Anna Maria Ortese a Elsa Morante

Ringraziando Giorgio Di Costanzo che ci ha segnalato le due lettere di Anna Maria Ortese a Elsa Morante uscite su Repubblica del 10 giugno 2012, come breve anticipazione della pubblicazione sull’ultimo numero del Giannone. La rivista Il giannone è pubblicata dal Centro Documentazione Leonardo Sciascia di San Marco in Lamis in collaborazione con il liceo Pietro Giannone.
Sullo stesso numero di Repubblica un articolo di Enzo Golino, Lo stesso destino non saper vivere.
Quando La storia fu pubblicata nel 1974 fu crudelmente e direi supponentemente attaccata da sinistra, come se uno scrittore dovesse a tutti i costi limitarsi ad essere un bignamino del marxismo. Fra gli attacchi più infelici ci fu appunto la lettera collettiva inviata al Manifesto da Nanni Balestrini e altri, Contro il romanzone della Morante («Il manifesto», 18 lug. 1974, p. 3).
QUI ci sono i link ai ritagli degli articoli sui  giornali dell’epoca (georgia)

Ortese e Morante storia di un’amicizia attraverso le lettere

Roma, 16.5.75
Cara Elsa Morante,
un mese fa ho letto La Storia. Ho esitato a scriverLe, non sapendo se Lei ha di me stima umana. Penso che una lode possa valere solo in questo caso. La stima che io ho di Lei, persona umana, è molto alta. Come scrittore, solo poche Sue pagine di scura bellezza mi erano note. Alla fine ho letto La Storia, e sono andata avanti tutta la notte, e poi il giorno dopo, e poi un altro giorno. Ero sbalordita. Si aprivano dovunque i cieli della più grande tradizione italiana.
Con un dolore più vicino. Dopo il primo giorno mi è accaduto questo: non avevo più memoria di tutte le cose – anche immense – finora lette. Ancor meno mi ricordavo di me. Pensavo – seguendo la disperazione senza luce di soccorso della madre di Ida: qui siamo tutti – è detto tutto. È resa giustizia a tutti noi che fuggiamo. – Quando dico noi, dico un’umanità, semplicemente. La grazia e purezza del bambino! Ma Nino, poi, quando torna – morto nel pensiero della madre – e non vuole morire, è immenso. Qui tornava quella prima sensazione «è stata resa giustizia».
Voglio ricordare qua e là, di questo VIVENTE libro, la luce in cui si muove – colorando le strade, la gioia di Useppe. I piccoli interni familiari. La polvere povera, tutta voci. I rossi orrori che accadono all’uomo, di epoca in epoca.
Quando il libro è finito, resta il senso dell’epoca. Siamo un po’ cambiati. Della letteratura non ci ricordiamo, e questo è bene. Ma sì del dolore umano. E questo dolore, che è intramontabile, diviene l’ombra che va avanti, la musica funebre della gioia che finì, ma in eterno porrà quesiti alla ragione.
Non so di strutture e di altro. So di emozioni. Queste sole dicono che in un racconto, o in una letteratura, è passata la vita. E solo la vita – a umiliazione dei critici – è forma.
Mille auguri per il domani! Stia bene!
Sua Anna Maria Ortese
[P. S.] Non ho letto prima, perché volevo essere sola col mio giudizio. Non le do il mio indirizzo, perché spero che non mi ringrazi.
Siamo già tanto umiliati da immagine false e scambi di grazie o inchini. Il mio omaggio a Lei, almeno, sia libero.

Rapallo 12.4.83
Cara Elsa Morante,
In Aracoeli, la breve vita di Carina è una delle pagine più alte della letteratura italiana di ogni tempo. Dissi, ad amici, quanto questo libro, per me, fosse importante – coraggio e tristezza così rari in questi anni di nulla – ma dissi soprattutto di quel ritratto: che per sapienza ricorda – e non a me sola – l’oro di sogno di Las Meninas. La breve quiete – nel vivere – di Carina, la sua infinita preziosità e dolcezza – sono davvero cosa immortale.
Sia contenta, dunque, cara Elsa Morante, di quanto ha avuto in dono – e ancora cerchi, nel suo giardino, quanto è nascosto. Pazienza, col proprio corpo, e anche con la propria anima. Vi saranno “risposte”, sulla pagina; vi saranno altri doni, per cui Lei non potrà dire grazie, agli Dei o al Dio della Bellezza, che ricordando le proprie catene. Allora le saranno meno pesanti.
E poi, non è detto che non possano allentarsi da sole. Il mondo non è che un grande prodigio. Non vedere che sia prodigio, non muta la sua natura di fiaba. Un abbraccio. Un grazie. Un augurio di gioia
Sua A. Maria Ortese
Su Repubblica 10 giugno 2012, p. QUI il pdf della pagina di Repubblica

Lo stesso destino non saper vivere
Enzo Golino

Era la Regina degli incantamenti, funesti o amorevoli, orgogliosi o pudichi, assoluti o contraddittori, veementi o sommessi, imposti o subiti, timorosi o sprezzanti: un groviglio esistenziale non solo autobiografico documentato in alcune pagine memorabili e che fin dal titolo dell’opera prima – Angelici dolori – sembra indicare le spine del suo carattere e della sua scrittura. «È il mio castigo, quando mi metto a vivere: non so vivere», confessa Anna Maria Ortese (Roma 1914 – Rapallo 1998). Un cruccio che la opprime, ma resiste così: «Ogni volta che voglio vivere scrivo». Oltre alle opere strettamente letterarie e al lavoro giornalistico, la corrispondenza è un altro percorso – forse il più immediato e istintivo, privo di filtri professionali – dove la Ortese si apre all’esercizio pratico e faticoso della vita, parlando di sé, tessendo il filo di rapporti che magari non durano molto. E dalla sparsa esistenza di presumibili epistolari inediti emergono le lettere a Elsa Morante (Roma 1912-1985) pubblicate in queste pagine insieme a quella – già nota – a Pietro Citati che in gran parte la riguarda, scritta dopo la morte di lei e con meno enfasi rispetto a quando era in vita.
Nella nota che presenta i materiali morantiani sulla rivista Il Giannone da lui diretta, Antonio Motta ricostruisce gli esordi di una conoscenza fra le due scrittrici. Sono entrambe a Roma nel giugno 1937 alla Festa del libro, ed è la Ortese che da lontano vede la Morante, accanto a Moravia, nello stand allestito da Bompiani, ma non ha il coraggio di avvicinarsi (racconta a Stefano Malatesta in una intervista per Repubblica, 16 settembre 1986). Si seguono più o meno, da lontano, la stanziale Elsa e la nomade Anna Maria: ma quando nel 1965 da Vallecchi esce L’iguana l’accoglienza di pubblico e critica è deludente, e vende appena mille copie. Nelle successive edizioni quella Adelphi 1986 è forse la più fortunata e suscita la rivalutazione del romanzo – effetto Adelphi? – persino da parte di alcuni sodali del Gruppo 63 la cui idea di avanguardia letteraria non contemplava la scrittrice.

dal Manifesto del 18 luglio 1974

Ma l’occhiuta Morante, fin dall’ anno della pubblicazione, era stata molto decisa nel definire L’iguana un capolavoro segnalandone qualche «stridore» nel finale. Se ne accorgono in pochi, ammette la Ortese, che però ne terrà conto – precisa Motta – quando Rizzoli ristamperà il testo. D’altronde, altre occasioni non solo epistolari rivelano quanto alta e appassionata fosse l’ammirazione di Anna Maria che nuovamente si manifesta per La Storia, il discusso romanzo del 1974, letto l’anno successivo.
Calore e partecipazione distinguono la lettera del 16 maggio 1975 interamente dedicata al libro, oggetto di adesioni favorevoli e di polemiche violente, tra le quali l’intervento di Nanni Balestrini, Elisabetta Rasy, Letizia Paolozzi, Umberto Silva sul Manifesto (18 luglio 1984 [sic invece è 1974 n.d.georgia]). Le parole chiave adoperate dalla Ortese nell’interpretazione della vicenda e dei personaggi di La Storia sono «stima umana», «persona umana», «dolore più vicino», «VIVENTE libro», «emozione», «vita»: un apparato di sentimenti e un impianto lessicale che le sono congeniali. Trascurato invece, e lo afferma con forza, dai lettori di professione ai quali riserva la botta finale: «E solo la vita – a umiliazione dei critici – è forma». Nella sua estetica incombe il dolore, scolpito in frasi lapidarie come slogan: «la musica funebre della gioia che finì». Nelle tre righe del Post Scriptum riesce persino a disegnare un miniautoritratto psicologico: esaltazione e negazione del proprio narcisismo.
Ancora il dolore: muore Carina, secondogenita di Aracoeli, protagonista dell’omonimo romanzo morantiano. Il forsennato dolore materno attira l’interesse della Ortese, in sintonia con quel dolorismo – l’ideologia del dolore – che in misura diversa accomuna le due scrittrici. Ma non sa quando le scrive il suo «giudizio penetrante», così definito da Motta, che pochi giorni prima dell’invio epistolare la destinataria ha tentato il suicidio. Informata del triste episodio, qualche settimana dopo le manda una letterina, ultimo atto di una amicizia che non l’ha schiodata dalla consuetudine di darle del Lei, ovviamente con l’enfatica maiuscola.
E proprio in questa lettera affiora il ricordo della visita di Anna Maria a Elsa nella casa di via dell’Oca, a Roma, attigua a Piazza del Popolo, probabilmente nel 1965 come arguisce Motta sottolineando l’aura leggendaria che già circondava l’autrice di Menzogna e sortilegio (Premio Viareggio 1948), L’isola di Arturo (1957), per di più ritenuta da uno studioso di rilevanza internazionale come György Lukács «uno dei massimi talenti di scrittore che io conosca». Spicca in quell’incontro l’accenno a un particolare gastronomico piuttosto ardito: «arance con la panna». Anna Maria le avrà gradite?
Repubblica 10 giugno 2012 —   pagina 32   sezione: Domenicale. QUI pdf.

Una lettera da non pubblicare (leggibile QUI sul Manifesto del 24 luglio 1974 p. 3, in coda alla lettera di Franco Rella) è la risposta di Luigi Pintor alla lettera di Balestrini ecc. sul Manifesto del 18 luglio 1974.

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6 Risposte to “Anna Maria Ortese a Elsa Morante”

  1. georgiamada Says:

    ho aggiunto anche la foto del ritaglio della risposta di Pintor a Contro il romanzone della Morante, lettera ahimè disgustosa del balestrini (e Elisabetta Rasy, Letizia Paolozzi, Umberto Silva) di allora.
    E’ molto interessante per capire l’epoca (l’epoca più che gli autori della lettera o l’autrice del romanzo) in cui un romanzo come La storia, veniva allegramente stroncato a sinistra torturando il libro con un letto di procuste critico, nel tentativo di ridurre tutti gli scrittori ad un solo ed unico modello.
    Oggi non abbiamo quasi più scrittori però continua il metodo della tortura critica che si esercita sul vuoto assoluto con rinnovato sadismo.
    Forse furono proprio attacchi come quello a far decidere la grande Anna Maria Ortese (un’altra scrittrice spesso torturata dalla critica sinistra fin quasi alla fine dei suoi anni) a scrivere alla grande Elsa Morante:
    Non so di strutture e di altro. So di emozioni. Queste sole dicono che in un racconto, o in una letteratura, è passata la vita. E solo la vita – a umiliazione dei critici – è forma.”

  2. Giorgio Di Costanzo (Ischia) Says:

    Balestrini ed ex signora Balestrini (Paolozzi), Rasy, Silva non valgono (letterariamente parlando) nulla. Umanamente non so. Chi li conosce? Bellissima la precisazione di Luigi Pintor. En passant: “La storia” è un romanzo che ho letto ben 8 volte…

  3. Giorgio Di Costanzo (Ischia) Says:

    Oggi, sull’edizione Napoli del quotidiano frou-frou, un ricordo della mia amica, a quattro anni (domani) dalla partenza:
    MA LA NAPOLI DELLA RAMONDINO TRADIVA CHI LA AMA
    di Salvatore Casaburi

  4. Giorgio Di Costanzo (Ischia) Says:

    ELSA MORANTE
    18 agosto 1912 – 25 novembre 1985

  5. Salvatore Lo Leggio Says:

    Non sono convinto di questa lettura dell’epoca. “il manifesto” non era tutta la sinistra e su giornali assai più rappresentativi della sinistra, l’Unità e Rinascita, apparvero recensioni molto positive su “La Storia” della Morante, che era e resta un grande libro (secondo me un vero capolavoro)

  6. ornella_spagnulo Says:

    Grazie per il bel dibattito, io sono rimasta stregata dalla “Storia” di Elsa Morante. Nanni Balestrini, almeno da quello che emerge dalla sua lettera al “Manifesto”, è uno di quegli scrittori che per cercare di affermarsi affossano quegli altri. Ma il suo successo è del tutto oscurato da ciò che ha conquistato Elsa Morante nel ‘900, con i suoi testi più umani che politici (se mi permettete la comparazione, certo, la politica è dappertutto, ma c’è chi va oltre perché sa andarci), per cui la manovra di affossamento di Balestrini non è riuscita. Ancora oggi siamo vittime di questi sperimentalismi che vorrebbero fare terra bruciata di tutta l’altra letteratura, se non fosse che i secoli passano e poi chi rimane? Di sperimentalisti politicizzati: molto pochi. Ma non voglio affossare nessuno, se è per questo allora i Futuristi sono stati dei grandi innovatori con ideologie politiche forti, anche se discutibili. Comunque nel prossimo numero della “Rassegna della letteratura italiana” esce un mio articolo sul carteggio di Elsa Morante, se vi interessa leggerlo. Lo riporterò sul mio blog. Cari saluti a tutti, Ornella

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