Quando il senso dell’essere dell’esserci a volte è privo di copula

Vi ripropongo un  vecchio post del vecchio blog e approfitto per segnalare che ho aperto una pagina dove metterò tutti i post del vecchio blog su Hannah Arendt (georgia)

21 giugno 2006
Hannah Arendt
Quando il tempo, ovvero il senso dell’essere dell’esserci, a volte è privo di copula

Hannah ArendtCome ormai i frequentatori di questo blog sanno io sto leggendo, con grande piacere, l’epistolario tra Hannah Arendt e Martin Heidegger.
E’ una lettura avventurosa e coinvolgente.
E un dialogo alla pari, quello fra i due grandi filosofi.
Hannah è molto intelligente e spesso fa delle domande singolarmente profonde e interessanti, domande che sembrano semplificare e mettere a nudo il pensiero apparentemente “impossibile” di Heidegger.
Heidegger da parte sua ascolta Hannah con piacere e vero interesse e senza alcuna presunzione. Hannah è colei  che quando entrò nel suo studio, “con l’impermeabile, il cappello calcato fin sopra i grandi occhi quieti [...] timida e riservata, diede una breve risposta a tutte le domande” e fece capire, e solo allora, al filosofo che “la vita è storia“. E’ inoltre l’unica persona che lo abbia veramente capito: “”più di ogni altro tu hai colto il movimento interno del mio pensiero e del mio insegnamento” e il 22 giugno del 1972 le scrive: «Spero di venire a sapere qualcosa del tuo lavoro, altrimenti non ho alcuna possibilità di imparare ancora».

In una lettera del 1971 da New York Hannah ringrazia Heidegger per un libro sulla teologia e aggiunge:

In realtà negli ultimi anni l’interesse per le questioni teologiche è assai diminuito tra gli studenti, ma tutto ciò che proviene da te suscita il massimo interesse. Conosco diversi studenti che studiano il tedesco «per poter leggere Heidegger».

Poi Hannah gli pone delle domande sul parlare, ascoltare e dire:

A me sembra che il dire provenga dal pensare, ma che questo non accada invece, almeno non immediatamente, con il parlare. Il parlare proviene dal dire? Qual è il reciproco rapporto tra parlaree dire?

Ma l’osservazione, a mio giudizio più interessante è quando gli scrive:

Ancora una piccola osservazione: Tu dici che parlando, in modo più o meno esplicito, noi diciamo ovunque «è». Ora, tu sai naturalmente che questo non succede affatto nella lingua ebraica. A questa lingua manca la copula. Quale conseguenza avrà?

Io non sono molto ferrata in filosofia, anche se mi interessa molto, ma mi interessa non indagare gli assoluti, ma bensì solo per risolvere i problemi quotidiani, beh non so se lo avete mai sperimentato, ma alle volte aver letto Platone, Aristotele o Kant può servire anche a riempire la lavastoviglia con più metodo o a capire meglio un tuo eventuale avversario e così potertene difendere neutralizzandolo. Oppure anche solo per avvicinare l’altro senza che si spaventi o per allontanarlo spaventandolo. Insomma la filosofia non migliora la qualità della vita, non rende felici, non fa fare soldi, ma aiuta ad essere disperati consapevolmente e quindi a poter affrontare il tutto con… più filosofia.
Beh, ho divagato un po’ troppo, infatti quello che volevo dire, in realtà, era più semplice e  divertito e cioè che ho trovato fantastica la scena che mi è apparsa davanti agli occhi, un vero pezzo di teatro di successo: il grande (la sua grandezza è indiscutibile) filosofo dell’essere, che ha costruito la sua poderosa gigantomachia dell’essere intorno all’essere. All’essere, all’essere dell’esserci e al senso dell’essere dell’esserci, e che si vede smontare tutto il gigantesco edificio, fin dalle fondamenta, da una semplice banalissima osservazione: Guarda che in qualche lingua non esiste la abusata copula dell’essere.
Non so come Heidegger l’abbia presa, perché se mai ha risposto al quesito di Hannah non l’ha fatto, purtroppo, per lettera.
Ad ogni modo anche la lingua araba è priva della copula «é» e del suo abuso.
Sembra un problema da poco, ma se è vero che la percezione del tempo (senso dell’essere dell’esserci)  è alla base e condiziona il nostro esserci, lanostra esistenza nel mondo, allora vuol dire che non esiste una sola percezione del senso dell’esserci, ma molte e diverse, e che si immergono e sono condizionate da lingue e pensieri diversissimi.
Ora sia ebrei che arabi conoscono benissimo molte lingue (come minimo conoscono l’inglese) e quindi conoscono, sperimentano e usano  il senso dell’essere dell’esserci occidentale, ma i parlanti occidentali, quelli della copula in eccesso, raramente conoscono una lingua senza copula.
Cosa vuol dire questo?
Qualcosa deve voler dire, e forse vuol dire che noi presuntuosi occidentalocentrici crediamo di capire tutto e invece non capiamo che una piccolissima parte del mondo e su quel poco che conosciamo costruiamo cattedrali vertiginose, fragili e violente e poi, arroganti, pretendiamo di esportarne i modelli anche dove da secoli, per forza di cose, sono avanti a noi nella conoscenza del mondo, dell’essere, del non-essere, del senso dell’essere dell’esserci.
E se creassimo fra noi terresti una copula di comprensione, un vero rapPORTO alla pari?
(Da georgiamada/splinder del 21 giugno del 2006)

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