Antonio Gramsci. Dalle polemiche alla graphic-novel

disegno di Luca Paulesu da Manifesto 17 giugno 2012

Su Alias di domenica scorsa, 17 giugno 2012,  due recensioni a due libri su Antonio Gramsci. Uno di  Giuseppe Vacca, Vita e pensieri di Antonio Gramsci, 1926-1937 (di cui questo blog ha già parlato QUI) e uno di Luciano Canfora, Gramsci in carcere e il fascismo. La pagina di Alias riportava anche alcuni disegni di Luca Paulesu dalla graphic-novel Nino mi chiamo. Fantabiografia del piccolo Antonio Gramsci (QUI una recensione di Simonetta Fiori sulla Repubblica e, in coda al post, un’altra dalla Stampa).

Sul libro di Giuseppe Vacca, sabato, 22 giugno 2012,  interviene Rossana Rossanda con un lungo articolo sul Manifesto che vi riporto. In coda le due recensioni su Alias/Domenica e l’articolo sulla graphic novel di Paulesu (georgia)

UNA STORIA APERTA
Sorvegliato speciale
Rossana Rossanda

I difficili rapporti e comunicazioni con il partito comunista dopo l’arresto, il ruolo di collegamento di Piero Sraffa e Tatiana Schucht, il regime di carcere duro, la rigida censura imposta dal fascismo. E la scelta, con i «Quaderni», di avviare un lavoro teorico per sottrarre il marxismo dalla vulgata in cui era caduto. «Vita e pensieri di Antonio Gramsci, 1926-1937» di Giuseppe Vacca per la casa editrice torinese Einaudi

Manifesto, 22 giugno 2012, p. 1

Con Vita e pensieri di Antonio Gramsci, 1926-1937 (Einaudi, pp. 267, euro 33. Sul volume è uscito un pezzo su «Alias libri» del 17 giugno) Giuseppe Vacca mette il punto, a venti anni di ricerche sue e di altri studiosi, su una biografia attraversata dalle vicende del Pcd’I, del partito comunista russo (Vkp) e dell’Internazionale Comunista dalla metà degli anni Venti alla seconda guerra mondiale. Biografia emersa lentamente e le cui zone di oscurità corrispondono a silenzi e sofferenze di un detenuto tormentato dal dubbio di essere condannato/abbandonato sia dal suo partito sia da chi gli era più caro. Alcune di queste oscurità perdurano in archivi russi non ancora accessibili, ma Vacca ne delinea perimetro e spessore con una cura che, quando arriveranno i documenti mancanti, ne uscirà confermato, penso, il percorso che egli propone.

Insopportabile solitudine
È un volume denso, fitto di riferimenti ai molti che hanno lavorato sui frammenti d’una storia ai quali Vacca rende merito, a costo di una lettura meno agevole per chi non è sempre in grado di rintracciarne le fonti. È costruito appunto attorno alle zone oscure, oltre a due interpretazioni dei Quaderni, attorno alla «revisione» gramsciana sui limiti della teoria e pratica della rivoluzione del ’17, lavoro che Gramsci s’era proposto fuer ewig, e aveva reso meno insopportabile la solitudine in cui si trovava. Non a caso la biografia non parte dalla giovinezza né da Torino, ma dal novembre del 1926 quando viene fermato e poi arrestato, nonostante l’immunità parlamentare, mentre si stava recando in una località della Valpolcevera, dove avrebbe dovuto discutere con gli altri membri del Comitato Centrale del Pcd’I e con Jules Humbert Droz, in rappresentanza dell’Internazionale, della lettera che aveva mandato due settimane prima a Togliatti, appunto per l’Esecutivo della Ic. Essa esprimeva un giudizio severo sull’esclusione di Trotskij; non che Gramsci ne condividesse le posizioni, anzi, ma per il danno al movimento comunista internazionale che avrebbe rappresentato la brutale rottura del gruppo leninista. Già si era scontrato, in una breve corrispondenza, con Togliatti. La riunione in Valpolcevera si fece e concluse senza di lui con il rientro nei ranghi del Pcd’I. Non ci furono biasimi per Gramsci; se e come l’Esecutivo della Ic ne abbia discusso a Mosca, è ancora precluso negli archivi. Che Gramsci restasse sospetto, se non di trotzkismo, di una troppo tiepida lotta al medesimo, è certo.
Inizialmente confinato a Ustica per cinque anni, dal 20 gennaio 1927 è trasferito a Milano, perché in quei giorni Mussolini toglie di mezzo ogni garanzia e istituisce il Tribunale speciale, con imputazioni pesanti e che si aggraveranno, a istruttoria già chiusa, per l’attentato dell’aprile alla Fiera di Milano. Tutto un susseguirsi di illegalità procedurali. Il rinvio a giudizio gli sarà consegnato nel carcere di San Vittore di Milano nel marzo del 1928 e nel giugno viene condannato, assieme a Terracini, Scoccimarro, Roveda e altri, a venti anni, quattro mesi e cinque giorni di reclusione. Viene assegnato al carcere di Turi. Ma è ancora in attesa del processo, quando riceve una lettera a firma di Ruggero Grieco, scritta da Basilea ma inoltrata via Mosca, che dà e chiede notizie, lo assicura che il partito gli è stato sempre vicino, «anche quando aveva meno ragione di sperarlo», lo informa dell’esclusione di Trotskij e finisce con un improbabile arrivederci. Gliela consegna il giudice istruttore Macis con una osservazione maliziosa: evidentemente al suo partito non dispiace che lei resti a lungo in galera.
L’originale della «strana» lettera non è accluso agli atti del processo. Alla morte di Antonio la prende Tatiana Schucht fra le carte di Nino – come lo chiama sempre – e la porta con sé a Mosca nel 1938. Paolo Spriano pensa di averne trovato la copia fotografica negli archivi dell’Ovra, ed è questa che è stata oggetto di grandi discussioni. A prima vista non è chiaro perché possa aggravare la posizione dell’imputato, ma Gramsci ne è certo. Per l’insinuazione del giudice Macis? Così pensa Peppino Fiori, e penserà Piero Sraffa. Ma Antonio, che con Macis ha lunghe conversazioni, lo ritiene persona corretta e amichevole. Vacca, che vi ha fatto un’indagine, conferma questo giudizio.

Una lettera da decifrare
Perché dunque la lettera sarebbe grave, Gramsci la definirà addirittura scellerata? Essa non rivela nulla alla Corte sull’importanza dell’imputato. Perché finisce con un arrivederci? Perché contiene, scrive più tardi Antonio, un trionfante «gliela abbiamo fatta»? Chi l’avrebbe fatta e a chi? Vacca ritiene che le prime parole di Grieco alludano a un tentativo di liberazione attraverso uno scambio di detenuti, che secondo Gramsci avrebbe irritato Mussolini per non essere stato negoziato esclusivamente tra stati e quindi andato a monte. Ad un inesperto vien da pensare che invece quel sottinteso «gliela abbiamo fatta» che fa infuriare Gramsci si riferisca a Trotskij e quindi a Gramsci in quanto contrario alla sua esclusione, ma è una pura elucubrazione.
Sta di fatto che Gramsci non cesserà di arrovellarsi. Tanto più che non la crede iniziativa del solo Grieco, ma suggerita dall’alto. Da Togliatti? Non può verificare, perché nei nove anni che seguiranno, non potrà scrivere né ricevere lettere senza che siano censurate, né ricevere alcuno che non sia «parente» – cioè la cognata Tatiana Schucht, più raramente i fratelli Carlo e Nannaro, e un solo amico, Piero Sraffa, l’economista cattedratico a Cambridge, nipote d’un senatore fascista che è anche Primo presidente della Corte di Cassazione, Mariano d’Amelio. Può scrivere una lettera ogni quindici giorni, più tardi ogni settimana, quindi una volta ai suoi a Ghilarza e un’altra a Tatiana, incaricata di provvedere alle sue (poche) necessità e a smistarne le notizie alla moglie Giulia a Mosca e a Piero Sraffa. Il quale, passando da Parigi, ne informa il Centro estero del Partito comunista d’Italia.
È in una rete a maglie assai strette. Se a questa incomunicazione obbligata si aggiungono le speranze messe nei tentativi di essere liberato attraverso uno scambio di prigionieri fra Urss e Vaticano, Urss e governo italiano, che a Gramsci sembrano delinearsi ma non si realizzano mai per qualche imprudenza o omissione che attribuisce ai compagni italiani, la frustrazione e la collera sono grandi. E traspaiono dalle lettere, spesso ingenerose, a Tatiana.
Di più, nel 1929, la Ic svolta su una linea che Togliatti sposa «con zelo»: il fascismo sarebbe prossimo al crollo, la socialdemocrazia ne è uno strumento, la rivoluzione torna imminente, classe contro classe. Antonio spiega ai «politici» che sono a Turi con lui che invece il fascismo si stabilizza e non si possa che lavorare a un fronte antifascista sulla parola d’ordine della «assemblea costituente». Ma quasi tutti i compagni si allineano con il partito. Gramsci non è d’accordo neanche sull’espulsione di Leonetti, Tresso, Ravazzoli. Ne viene una divisione acerba, della quale riferisce Athos Lisa (Rinascita, 1964). Isolamento e amarezza.

Messaggi in codice
Siamo ai primissimi Anni Trenta. Antonio, che all’inizio della carcerazione si sentiva in buona forma, ha avuto nel 1927 l’attacco d’un antico male e sta sempre peggio, le lettere da casa si fanno rade, gli è nascosta la morte della madre e non capisce perché gli scriva così poco da Mosca l’amata Giulia, che non sa quanto e di che sia malata. A forza di proteggere il carcerato, Tatiana sbaglia. Lei stessa ha una salute fragile a volte non lo può visitare. Gramsci si sente in mano di altri che decidono per lui, senza capire che cosa questo diventi per un detenuto e teme di venir inaridito lui stesso dall’altrui indifferenza. Allude per la prima volta, scrivendo a Giulia, al «doppio carcere» cui si sente condannato, dal fascismo e da una parte dei suoi – lei stessa, lo spirito «ginevrino» degli Schucht? Forse il suo stesso partito? Non può spiegarsi, è appena più esplicito scrivendo poco dopo a Tatiana. La lucidità, il dolore assieme alla nettezza della scrittura colpiscono l’opinione fin dalla prima edizione delle «Lettere», assai censurata, del 1947. Si sforza di leggere, di imparare altre lingue, tradurre, e scrive. Saranno di quegli anni i trenta grandi quaderni in grafia minuta, in un linguaggio in parte criptico per eludere la censura in parte innovativo rispetto alla vulgata marxista. Del primo saggio su Croce, con il quale propone di fare i conti come Marx con Hegel, offre qualche elemento di codice per Togliatti.
Il trasferimento, sempre più malato, a una clinica di Formia (deve pagare le sbarre da mettere alla sua camera) dove Tatiana può venire più facilmente a trovarlo, interrompe la loro corrispondenza. Né Tatiana né Piero Sraffa lasceranno però che cosa egli abbia pensato degli anni che vanno da allora alla sua morte. Nel 1933 Hitler ha preso il potere in Germania, nel 1934 Stalin prende a pretesto l’uccisione di Kirov per schiaccare le opposizioni, nel 1935 il VII congresso rovescia la linea del ’29, ma lontano dalle implicazioni della critica che al ’29 muoveva Gramsci, nel 1936 Franco aggredisce la repubblica spagnola, il Giappone ha moltiplicato gli attacchi alla Cina – la seconda guerra mondiale è alle porte. Con Tatiana, anche senza testimoni, Gramsci può non averne parlato, ma con Sraffa?

Domande in attesa di risposta
Restano alcune lettere per Giulia, strazianti. Le chiede di raggiungerlo, Giulia non può, non ce la fa, la famiglia glielo impedisce, o l’Nkvd (Ministero per gli affari interni). Gramsci pensa di lasciare la clinica e riparare in solitudine a Santu Lussurgiu, in attesa che venga il permesso di espatriare in Urss, se può venire. Ma è colpito da un’emorragia cerebrale il giorno stesso in cui la sua pena si estingue e muore poche ore dopo. È il 27 aprile del 1937.
Che sarebbe stato di lui se fosse rimasto in vita? Con il precipitare della situazione internazionale, altro che espatrio, e in quella solitudine affettiva? E così ammalato? Vacca esclude che, da alcune righe a Giulia, si possa dedurre che considerasse chiusa per sé la politica. Ma in quali condizioni e dove? Su questo non possiamo che riflettere, non abbiamo elementi e forse non è nemmeno utile.
Vacca lavora sul destino del suo lascito scritto, specie i Quaderni. Tania li ha portati all’ambasciata sovietica che li deve inoltrare a Giulia. Appena incontra Sraffa, poco dopo la morte di Antonio, gli mostra la «strana» lettera e gli dice che Nino avrebbe voluto un’inchiesta. Sraffa legge, non ne è impressionato, le consiglia di andare a Parigi e parlarne con Grieco. Con il firmatario sospetto? Tania è indignata; per poco non cessano i loro rapporti Non andrà affatto a Parigi, tornando a Mosca nel 1938 se ne occuperà lei stessa assieme alle sorelle. Neanche i Quaderni devono finire nelle mani di Togliatti, che in quel momento è in Spagna: li trascriveranno da sole loro tre, le Schucht. Ma Togliatti, che ne conosce qualche frammento in fotocopia speditogli a Barcellona, sa da Sraffa come Antonio li voleva pubblicati, li reclama per il Pcd’I.
Comincia allora una lotta non sotterranea con le Schucht, nessun accordo con loro è realmente raggiunto, le tre si rivolgono a Ezov, capo della Nkvd, con la quale sia Genia sia Giulia hanno un rapporto di dipendenti/sorvegliate. Ma Ezov è destituito, si rivolgono a Stalin che le rinvia a Dimitrov, il quale manda il tutto in corner. Togliatti è già sotto inchiesta, per altri motivi, su denuncia del partito spagnolo. L’Ic, in via di scioglimento, affida le carte di Gramsci a una commissione di cui fa parte Togliatti. La guerra arriverà alle porte di Mosca, altri sono i problemi, non penso che sia da scervellarsi tanto sul perché il proposito delle sorelle fallisca. Tania morirà durante la guerra. Da parte degli Schucht, un lavoro sulle carte di famiglia sarà intrapreso soltanto da un Antonio, nipote di Antonio, come nella famiglia sarda da Mimma Paulesu.
Vacca dà alcune sobrie notizie sull’ambiente degli Schucht, piccola nobiltà decaduta, un patriarca bolscevico, una madre intellettuale ebrea. E dei rapporti delle tre sorelle con Gramsci: Genia, la più militante, è quella che ha conosciuto e forse amato prima di conoscere Julca, che è il suo grande amore vero. Genia non glielo perdonerà mai, lo definirà «talpa malvagia». Tania gli ha dedicato dieci anni, ma non si scopre nei sentimenti. Nessuno degli Schucht è abituato a parlare con verità di se stesso e con la famiglia. La più libera, Tania, ne era fuggita. Gli Schucht sono un esempio vivente dell’intreccio che Gramsci scorge fra grande e piccola storia, politica e cultura, individuo.
Non credo che su questo ci sia da discutere. Ma dal lavoro di Vacca vengono molti interrogativi. Non soltanto sulla «strana» lettera, ma sul rapporto fra Gramsci e Togliatti e viceversa. Se Antonio ne diffidava tanto da sospettarne un atto «scellerato», perché è a lui che gli preme di far pervenire il codice delle pagine su Croce? E attraverso Sraffa, che sa in contatto con Togliatti, dà indicazioni di lavoro sui Quaderni? Togliatti non lo ha, più che perseguito, protetto? Nel modo come ha protetto se stesso, come si è protetto Dimitrov, il cui curioso Diario non fa parola di Gramsci? Non opponendosi mai a Stalin per salvarsi o per salvare un domani il loro partito? Gramsci l’intransigente, Togliatti il politico disposto a tutto?

Un’aspra concreta realtà
Anche su Stalin viene da farsi più di una domanda, e non solo per il punto che oggi ci riguarda. Nel ’40 un suo agente, Mercader, uccide Trotzki, che è lontano, in Messico, ma dell’eresia italiana non gli interessa. Togliatti ne è investito non poco; perché Stalin lo chiama al Cominform – un fantasma – e perché la direzione del Pci glielo spedirebbe volentieri? E perché Gramsci, ha ragione Vacca, resta fedele al Vkp, cioè a Stalin, pur essendo il più severo critico del suo «marxismo leninismo»? Forse perché pensava l’Urss come la sola «concreta realtà» del movimento comunista? E fin dove è andato il «revisionismo» gramsciano quando ha cessato di scrivere? Vacca pensa molto avanti, legge i Quaderni anch’egli fuer ewig. Togliatti però li pubblica – censura soprattutto le Lettere – sapendo che l’Urss e gli altri partiti comunisti non si inganneranno – nessuno di essi, a quanto so, li riprende. E negli ultimissimi anni non nascondeva che bisognava aprire qualche breccia nel non detto, processi inclusi, se si voleva salvare il salvabile.
I gruppi dirigenti che gli sono succeduti non lo hanno più fatto. Né dopo il 1964 né dopo il 1989. Per questi ultimi, Gramsci sembra «mai visto né conosciuto». È rimasto agli storici, molti, ma solo a loro. E non diversamente ha fatto, con l’eccezione di Alberto Burgio, la nuova sinistra. C’è da riflettere.
Il Manifesto, 22 giugno 2012, pp. 10-11
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Da Alias/Domenica, inserto domenicale del Manifesto, 17 giugno 2012, p. 4
Giuseppe Vacca, “vita e pensieri di Antonio Gramsci 1926-1937”

Casi critici
Sensazioni su Gramsci (e una perla)
Giorgio Fabre

Dopo diversi libri di storia scritti a quattro mani, Giuseppe Vacca, che tutti ricordano per i passati libri filosofici, si è cimentato per la prima volta in un libro di storia tutto suo e a tutto tondo, questo Vita e pensieri di Antonio Gramsci1926-1937 (Einaudi, «Storia», pp. XXII-370, 33,00). Davanti a un’iniziazione, è bene quindi essere attenti ma anche indulgenti con i vari problemi di un testo che vuol essere impegnativo come questo; e con i vari errori e imprecisioni (oltre a diverse omissioni) che vi si possono intravvedere. Dall’altra, forse merita qualche osservazione in più quell’eccessiva presenza di illazioni, di supposizioni, di metafore, di «sensazioni» che l’autore vi ha distribuito e che man mano paiono diventare indiscutibili verità.
Piuttosto tortuoso: è difficile dire quale ne sia lo scopo. Forse è solo un’operazione «revisionista» nei confronti di Palmiro Togliatti, che culmina nella frase (p. 357) «fin dal 1936 Togliatti era un protagonista del terrore staliniano», di cui sfuggono i documenti che la motivano? O si tratta di altro?
Essendo in ogni caso anche un libro che vuole essere autorevole e che proviene dal cuore della Fondazione Istituto Gramsci di cui Vacca è presidente, vale la pena scegliere, tra gli altri, almeno due «problemi» seri. Ma prima, solo una domanda, a proposito dei punti che dicono che Tania Schucht, cognata di Gramsci, «consegnò» o «trasferì» tutti i manoscritti di Gramsci il 5maggio (p. 324) ma anche il 6 luglio 1937 (p. 334): il 5 maggio o il 6 luglio?
Ma si diceva di «problemi» significativi in questo libro. A pagina 342 si parla di Mario Gramsci, il fratello fascista di Antonio, «federale di Varese» e che ricoprì «ruoli importanti nel PNF». In effetti, basta in proposito il repertorio di Mario Missori, Gerarchie e statuti del Pnf, per determinare che Mario non fu segretario federale di Varese né ebbe minimamente «ruoli importanti nel PNF». E per precisione è bene ricordare, almeno, che la vedova di Mario si ribellò a sentir dire che il marito era stato segretario del fascio di Varese (e nemmeno segretario federale): lei non ne aveva mai sentito parlare.
Discorso simile per il IV congresso del Pci, tenuto a Colonia «fra il 14 e il 21 aprile del 1931» (p. 115) e su cui, secondo Vacca, Gramsci si sarebbe arrovellato (ma per via «metaforica», naturalmente). Oggi, grazie alla scoperta di Roberto Gremmo, che nelle carte di polizia ha trovato il verbale di quel Congresso trasmesso da una spia fascista (l’ha pubblicato in «Storia ribelle»), sappiamo che esso si svolse in realtà a Mosca dal 6 all’8 maggio 1931. È singolare, comunque: l’istituto culturale dell’ex Pci, vent’anni dopo lo scioglimento, non è riuscito a ricostruire né la vita del fratello del fondatore del partito né i congressi storici dello stesso partito.
E andiamo, più in concreto, a ciò che invece in questo libro può essere utile. Perché una perla c’è. È a pagina 239 ed è l’inedita lettera (s’immagina in russo) che Tania Schucht scrisse alla sorella Giulia (la moglie di Antonio, che viveva a Mosca) il 9 febbraio 1933. Peraltro, quattro pagine dopo (243) la stessa lettera riappare, ma smontata e rimontata, in modo da risultare non comprensibile come essa fosse davvero. E questo rovina un po’ la novità.
Ma torniamo alla pagina 239, da cui si riesce infatti finalmente a capire una cosa: in quale punto l’altra, ormai celebre lettera, quella di Ruggero Grieco a Gramsci del 1928, fece insospettire e poi inalberare il detenuto, all’epoca inattesa della condanna, comminata poi dal Tribunale speciale. Com’è noto, Gramsci sospettò che con quella lettera, che lui ritenne provocatoria, i suoi compagni di partito fuori dal carcere avessero cercato di tenerlo in galera. Come è anche noto, della lettera di Grieco si conosce una versione «fotografica» fatta dalla polizia fascista, pubblicata quasi cinquant’anni fa da Paolo Spriano e su cui Luciano Canfora nel 1989 sollevò il dubbio che si trattasse di un falso realizzato proprio dalla polizia. Canfora è poi tornato su quella lettera nel suo La storia falsa e infine in Gramsci in carcere e il fascismo, e ha continuato a ribadire la possibilità che si tratti di un falso arrivato fino a Gramsci.
Ora, che cosa scrisse Tania il 9 febbraio 1933 (si stava pensando a un nuovo tentativo di liberazione) e che Antonio le aveva rivelato? Che «quando si è fatto l’altro tentativo, nel ’28, si è commesso un errore enorme, all’operazione partecipavano indirettamente gli italiani, e lo hanno comunicato a lui in una lettera mandata al carcere». Avendo dunque di fronte a sé la lettera fotografata, vera o falsa che fosse, le frasi che dovevano aver irritato Gramsci erano: «Noi ti siamo stati vicini sempre, anche quando tu hai avuto ragioni per non sospettarlo»; e «Tutto quello che ci è stato chiesto, per te, noi lo abbiamo fatto, sempre». Con quelle frasi Grieco e i comunisti italiani avrebbero comunicato al detenuto che c’erano loro dietro al tentativo di liberazione di Gramsci, secondo lui in atto in quel momento, e partito dall’ambasciata sovietica di Berlino. Questa comunicazione, su una lettera letta dalle autorità fasciste, avrebbe fatto fallire il tentativo. Come Tania riassunse a Sraffa due giorni dopo, l’11 febbraio 1933 (ma senza spiegare qual era il punto), Gramsci le aveva detto che la «famigerata lettera… guastò ogni possibilità di concedere qualsiasi cosa, mentre si era già in purparler (sic) a Berlino».
E qui sta la vera novità. Com’è noto, della trattativa di Berlino parlò molti anni fa Giulio Andreotti, sul quotidiano Tempo del 30 ottobre 1988, in un articolo colmo di documenti e che purtroppo Vacca non ha preso in considerazione. Andreotti spiegò di aver ricevuto dal Vaticano i documenti che illustravano come la trattativa di Berlino fosse passata attraverso la Santa Sede. E li pubblicò. La vicenda era questa. L’iniziativa partì dal primo consigliere dell’ambasciata russa nella capitale tedesca, Bratman- Brodowski (non Bratman Brodskij come viene scritto a p. 237, Bratman nome e Brodskij cognome). Costui aveva chiesto al Vaticano dimettersi in contatto con Mussolini per proporre uno scambio di prigionieri: Gramsci e Terracini contro due preti russi e cattolici (in realtà due arcivescovi). Stefan Bratman-Brodowski era un notissimo capo comunista polacco, amico di Rosa Luxemburg, rimasto a operare negli anni venti nella diplomazia sovietica. Infine forse morì nelle purghe staliniane. All’epoca era in ogni caso personaggio di spicco e del tutto autorevole.
La Santa Sede a sua volta si mosse e girò la proposta a Mussolini. Questi fece rispondere con una lettera del 15 ottobre 1927, sostenendo che bisognava aspettare la sentenza del processo del Tribunale Speciale: dopo di che, lo scambio sarebbe stato preso in considerazione. Subito dopo, le trattative si arenarono.
Ora, il bello è che Andreotti spiegò con chiarezza nel suo articolo che Bratman-Brodowski era stato spinto «dai parenti ed amici di Terracini e Gramsci». In effetti l’appunto che accompagnò la richiesta del consigliere sovietico, e conservato in Vaticano, è visibile da anni ed era chiarissimo: la proposta dello scambio era partita dagli «amis de Gramsci», che avevano ritenuto che il Vaticano fosse al corrente della possibilità dello scambio. Il governo sovietico aveva detto a sua volta di sì a «la famille» e a «les amis de Gramsci». Era tutto scritto lì e non erano certo amici di pallone. Noi sappiamo pure con certezza, anche attraverso altri documenti d’archivio non ancora noti, che quel testo fu messo in mano a Mussolini, il quale dunque sapeva perfettamente dall’ottobre 1927 che l’iniziativa era partita dai comunisti italiani. Non conoscendo quell’appunto, Gramsci, a proposito della trattativa e della lettera di Grieco, prese un abbaglio. E Vacca, non avendo preso inconsiderazione l’articolo di Andreotti, non se n’è accorto (e il libro in questo senso è un po’ manchevole). Forse quell’appunto non spiega tutto, ma può chiarire ad esempio perché i comunisti italiani, che conoscevano come erano andate le cose a Berlino,non riuscissero a capire perché Gramsci avesse dei dubbi feroci sul loro comportamento. E può chiarire perché la successiva inchiesta a Mosca, chiesta dalle sorelle Schuch forse pure contro Togliatti, finì in niente.
Infine un aspetto, invece, seriamente preoccupante. L’autore all’inizio ringrazia moltissime persone per aver letto e riletto il testo e anche per avergli «fatto le pulci pagina per pagina». Tra quelle persone, diversi sono collaboratori (anche illustri) dell’Edizione nazionale di Gramsci, l’opera delicatissima e colossale in cantiere presso l’Enciclopedia italiana. E di cui Vacca è presidente della Commissione scientifica. Che dire di questi collaboratori, controllano una pagina sì e una no?
Alias/Domenica, inserto Manifesto del 17 giugno 2012 p. 4

Gramsci, Pci e fascismo: come riscrivere una storia «sacra»
Di Gi.Fa [Giorgio Fabre]

Prima o poi bisognerà ragionare per bene sui libri che pubblica Luciano Canfora. Sono tutti libri, come quest’ultimo Gramsci in carcere e il fascismo (Salerno editrice, pp. 304, 14,00), scritti in modo fluido e preciso. Solo che Canfora tratta, passando da uno all’altro in tempi rapidissimi, i temi storici più diversi (storia e filologia, Grecia, Roma, Bisanzio, Settecento, Ottocento, comunismo, fascismo). Il risultato è che la sua produzione costituisce ormai un fenomeno che ha inciso sulla percezione del pubblico – e non solo dei suoi lettori – su che cosa sia storia. Con quei rapidi cambi, obbliga a pensare in termini di storia globale e dinamica, non limitata al singolo periodo storico, ma allargata ai confronti diacronici: per di più sempre in termini di problemi complessi e assicurando la precisione dei fatti e magari la conoscenza di quelli sconosciuti.
Gramsci in carcere è un libro appunto molto preciso e nuovo, curatissimo nei dettagli e anche dal punto di vista editoriale. Metà è testo, metà documenti. Grosso modo percorre il tema della tradizione degli scritti gramsciani, in particolare le lettere e i Quaderni. Ma per sviluppare la questione principale, si allarga poi all’analisi della storia del comunismo italiano, comprese le sue grandi mistificazioni. È quella che, in due parole, Canfora chiama la «storia sacra» o meglio, che fu sacra, ma che via via viene e deve essere riscritta.
In questa storia, ha un ruolo rilevante Ruggero Grieco, il firmatario della «famigerata lettera» a Gramsci, ma anche, come segretario del Pci, promotore di quell’«appello ai fratelli in camicia nera» del 1936, che viene generalmente considerato un gravissimo errore del partito. I due capitoli su di lui sono a tinte piuttosto fosche. Canfora non arriva a dire che fosse una spia della polizia fascista, perché non ci sono prove definitive, ma chi legge quei due capitoli è portato a pensare che lo potesse benissimo essere. Del resto, basta conoscere un po’ di vicende e di documenti del Pci, per sapere che tutto lascia sospettare che al tempo del fascismo una spia ad altissimo livello dovesse essere stata davvero infiltrata, anche dopo l’«affaire Silone». E comunque rimane agli atti il giudizio che diede di lui Gramsci in carcere, un uomo «irresponsabilmente stupido» o che compiva atti «scellerati».
Altro personaggio notevole di questo libro è Ezio Taddei, un anarchico che, uscito di galera durante il fascismo, scrisse una serie di articoli infamanti contro Gramsci, tra cui uno ripreso con enfasi da Mussolini. Taddei ebbe una certa fama in Italia nel dopoguerra, perché, cancellando completamente il suo passato anticomunista, fu assorbito nelle file del Pci e divenne un suo esponente intellettuale di punta, un rappresentante della categoria degli scrittori del popolo. Fatto sta che il suo libro di maggior successo fu pubblicato da Einaudi un anno prima che l’editore iniziasse a pubblicare i libri del leader sardo.
La tradizione del testo gramsciano è passata anche attraverso questi personaggi discutibili. Il centro del discorso però resta Togliatti, che alla fin fine risulta il vero valorizzatore di quegli scritti. Forse contro Gramsci stesso, che, pieno di sospetti, mal digeriva che i suoi testi finissero in mano ai compagni italiani. Togliatti andava avanti senza guardare in faccia nessuno: si vedano le righe dove viene ricordata l’agghiacciante scena dell’inaugurazione della Fondazione Gramsci nel 1950, a cui parteciparono sia Togliatti sia Taddei.
Alias/Domenica, inserto Manifesto del 17 giugno 2012 p. 4

Gramsci.
Un piccolo Principe per il Pci
Massimiliano Panarari

Cosa di meglio del linguaggio del fumetto, verrebbe da dire, per esercitarsi su una fantabiografia? Specialmente se si tratta di quella, molto gettonata negli ultimi tempi proprio attraverso lo strumento del graphic novel, di un personaggio importante del pensiero e della politica del Novecento delle ideologie.
Dopo Cena con Gramsci (di Elettra Stamboulis e Gianluca Costantini, uscito da Becco Giallo), è ora la volta di Nino mi chiamo (Feltrinelli, pp. 286, 17) del fumettista Luca Paulesu, letteralmente «uno di famiglia», visto che si tratta del nipote di Teresina Gramsci, la diletta sorella del pensatore sardo.
Paulesu – un vignettista decisamente politico e leftist (ha anche illustrato, infatti, un libro di Ugo Mattei su acqua e beni comuni) – disegna un Gramsci bambino, solitario e un po’ spettinato, i cui occhi, con l’innocenza tipica dei piccoli, si trovano però a filtrare le vicende durissime del Secolo breve. Una sorta di Gramsci «piccolo Principe» (a metà tra Saint-Exupéry e la teorizzazione del partito quale reincarnazione del politico di Machiavelli), con la presenza di un Palmiro Togliatti nelle vesti di «amico immaginario» (giustappunto…), che intervalla le vignette con vari testi (tra cui, alcune pagine tratte dai Quaderni e dalle Lettere dal carcere) e con la sua biografia.
Un Gramsci bambino perché, originariamente, il fumetto era stato pensato come guida per le visite delle scolaresche alla casa-museo del filosofo a Ghilarza. Ma che, trasformatosi il progetto in libro a sé stante, nel segno grafico che lo ferma all’infanzia, mostra tutta la sua vulnerabilità di fronte ai drammi e agli sconvolgimenti di quell’epoca di ferro e fuoco che ha coinciso con il XX secolo, mentre la sua «grande testa» traduce visivamente la potenza di pensiero di colui che, tra un balloon in cui urla «Non sono un frazionista! » e un altro nel quale si dipinge come l’AntiCroce, aveva tematizzato la nozione di egemonia e la centralità della funzione degli intellettuali (oggi un po’ negletta…) per la sinistra. Senza dimenticare, naturalmente, l’amore struggente per Giulia Schucht.
Un’altra manifestazione, dunque, della Gramsci Renaissance che, da qualche tempo a questa parte, contraddistingue la cultura internazionale e italiana, ma anche del connubio, sempre più frequente, tra la storia del comunismo e il graphic novel.
La Stampa, 24 giugno 2012 da Spogli di Segnalazioni.

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19 Risposte to “Antonio Gramsci. Dalle polemiche alla graphic-novel”

  1. miriam Says:

    Gramsci è stato l’unico vero comunista italiano in concomitanza ai partigiani ed io lo amo
    Miriam

  2. pietro bognetti Says:

    Ricordo quando fu pubblicata la lettera di Grieco e non mi fece grande impressione. Grieco non diceva nulla che Mussolini non sapesse e, in ogni caso, il suo destino era ormai segnato. E’ significativo, in contrasto con l’indignazione di Gramsci, il sereno distacco di Terracini. Terracini era un avvocato e sapeva come andavano a finire certe cose, ma Gramsci non si rassegnava. In lui c’era l’ostinazione e la presunzione dell’handicappato, che, a furia di volontà, aveva superato tanti ostacoli. Terracini era un avvocato e di legge ne sapeva più di lui? Non importa. In realtà, per Gramsci, solo il giudizio di Gramsci conta: gli altri sono tutti bambini negligenti. Sraffa è un figlio di papà, che non capisce niente di ebraismo, Terracini un superficialone, Tasca un opportunista, Togliatti un burocrate, Labriola una nullità sul piano etico-politico, Trotzki peggio che andar di notte. Insomma ha sempre ragione lui. Crescendo ho potuto conoscere meglio i magistrati e sulla correttezza di Macis, a differenza di Vacca, non metterei la mano sul fuoco. Quella lettera di Grieco era tecnicamente utile al p.m. perchè era un documento e per di più attuale circa la posizione di Gramsci. Senza quel documento il p.m. avrebbe dovuto presentare alla Corte una rassegna stampa, vecchia di alcuni anni. Mussolini non aveva dimenticato il teorico dei consigli di fabbrica, ma i giudici non hanno altrettanta buona memoria, nè eguale senso politico. Grieco era un imbecille o un provocatore? Per quello che appare era un imbecille e chiunque abbia, come me, militato in un piccolo partito rivoluzionario non è un mistero che queste realtà pullulano di imbecilli monumentali. Ha torto Canfora? Dovrebbe portare prove più consistenti. Quello che emerge anche dalle lettere di Gramsci è però che nessuno, all’epoca, prevedeva la durata ventennale del fascismo. Gramsci chiama Mussolini un grande bambino che vuol far la pipì sulla ferace terra d’Italia.

  3. georgiamada Says:

    chiunque abbia, come me, militato in un piccolo partito rivoluzionario non è un mistero che queste realtà pullulano di imbecilli monumentali

    non faccio fatica a crederlo,soprattutto da questi suoi commenti ;-)

  4. pietro bognetti Says:

    Cara georgiamada la sollecito ad argomentare più largamente il suo dissenso.

  5. georgiamada Says:

    ma io non dissento, non ho assolutamente nulla da dissentire, figuriamoci … e su cosa dovrei dissentire poi? :-)

  6. iltrenoavapore Says:

    Nulla so dire in merito ai “simpatici” giudizi che il sig. Bognetti attribuisce a Gramsci: presumo corrispondano al vero, ma solo presumo…

    Mi interessa piuttosto la sottolineatura de “l’ostinazione e la presunzione dell’handicappato” avendo sovente questionato su quanto le faccende fisiche inevitabilmente condizionino le più nobili attività.

    Il caro Leopardi mai avrebbe potuto asserire che funesto ad ognuno il giorno della nascita (ovvia stupidaggine) se avesse potuto (come desiderava “Trattando, è così difficile il fermare una donna in Roma come in Recanati, anzi molto di più, a cagione dell’eccessiva frivolezza e dissipatezza di queste bestie femminine, che oltre di ciò non ispirano un interesse al mondo, sono piene d’ipocrisia, non amano altro che il girare e divertirsi non si sa come, non la danno (credetemi) se non con quelle infinite difficoltà che si provano negli altri paesi” copulare in serena libertà (anche con il Ranieri, ma non si sa…), né l’altrettanto caro Pavese avrebbe forse non messo fine ai propri giorni se privo dalla persuzione di un’eiaculazione precoce (ricordo in merito un antico lavoro teatrale di Ulisse, molto criticato in quanto -fu detto – troppo “carnale”).

    Insomma, il corpo conta e in buona parte ci determina, inispecie ove difforme dai canoni consolidati. Se “cercare una donna” è sempre saggia cosa (c’entra quasi sempre una donna), cercare un corpo non lo è certo da meno. Ovvio poi che molto del resto abbia una propria vita e (a volte) una propria dignità, ma le radici… ah… le radici…!

    Con il caro saluto di sempre
    Mario

  7. georgiamada Says:

    boh non capisco proprio cosa ci azzecchi con il pensiero di gramsci (e ancor più di leopardi), non mi dirai che preferisci il pensiero politico di una aitante e muscoloso nazista ariano che si trombava tutte le altrettanto ariane camerate? :-)
    Ad ogni modo l’argomento deterministico non mi appassiona molto, invece volevo sapere come mai non si accede più al tuo blog, ho provato ora e non è possibile andarci
    ‘notte
    geo

  8. mariam Says:

    Collegare la poetica di leopardi alla sua persona fisica mi sembra assurdo, come pure attribuire il suicidio di pavese alle sue difficoltà sessuali, per cosi dire, trovo poi incredibile parlare di “presunzione” riguardo a chiunque debba affrontare difficoltà particolari nella propria esistenza, ma anche se proprio volessimo darne definizione parlerei di forza d’animo.

  9. iltrenoavaporetrenoavapore Says:

    @geo

    ma dai… proprio nulla con il pensiero di Gramsci… era solo per sottolineare, in generale, quanto la fisicità influisca sulle nostre vicende e anche quanto (spesso) si ami negare tale banalissima evidenza.
    Sul mio blog (praticamente morto) non so… io accedo regolarmente, ma farò delle prove. Ti ringrazio della segnalazione.
    Ciao.
    Mario

  10. georgiamada Says:

    Che la fisicità influisca sulle nostre vicende è indiscutibile, come negarlo, visto che siamo per la maggior parte natura, ma è la tua semplificazione razzista che mi fa un po’ ridere :-): uno bello e nazista ha ragione e ragione con la sua testa, uno brutto e malato ha torto, è presuntuoso e ragiona con i terminali della propria malattia e per di più porti come esempi non dei disgraziati ottenebrati dal dolore e in balia delle proprie sofferenze, ma dei giganti come leopardi, gramsci e pavese e possiamo anche aggiungerci toulouse loutrec (che però non rientrerebbe nel tuo schema visto che si scopava tutte le ballerine :-) …
    Mio dio mario ma neppure lombroso sarebbe arrivato a tanto (ma il giornale Libero forse sì;-) … secondo me soffri il caldo ;-)

  11. iltrenoavapore Says:

    @geo

    semplificazioni razziste??? eh no! dove come quando? mi pare di avere detto altro, di molto misero (ma non miserabile) e di molto banale e comunque fuor da un qualsivoglia rapporto con una qualsivoglia forma di razzismo. Che non mi riguarda come mai mi ha riguardato. Per favore…

    non ho parlato di “ragioni” o di “torti” (quali poi?) e men che meno di ariani e nazisti: che c’entrano? ho solo abbozzato sulle possibili conseguenze di un corpo disgraziato. Ne ho conosciuti di quei corpi (con la testa che ci sta sopra) e li ho avvicinati senza inopportuni pietismi, più “amico” io dei volontari della Caritas e/o dei retribuiti del Comune che andavano a far pulizie ed altro, fingendo di non vedere quanto era evidente e così provocando (alla loro uscita) feroci ed interminabili bestemmie. Ma niente vanti, cheppoi due si sono anche suicidati (credo sulla trentina). Me l’avevano detto ma io non lo dissi a nessuno.

    ciò che vale per dei disgraziati incolti e poveri io credo valga anche per i disgraziati colti e benestanti: certo avranno più frecce nella faretra, ma i denti che mangiano dentro sono sempre gli stessi. solo questo ho detto. il nostro caro Balotelli ha un corpo sano e bello, seppoi sia o sarà felice od infelice non lo so e semmai creerà qualcosa oltre che pallonate lo so ancor meno. ma so che un “pegno” non l’ha da pagare, e questo conta, credimi. eccome se conta…

    ciao
    mario

  12. iltrenoavaporetrenoavapore Says:

    @mariam

    perché assurdo, mariam (tralasciando pur Gramsci)?
    credi possibile non tenere in conto il peso del proprio corpo, sempre, e particolarmente quando esso è in vari modi “disgraziato”?
    io penso non se ne possa prescindere, pur in un’amplissima varietà di risposte, dalla disperazione allo scoramento sino ad una testarda volontà di “fare come non fosse” e preparare con tenacia “contrappesi” che possano per altre vie condurre a diverse “glorie”. ne ho conosciuti, ne avrai per certo conosciuti, e se gratti dentro un’infinita e mai domata rabbia la trovi…
    può venirne presunzione? certo non è codificabile, ma perché no? per chi molto s’applica ad un qualcosa, direi che è quasi “normale” e vieppiù se s’hanno da rimettere in pari le pesanti bizzarrie di una qualche bilancia…

  13. georgiamada Says:

    balottelli credo abbia pagato pegno pure lui anche se sembra un bronzo di riace ;-), ma non è certo il campione che è, per via del pegno, ma bensì per le sue doti di campione.
    Ad ogni modo i colti e i benestanti proprio non c’entrano nulla con gramsci leopardi pavese e altri, io ho parlato di giganti e non di colti e neppure di benestanti (che sia dei colti che dei benestanti non mi potrebbe fregar di meno), ma mario che cavolate dici con il caldo?

    Il razzismo ci riguarda tutti e salta fuori quando meno ci se ne accorge;-)
    Ora, sincerametne, a parte la tua esperienza personale di cui, soprattutto riguardo a gramsci, NON me ne potrebbe fregar de meno (che sembri pensare, PRESUNTUOSAMENTE, possa sostituire l’esperienza del mondo e dei singoli individui;-)) mi domando cosa c’entri la caritas con gramsci :-) …
    Non so se hai detto qualcosa di miserabile (io non ho il miserabilmetro), ma certo hai importato dentro un post che riguarda gramsci, riguarda la sua storia e quella del partito che ha contribuito a fondare, la storia del suo pensiero, dei suoi scritti, della sue teorie e prassi politiche … e non il suo fisico (che, nel caso, è solo un dettaglio secondario riguardante la sua bios [biografia individuale, che si distingue da tutte le altre per il percorso rettilineo dalla nascita alla morte] e non la zoe [vita biologica della specie piena di corsi e ricorsi circolari]) hai introdotto un elemento miserabile, o meglio per essere precisi hai avvallato l’elemento miserabile generalizzante lombrosiano e deterministico (quindi razzista) introdotto da altri.
    Però ti perdono visto che siamo sui 40 gradi e io sto letteralmente morendo dal caldo (ma tu non hai il condizionatore?)

  14. georgiamada Says:

    tralasciando pur Gramsci

    ma tu non hai tralasciato gramsci :-) e non è cosa da poco ;-)

  15. mariam Says:

    mario,

    non ho detto che il corpo non conti, conta eccome, e può generare anzi genera risentimenti e frustrazioni, come ogni altro motivo però, anche di carattere storico soltanto, in cui ci si imbatte nell’esistenza umana, nel caso di balotelli essere nero per esempio credo abbia comportato una buona dose di rabbia e anche di sofferenza, però mi ha sopreso il primo commento che appunto mescolava la deformità di gramsci con le vicende della sua vita, tu hai ripreso lo spunto in modo diverso e non razzista, non penso tu lo sia, nemmeno un po';) ma secondo me in modo inutile che può prestarsi a dei fraintendimenti.

    Leggendo Schopenauer e anche Pascal , o non sono un esperta:-) ho trovato toni e discorsi sulla natura umana molto simili a quelli di leopardi, questo per dire che alla fine il pensiero che deriva dai grandi pensatori, comunque nasca, poi si libera completamente.

    con stima

    maria

  16. georgiamada Says:

    la cosa buffa è che questa discussione (che vuole apparire universale, e materialisticamente obbiettiva sul peso singolo del corpo) nasce unicamente per avvalorare la storia che grieco fosse solo un imbecille e gramsci un povero disgraziato roso dalla malattia e dalla rabbia ;-). Non è una novità il tentativo (e neppure le volgari offese) e obbiettivamente non l’ha certo nè inventata, nè scoperta mario (anche se, non so se coscientemente, ci si presta) è solo un riflusso gastrico dello scontro stalinisti-trotskisti, e in quello scontro gramsci e bordiga diventarono automaticamente trotskisti (come oggi tutti i dissidenti diventano terroristi).
    Insomma nulla di nuovo sotto il sole;-)

  17. iltrenoavapore Says:

    ringrazio mariam

  18. iltrenoavapore Says:

    ringrazio mariam per non avermi di forza arruolato tra i razzisti…

    in quanto alla “polemica” non era mia intenzione farne ed ancor meno far risorgere il fantasma (alquanto putrido) delle lotte tra stalinisti e troskisti, ché ciò che c’era da dire l’hanno detto i popoli interessati, e da tempo. nessun interesse (lo giuro) a convalidare o meno i presupposti giudizi gramsciani su questo e su quello.
    molto più banalmente un’annotazione generica sul peso dei corpi, stupida quanto si vuole, ma del tutto priva di fini altri. annotazione che non può che essere legittima e legittimamente non condivisibile.

    il determinismo non è un mostro che genera mostri, è soltanto un filo che ci si trova in mano e che poi si tesse come si può e si sa, quando si può e si sa. tutto qui.

    saluto rinnovato, senza condizionatore.
    mario.

  19. georgiamada Says:

    sì ma tessere i fili deterministi per spiegare poesie, filosofia e anche politica soprattutto se si tratta di giganti mi sa tanto di qualcosa di molto triste e soprattutto di inutile per capire, è come fare un buco nell’acqua, ad ogni modo certo che la tua annotazione è legittima ci mancherebbe, non è neppure tra le bestilità peggiori della rete dove anche gli adulti tornano goliardi ;-)
    Il fatto è che gramsci poteva sembrare un complottista (spesso i comunisti lo sono) e forse lo era anche perché sofferente in carcere, ma i suoi sospetti sulla lettera erano reali e legittimi e per delegittimarlo (come spesso i regimi fanno e lo stalinismo era già un regime) hanno usato gli argomenti da te portati. E’ incredibile che quasi cent’anni dopo ci sia ancora qualcuno che vorrebbe vedere gramsci come un disgraziato e non come un cervello che funzionava a meraviglia e a cui era bastato fare 2 + 2 per capire. Del resto anche bordiga non è che pensasse poi molto diversamente e che si fidasse dei dirigenti del partito in russia;-)
    Qui qualcuno ha detto che la lettera di grieco non diceva nulla che mussolini già non sapesse. E’una boiata, a mussolini del teorico dei consigli di fabbrica non fregava un tubazzo, mussolini interessava solo sapere chi fosse il segretario del PCd’I e quello NON lo sapeva.
    Tutti i segretari dei partiti erano scappati per tempo all’estero, solo gramsci era rimasto (e anche questo non è del tutto chiaro)
    Grieco lo dice chiaramente nella lettera che il segretario è Gramsci e così lo condanna alla galera a vita. E gramsci giustamente ci rimugina sopra tutta la poca vita che gli rimane e non si fida più di nessuno. Del resto viene completamente isolato, anche dai compagni in carcere, e controllato
    Altro che peso del korpo, caro mario ;-)

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