Alan Turing e l’umanesimo dell’informatica

Un ritratto di Alan Turing realizzato da Daniel Rogers (da Alias)

Aggiornamento 27 giugno 2012, ore 13,40
PaoloXL, Alan Turing, il martitrio di un genio, nel blog O capitano! mio capitano!… , 23 giugno 2012 (ci sono due video)
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- Messaggero, Secolo XIX, Agoravox, Guardian, Il post,
Pierluigi Crescenzi, Informatica la mela si può mordere, Alias/domenica inserto del Manifesto 24 giugno 2012, p.8
Dedo Tortona, La storia celebra Turing, il padre del computer la cui fine è un enigma, Venerdì di Repubblica, 22 giugno 2012, pp. 68-69

Quest’anno è il centenario del matematico  Alan Turing considerato il padre dell’informatica e dell’intelligenza artificiale. Era  nato il 23 giugno del 19012. Morì a 44 anni il 7 gugno del 1954, dando un morso ad una mela avvelenata con il cianuro. Ufficialmente si trattò di suicidio in seguito alle persecuzioni omofobe del governo britannico. In realtà sono in molti a sostenere  che fosse stato assassinato, perché sapeva troppo.
C’è chi sostiene che il logo Apple derivi proprio dal fatto che Turing sia morto mordendo una mela.
Lo stanno ricordando in tutto ilmondo. Google gli ha dedicato, il 23, un suo doodle.
All’interno delle celebrazioni nel mondo, alla Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali di Firenze, Il corso di laurea in informatica tiene corsi speciali su Turing.
Interessante il blog di Luca Trevisan, In Theory dedicato ultimamente a Turing.
Vi posto il bell’articolo di Pierluigi Crescenzi pubblicato su Alias/domenica (georgia)

Cento anni fa (23 giugno 1912) nasceva il geniale matematico inglese
Informatica, la mela si può mordere
Pierluigi Crescenzi

«Io adoravo la terra su cui camminava, e questo, devo confessare, era qualcosa che non mi sforzavo molto di nascondere». Così il giovane Alan Turing, nel giugno del 1930, scriveva alla madre del suo primo amore maschile, morto all’inizio di quello stesso anno in seguito alle complicazioni di una tubercolosi bovina. Quando vent’anni dopo si trovò a denunciare di furto un giovane compagno, rispose alle domande della polizia con la stessa ingenua naturalezza, che finì per ritorcerglisi contro. L’omosessualità non era certo un fatto eccezionale tra i brillanti matematici e logici di inizio Novecento: basti pensare ad Andrej Kolmogorov, a Ludwig Wittgenstein oppure a Godfrey Harold Hardy, dalla cui platonica storia d’amore con il leggendario matematico indiano Srinivasa Ramanujan David Leavitt ha tratto il bel libro Il matematico indiano. Tuttavia nell’Inghilterra del dopoguerra essere omosessuali era considerato un crimine, e Turing fu condannato per «atti osceni con un altro uomo» e sottoposto a un trattamento di ormoni a scopo castratorio, con conseguenze fisiche devastanti come la crescita del seno. Il 7 giugno del 1954 si suicidò, a soli 42 anni, mordendo una mela intinta di cianuro di potassio. Un gesto che lo stesso Leavitt, nella biografia romanzata di Turing L’uomo che sapeva troppo, ha interpretato con un ammiccante riferimento alla favola di Biancaneve, tanto amata dal giovane matematico inglese.

per ingrandire cliccaresull’immagine

Una vita, dunque, tragicamente oppressa per una delle menti più brillanti del secolo scorso, colui che può essere considerato, a ragione, il padre dell’informatica. «Chiunque digiti un tasto di una tastiera, apra un foglio di calcolo elettronico oppure un programma di elaborazione di testi, sta lavorando con un’incarnazione di una macchina di Turing». In questo modo, nel 1999, il «Time Magazine» celebrava Turing, nato a Londra il 23 giugno del 1912 e incluso tra le cento personalità che maggiormente hanno influenzato il Novecento. Quest’affermazione non è poi così lontana dalla verità, e non è esagerato dire che la totalità dei calcolatori che utilizziamo oggigiorno, dai potenti desktop multi-processori ai più limitati ma onnipresenti smart-phone, altro non sono che diverse reincarnazioni della macchina di Turing universale.
Eppure nel 1936 Turing aveva come scopo quello di dirimere una questione di carattere quasi puramente matematico, posta all’inizio del secolo dal matematico tedesco David Hilbert. Questi era stato promotore di uno dei dibattiti più fecondi e sconvolgenti della storia della scienza, ovvero la questione riguardante i «fondamenti della matematica». Vi erano stati coinvolti i nomi più illustri dell’epoca, quali Kurt Gödel e Gottlob Frege, e aveva lasciato aperti interrogativi di enorme portata, uno dei quali, denominato Entscheidungsproblem ovvero il problema della decisione, attirò l’attenzione del giovane Turing: esiste una procedura meccanica in grado di stabilire la verità o la falsità di una qualunque affermazione matematica in un numero finito di passi? La risposta affermativa avrebbe finito con il delegare a una macchina un compito di tipica pertinenza umana, lasciando al matematico la sola opportunità di esprimere la propria creatività non tanto nella dimostrazione di teoremi, quanto nella formulazione degli stessi. I risultati di Turing diedero però una risposta negativa al problema posto da Hilbert, con grande soddisfazione di tutti i matematici, fatti certi che anche la dimostrazione di un risultato matematico, e non solo la sua formulazione, reclama l’intervento di una umanità assente in qualsiasi macchina.
Ma perché risultati di stampo così spiccatamente teorico sono considerati il primo passo nello studio degli odierni calcolatori? Per rispondere al problema della decisione, Turing dovette anzitutto formalizzare il concetto di procedura meccanica. La sua prima, geniale intuizione fu che ogni procedimento di calcolo si potesse ridurre a una sequenza di operazioni elementari di elaborazione di simboli. E quando dico elementari, intendo veramente elementari, riferendomi alle sole operazioni di lettura e di scrittura. Una macchina di Turing è un dispositivo che, avendo a disposizione un foglio a quadretti arbitrariamente grande, sulla base del suo stato attuale e del simbolo racchiuso in uno dei quadretti del foglio attualmente letto dalla macchina, decide di sostituire tale simbolo con un altro simbolo, di spostare la sua attenzione su uno dei quadretti adiacenti e di cambiare il suo stato. Facendo riferimento a un tale modello di calcolo, Turing mostrò come operazioni matematiche anche sofisticate potessero essere realizzate attraverso un insieme finito di regole codificate per tale macchina. La sua seconda geniale intuizione fu quella di capire che una macchina di Turing, potendo essere descritta attraverso un insieme finito di regole e, quindi, attraverso una sequenza finita di simboli, poteva essa stessa diventare oggetto di elaborazione di un’altra macchina di Turing. Volendo semplificare (e non me ne vogliano i matematici, logici e informatici, che certamente saranno in grado di individuare la fragilità di questa metafora), sarebbe un po’ come dire che un quadro, inteso come rappresentazione di una porzione della realtà, una volta completato diventa esso stesso parte della realtà e, pertanto, possibile oggetto di rappresentazione. Nacque così la macchina universale (che coincide con l’odierno calcolatore programmabile), in grado di leggere ed eseguire una qualunque altra macchina di Turing (algoritmo/programma) a cui sia data in pasto una qualunque sequenza finita di simboli (input/dati). È proprio questa la nozione usata da Turing per dimostrare che esistono compiti (come, ad esempio, stabilire la verità o la falsità di un’affermazione matematica) che nessuna macchina è in grado di svolgere, rispondendo così in modo negativo al problema della decisione posto da Hilbert.
Queste idee chiare e feconde furono immediatamente raccolte da altre menti geniali – tra cui spicca l’ungherese John von Neumann – portando alla progettazione dei primi giganteschi calcolatori (leggendario l’ENIAC, la cui messa in funzione, si dice, causò a Filadelfia l’abbassamento delle luci nell’intera città). Tutto il resto è principalmente storia di sviluppi tecnologici, che senza modificare poi troppo l’impianto dato da Turing nel 1936 hanno portato ai calcolatori che entrano oggi nelle nostre borse e perfino nelle nostre tasche.
Ma Turing non è soltanto il padre dell’informatica. Nella sua breve vita ha affrontato un sorprendente numero di problemi, tra cui il tentativo di definire, in qualche modo, l’intelligenza umana. In uno dei suoi lavori più celebrati, Computing Machinery and Intelligence, diede avvio, nel 1950, alla scienza dell’intelligenza artificiale, proponendo un semplice gioco dell’imitazione, noto come test di Turing, per determinare se una macchina fosse in grado di pensare.
Al gioco partecipano un uomo (Alan), una macchina (Hal) e una donna (Ada), la quale si trova in una stanza diversa da quella in cui si trovano Alan e Hal. Ada ha il compito di determinare quale fra i due altri partecipanti sia Alan e chi Hal, facendo loro domande di ogni genere attraverso l’uso della posta elettronica. Se Ada non è in grado di svolgere tale compito, è ragionevole affermare che la macchina Hal si è comportata in modo sufficientemente intelligente da simulare il comportamento di un essere umano. Il superamento di tale test, pur avendo sollevato immediatamente grandi polemiche, rimane tuttora un passaggio obbligato per chi si occupa di intelligenza simulata.
Per rendere pienamente merito alla straordinaria personalità di Turing, bisogna infine ricordare che egli non si limitò ad affrontare problemi teorici: fu grazie alle sue idee e al suo diretto contributo che il leggendario gruppo di matematici di Bletchley Park portò a compimento lo sviluppo del calcolatore Colossus, grazie al quale fu possibile, durante il secondo conflitto mondiale, decifrare i messaggi che i sottomarini tedeschi si trasmettevano codificati attraverso la macchina Enigma, il che ridusse significativamente la durata della guerra.
Nel 1954 Turing poneva fine alla sua vita lasciando a noi altri il compito di interpretare il suo ultimo messaggio. C’è tanto da dire sulla sua morte e tanto è stato detto, ma io continuo a pormi una domanda. Nel 1990 William Gibson e Bruce Sterling immaginarono, ne La macchina della realtà, un mondo in cui Charles Babbage fosse stato in grado di costruire la sua celebre macchina analitica, e traevano da questa fantasia romanzesca una cupa visione di quello che sarebbe stato il futuro 1991. Come sarebbe stato il nostro mondo se Alan Turing non fosse morto così giovane, oggetto di un ignobile trattamento omofobico? A differenza di Gibson e Sterling, mi piace pensare che il futuro 2012 sarebbe stato di gran lunga più bello e più giusto.
Alias Domenica 24 giugno 2012, p. 8

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