoletano. Confronta il loro film con il libro di Rea, «una mappa totalmente
    complementare alla nostra (a cominciare dalla centralità dei protagonisti: noi Caccioppoli, lui
    Francesca Spada e Renzo Lapiccirella). È come se una mappa riempisse i vuoti dell’altra. […] Il
    viaggio nel passato di un libro come Mistero napoletano non ha niente di nostalgico, serve a far
    rivivere i morti accanto a noi vivi, allargando la nostra comunità […]». Conclude con una frase che
    si rivelerà profetica per sé come per Rea: «Io li percepisco “insieme”, Ermanno Rea che vaga oggi
    nei pressi dell’Angiporto Galleria e il fantasma della sua amata Francesca Spada. Questa
    compresenza attiva allontana il libro dai terreni paludosi della letteratura fine a se stessa e lo rende
    davvero necessario a noi tutti».
    Martone infatti non dimentica Francesca Spada. Due anni dopo, collaborando a I vesuviani,
    un film collettivo di cinque registi napoletani, con l’episodio La salita (sceneggiatura Martone e
    Fabrizia Ramondino), colloca l’apparizione di Francesca sull’impervio crinale del Vesuvio. Bella,
    vestita da sera (come nel resoconto di Rea della serata al San Carlo sul finire del ’53), interpretata
    da Anna Bonaiuto, è uno dei personaggi che un sindaco con fascia tricolore (Toni Servillo) incontra
    nel suo arrancare verso la cima: «E tu chi sei? – Io fui Francesca… Compagna comunista suicida…
    - Ho sentito parlare di te. Eri la moglie di Renzo… – La moglie, sempre la moglie! Ero io!». Facile
    riconoscere in quel sindaco Antonio Bassolino che, eletto alla fine del ’93, era in quel momento in
    gara per la rielezione, avvenuta poi nel novembre del ’97, cosa che attirò sul film accuse di
    propaganda. Ballando un valzer sul terreno accidentato, i due protagonisti uniscono attraverso il
    tempo gli stessi ideali e le stesse amarezze: «C’è chi vuole un mondo diverso – dice Francesca – e
    c’è chi vuole migliorarlo solo un po’. Ma come si fa a migliorare il male?», riassumendo con
    estrema semplicità l’eterno dibattito interno alla sinistra.
    Ma anche Ermanno Rea risponde in pieno alla profezia di Martone («Io li percepisco
    “insieme”…»), quando pubblica, nel 2012, La comunista. Vagando per Napoli deserta in una sera
    piovosa, il narratore, che si descrive invecchiato e stanco, nei pressi di Angiporto Galleria incontra
    il fantasma di Francesca, giovane come all’età della sua morte, stretta in un impermeabile bianco.
    Parlano, camminano, si fermano. Lui tenta di colmare con le parole il vuoto della lunga assenza, di
    metterla al corrente di quanto è avvenuto negli ultimi cinquant’anni (tanti ne sono passati), le
    racconta l’ingiusta accoglienza riservata dalla città a Mistero napoletano, alla fine degli anni ’90.
    Ancora recentemente, rievocando il proprio libro e lei, Francesca, nella chiesa di San Ferdinando
    (era il Maggio dei Monumenti, nel 2009, durante l’emergenza rifiuti che avviliva Napoli), ha
    dovuto registrare insinuazioni maliziose, accanto a voci di solidarietà e di speranza. Francesca dice
    che è tornata per questo, per sapere come sono andate le cose, ma anche per capire che cosa è
    diventata la città: «Girando per le strade non ho ascoltato che lamenti, quanto sconforto dappertutto.
    Ai miei tempi le cose non stavano così. Non che Napoli non avesse le sue piaghe, ma negli occhi
    della gente c’era la luce della speranza». Eppure, conclude la cara ombra prima di dissolversi:
    «Guai a lasciarsi affascinare da quel grande seduttore che è il pessimismo. […] Ci può essere
    qualcosa di meglio che sognare e lottare per l’impossibile?».
    Anche La comunista, racconto intimo e politico, ha ricevuto una serie di recensioni
    interessanti (Giulio Ferroni su “Alias”, Angelo Mastrandrea su “Il Manifesto”, Francesco Erbani su
    “La Repubblica”, Mario Marchetti su “L’Indice”, e molte altre sul web), ma verosimilmente non ha
    aggiunto nulla all’intensità di Mistero napoletano che, a distanza di anni, continua a restare la
    cellula generatrice di ricerche e rivisitazioni. Per esempio il lavoro teatrale Dio, Stalin e me,
    drammaturgia e regia di Virginia Martini, con Rita Atzeri, Antonio Bertuso, Matteo Procuranti
    (Cagliari, teatro Alkestis, marzo 2012, poi ancora Cagliari e Carrara in autunno). Per esempio
    questa mia breve rassegna che, senza dire nulla di inedito, spera di poter incuriosire nuove lettrici,
    studiose per le quali il sintagma “le vite delle altre” non richiami soltanto quel film sulle
    intercettazioni della Stasi (o quella sorveglianza che contribuì a portare Francesca allo sconforto)
    ma, all’opposto, significhi l’attenzione e la premura con cui da più di mezzo secolo le donne vanno
    scandagliando esistenze sommerse, fondando archivi per salvaguardarne ogni traccia scritta o
    testimonianza orale. Da tempo si è passate “dalla curiositas alla cura”, come scriveva Monica
    Farnetti (Canonizzazioni, 2000), nella consapevolezza che nella lettura dei testi personali (diari,
    lettere, autobiografie), si giochi qualcosa di essenziale sul piano dell’identificazione e della
    relazione.
    Libri
    Ermanno Rea, Mistero napoletano. Vita e passione di una comunista negli anni della guerra
    fredda, Einaudi, Torino 1995; con intr. di Silvio Perrella, ivi 2002
    Ermanno Rea, La comunista, Giunti, Firenze 2012
    Anna Maria Ortese, Il silenzio della ragione, in Il mare non bagna Napoli, Einaudi, Torino 1953;
    Adelphi, Milano 1994
    Luca Clerici, Apparizione e visione. Vita e opere di Anna Maria Ortese, Mondadori, Milano 2002
    Achille Longo, 4 canzoncine per bimbi: per voci e pianoforte, versi di Francesca Spada, G. Ricordi
    & C., Milano 1954
    Fabrizia Ramondino – Mario Martone, Morte di un matematico napoletano, la sceneggiatura,
    Ubulibri, Milano 1992
    Gloria Chianese (a cura di), Il silenzio della ragione: politica e cultura a Napoli negli anni
    Cinquanta, ESI, Napoli 1994
    Giulia Buffardi, Quel treno lungo lungo, intr. di Guido D’Agostino, Libreria Dante & Descartes,
    Napoli 2010
    Film
    Mario Martone, Morte di un matematico napoletano, film, 1992, con Carlo Cecchi, Anna Bonaiuto,
    Tony Servillo, sceneggiatura di Mario Martone e Fabrizia Ramondino
    Mario Martone, La salita, film, 1997, con Anna Bonaiuto, Toni Servillo, Maria Luisa Abbate
    Santella, Francesco Leonetti (la voce del corvo), sceneggiatura di Mario Martone e Fabrizia
    Ramondino, in I vesuviani, film a episodi di Pappi Corsicato, Antonietta de Lillo, Antonio Capuano,
    Stefano Incerti, Mario Martone, http://www.youtube.com/watch?v=kAabnRmGBbo

  6. Francesca Spada di Edda Melon | Georgiamada Says:

    […] con il materiale che ci ha regalato Edda Melon che ha prima segnalato e poi copiaincollato (nei commenti ad un mio vecchio post) un suo scritto su Francesca Spada e ci ha fornito il link al film La salita un episodio di Mario […]

  7. Paola Says:

    Cara Georgia,
    per una singolare coincidenza, oggi 8 marzo, grazie ad una mia alunna scopro il tuo blog e il tuo contributo alla condivisione dell’eredità di Francesca Spada, una donna straordinaria.
    Sono la prof. di Jole, l’incontro con Francesca, prima d’arte (tra letteratura e cinema), poi storico attraverso la ricerca in emeroteca ed negli archivi dell’ ICSR “Vera Lombardi”, mi ha profondamente interessata e quest’anno ho provato a condividere l’eredità del suo impegno civile e culturale con le alunne di una classe di IV Liceo.
    Tra poche ore inoltreremo la nostra candidatura per intitolare a Francesca una strada del centro di Napoli.
    A prescindere dagli esiti della selezione, oggi è per me un giorno speciale, un giorno in cui sono orgogliosa e onorata di essere una docente della scuola italiana, in cui sento di contribuire a costruire un SUD migliore, un paese di donne e uomini capaci di progettare il futuro facendo tesoro della “lezione” del passato.
    Grazie a Francesca, a Georgia, alle mie alunne Federica,Jole, Noemi e Sofia.
    Continuiamo a guardare lontano …
    Paola

  8. georgiamada Says:

    un commento perfetto per l’8 marzo :-), grazie paola, e anche grazie a edda melon che un giorno è passata di qui e ci ha dato il suo bel pezzo su leggendaria, pezzo che poi ha portato qui le tue allieve.
    Sarei molto felice se tu e le tue allieve condivideste con noi (me e chi passa di qui) le vostre ricerche. Qualsiasi cosa scriviate su francesca spada io sarò felicissima di postarlo nel blog.
    Un buon 8 marzo di cuore, paola.
    geo

  9. edda melon Says:

    Davvero un regalo meraviglioso, l’interesse che cresce intorno a francesca spada e l’iniziativa della prof. e delle giovani. Grazie georgia, buon lavoro e buon 8 marzo a tutte, edda

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