Archivio per la categoria ‘letteratura palestinese’

Edward Said e l’umanesimo radicale

6 ottobre 2012

Manifesto, 6 ottobre 2012, p. 11

Per ingrandire cliccare sull’immagine.
Massimo Raffaeli, Il decostruzionista che voleva cambiare il mondo, Manifesto, 6 ottobre 2012, p.11.
A milano un tributo a Edward Said.

«L’umanesimo radicale di Edward Said», un saggio di Marco Gatto
Il decostruzionista che voleva cambiare il mondo
Massimo Raffaeli
 Un’utile monografia su un intellettuale che ha attraversato criticamente il Novecento usando, e innovando, il meglio del pensiero critico

Così screditato è l’umanesimo da essere sinonimo oramai di falsa coscienza, di pregiudizio filisteo e retorica per il cosiddetto «conflitto di civiltà» che torna a discriminare, e sanguinosamente a lacerare, Occidente da Oriente con tutto quanto (in termini di xenofobia, sciovinismo, iattanza politico-culturale e prepotenza militare) tale conflitto pretende di giustificare nella stesso momento in cui esso viene scatenato per decisione unilaterale.
Dunque può apparire un paradosso che uno dei maggiori critici letterari dell’estremo Novecento, un arabo palestinese ma di lingua inglese e a lungo docente a New York, Edward Said (1935-2003), autore fra l’altro del celeberrimo Orientalismo (il libro del 1987 edito in Italia da Feltrinelli che decostruisce e mette in mora le rappresentazioni stereotipe di un Oriente inventato, dedotto e valutato sempre da Occidente), abbia rivendicato con orgoglio nel corso della sua vita breve e fecondissima proprio l’appellativo di umanista, cioè il motto orgoglioso di uno schiavo liberto del II secolo a. C., l’africano Terenzio, secondo cui chi veramente è uomo sente che non può essergli estranea nessuna delle cose che all’uomo sono pertinenti, chiunque sia quest’uomo e ovunque costui si trovi a vivere.
Perciò non è un caso che Marco Gatto delineandone il profilo nel suo denso e utile studio, niente affatto apologetico, L’umanesimo radicale di Edward W. Said. Critica letteraria e responsabilità politica (Mimesis, «I sensi del testo», pp.191, euro 18), scelga come epigrafe della monografia un passo del grande umanista Erich Auerbach, tratto dal saggio il cui titolo, Philologie der Weltliteratur (’52), corrisponde al testamento intellettuale del filologo che, pari a Said, ha guardato alla Scienza Nuova di Giambattista Vico come a un libro fondativo: «Ad ogni modo, la nostra patria filologica è la terra; non può più essere la nazione».
L’umanesimo di Said, incrociando prospettiva storica e dislocazione geografica, traducendo in una chance cognitiva il perpetuo spiazzamento di chi è nato apolide, da un lato muove dalla critica del concetto di «identità», quale reclusorio e deposito ancestrale della falsa coscienza, e perviene dall’altro alla rivendicazione della ermeneutica quale combinazione di filologia/critica e pratica dell’escursione tra i diversi ambiti disciplinari (o meglio tra la presunzione specialistica e il sapere umano tout court).
Molto nitida è la cartografia intellettuale approntata da Gatto nei riguardi di un saggista che ha saputo confrontarsi sia con la tradizione marxista europea, da Lukacs ai francofortesi e specialmente Adorno, sia con la costellazione strutturalista e poi decostruzionista, da Foucault a Derrida, mantenendo una indipendenza dello sguardo e del giudizio che viceversa lo accomuna alla critica in progress dei Quaderni gramsciani, un tratto, questo, che lo separa almeno relativamente dal marxismo della cattedra di certi angloamericani e su tutti Fredric Jameson, che è un suo pari per altezza intellettuale.
Nemmeno è un caso che negli ultimi anni Said deduca, alla stessa maniera di Adorno, continue sollecitazioni dall’esperienza della musica e, per definire il proprio metodo, parli di «contrappunto». Da intenditore e firmatario dello splendido contributo Glenn Gould: il suono materiale. Per un’estetica della resistenza (Cattedrale 2009), Gatto riassume infatti l’umanesimo di Said nella «pratica di lettura che considera la realtà nella forma di una coesistenza di più voci, tra di loro intrecciate e a un tempo indipendenti».
il manifesto, 6 ottobre 2012, p. 11

Una rassegna a Milano su «Arte e cultura dalla Palestina»
È in corso a Milano una rassegna dedicata all’«Arte e alla cultura dalla Palestina». Organizzata dall’associone «Philastiniat», l’iniziativa, pratocinata dal Comune di Milano e dal Ministero della cultura palestinese, ha visto incotri con autori palestinesi , workshop teatrali, rassegne cinematografiche, mostre di fumetti e foto alla Fabbrica del Vapore, reading di poesia, seminari. Tra gli scrittori che hanno raccontato la loro esperienza di scrittura in Palestina o nella diaspora: A. Musallam, R. Bakriyyah, S. Natur. Alla libreria Feltrinelli, c’è stato un seminario dedicato al rapporto tra «Letteratura e identità nazionale» (L. Osti, F. Al Delmi, R, Ciucani, W. Dahmash, I. D’Aimmo, N. Edres e S. Sibilio), Ieri, palazzo marino è stata invece la sede del tributo ad Edward Said (W. Dahmash, P. Branca, H. Dabashi, D. Matar, M. Pala, R. Gabbai, M. A. Saracino).
manifesto 6 ottobre 2012, p. 11

Mahmoud Darwish recita Murale

18 marzo 2012

Mahmoud Darvish ha scritto Murale dopo una operazione al cuore durante la quale è morto per alcuni secondi, poi lo hanno riportato in vita. Quando ha dovuto rioperarsi una seconda volta e si è recato negli Usa (dove poi è morto) ha lasciato scritto che se fosse di nuovo “morto” per qualche secondo, di non riportarlo in vita perché il viaggio di ritorno era stato troppo doloroso.
Questo poema che ci ha lasciato è un dono di conoscenza che ha dell’incredibile (georgia)


Per ascoltare cliccare QUI o sull’immagine
(tranquilli,  è in arabo, ma c’è anche la traduzione in italiano, ascoltatelo tutto ne vale la pena)

Mahmoud Darwish – Murale
1:09:00 – 3 anni fa
Domenica 7 maggio 2006  Mahmoud Darwish è a Siena per recitare il suo “Murale”, un lungo colloquio con Signora Morte. Purtroppo riprendiamo il magnifico evento con mezzi davvero poveri: verso la fine del recital mancano alcuni minuti di registrazione. //// Sandro Lombardi con Mahmud Darwish / Legge / MURALE di Mahmoud Darwish / Siena. Santa Maria della Scala, Sala del Pellegrinaio / Domenica 7 maggio 2006 / Un progetto di Maria Nadotti a cura di Federico Tiezzi / Musiche di Georges I. Gurdjieff e Thomas de Hartmann / Suono Antonio Lovato / (“Murale” edizioni Epoché, traduzione di Fawzi Al Delmi)
Da QUI

Mahmud Darwish Edward Said

14 novembre 2011

Mahmud Darwish Edward Said
i signori delle parole che rendono eterni i loro lettori
Sono due in uno, come le ali di rondine e se la primavera tarda m’appago d’annunciarlaapicella 13 dicembre 2010 per georgiamada

Sono due in uno,
come le ali di rondine
e se la primavera tarda
m’appago d’annunciarla
.

La poesia che vi ho copiato è del 2003 dedicata all’altro grande palestinese Edward Said morto quell’anno. Potete ascoltare Mahmud Darwish recitare la poesia nel suo sito QUI, dove è la prima lettura (si apre automaticamente come entrate nella pagina). Vi segnalo anche la traduzione inglese. Un grazie enorme ad Enzo Apicella che ha esaudito il mio desiderio di avere un suo disegno dedicato a Darwish (georgia)
P.S
Per andare nel blog dove avevo postato il 14 gennaio 2010, cliccare sull’immagine.

Piani (a Edward Said)
di Mahmud Darwish

New York/Novembre/ Quinta Strada
Il sole è disco di metallo fuso/
mi chiedo: la straniera è nell’ombra
è questa Sodoma o Babilonia?

Lì sul liminare di un abisso elettrico
alto come cielo, ho incontrato Edward,
trent’anni fa, il tempo era meno ostinato (1) di adesso.
Insieme abbiamo detto:
e se il tuo passato fosse esperienza
fa’ che il domani sia senso (2) e visione!
Andiamo,
verso il domani andiamo fiduciosi
con la lealtà della fantasia e il prodigio dell’erba/

Non ricordo se siamo andati al cinema
la sera. Ma ho udito antichi indiani
che mi chiamavano:
non fidarti del cavallo, né della modernità.

No, nessuna vittima interroga il carnefice:
io sono te? Se la mia spada
fosse stata più grande della mia rosa,
mi chiederesti se avrei fatto come te?

Una simile domanda attrae la curiosità dello scrittore
in un ufficio di vetro che guarda
i gigli nel giardino ….dove
la mano dell’ipotesi è candida coscienza (3)
di scrittore che chiude il conto
con la tendenza umana: il passato
non ha domani, dunque avanziamo!/

Forse il progresso è il ponte di ritorno
alla barbarie …/

New York, Edward si desta in un’alba
pigra. Suona una melodia di Mozart. Corre
nel campo di tennis dell’università. Pensa
al migrare degli uccelli oltre le frontiere, al di là delle barriere (4).
Legge il New York Times. Scrive un commento duro.
Maledice un orientalista che al generale indica
il punto debole nel cuore di un’orientale (da controllare se è femmina)
Fa il bagno. Sceglie un abito con la vanità del gallo.
Beve un caffè e latte e grida
all’alba: andiamo, non indugiare/

Cammina sul vento: e nel vento
riconosce se stesso. Il vento non ha tetto.
Il vento non ha casa. Il vento è una bussola
per il nord dello straniero.

Dice: da là vengo. Io qui appartengo.
E là non sono, né qui mi trovo
ho due nomi si incontrano e si separano.
Ho due lingue ma ho dimenticato
con quale delle due ho sognato,
per scrivere ho l’inglese,
dal lessico obbediente,
e un’altra lingua delle parole del cielo (5)
con Gerusalemme, dal tono argenteo
ma non cedevole alla mia fantasia!

Ho chiesto: l’identità?
Ha detto: è una difesa del sé …
L’identità è generata dalla nascita ma
alla fine è la creazione di chi la possiede,
non si eredita dal passato. Io sono molteplice
dentro e fuori mi rinnovo … ma
appartengo alla domanda della vittima.
Se non fossi di là, avrei trascinato il mio cuore
ad allevare, là, la gazzella della metonimia.
Porta dunque la tua terra ovunque tu vada,
e sii narciso, se lo richiede il caso./

- Esilio è il mondo esterno.
Esilio è il mondo interiore.
E tu chi sei tra loro?
- Non mi presento
per paura di perdermi . E sono quel che sono.
E sono il mio altro in un dualismo
armonico tra la parola e il segno.
Se fossi poeta avrei scritto:

Sono due in uno,
come le ali di rondine
e se la primavera tarda
m’appago d’annunciarla.

Egli ama paesi che poi lascia
(l’impossibile è lontano?)
Ama migrare verso ogni cosa
perche, nel viaggio libero tra le culture,
chi cerca l’essenza umana
trova spazio per tutti. (6)
Qui avanza una periferia, o arretra un centro.
L’oriente non è del tutto oriente,
né l’occidente, è occidente.
Perché l’identità è aperta al molteplice
Non è rocca né trincea/.

La metafora dormiva in riva al fiume,
senza l’inquinamento,
avrebbe avvinto l’altra sponda.
- Hai scritto il tuo romanzo?
- Ho provato … ho cercato di trovare
la mia immagine negli specchi di donne lontane,
ma si sono inabissate nella loro notte fortificata.
Hanno detto: Il nostro universo non dipende dal testo
l’uomo non scriverà la donna, l’enigma e il sogno.
La donna non scriverà l’uomo, il simbolo e la stella.
Nessun amore è come un altro amore,
nessuna notte è come un’altra notte.
Lasciaci ridere elencando le virtù degli uomini!

- Cosa hai fatto?
- Ho riso del mio paradosso
e ho gettato il romanzo nel cestino.

L’intellettuale tira le briglie allo scrittore
e il filosofo seziona le rose del cantautore./

Ama paesi che poi lascia:
sono quel che sono e quel che sarò
di me costruirò me stesso
e sceglierò il mio esilio
il mio esilio è sfondo di una scena epica
difendo il bisogno dei poeti
del domani e dei ricordi a un tempo,
difendo alberi che ospitano uccelli,
un paese e un esilio,
difendo una luna utile e una poesia d’amore,
un’idea rotta dalla gracilità dei suoi difensori,
e un paese rapito dalle leggende /.

-Potresti tornare a una cosa qualsiasi?
-Quel che mi attende mi attira e mi incalza …
non ho tempo nella mia ora di tracciare segni
sulla sabbia. Ma posso visitare il passato
come fanno gli stranieri
quando ascoltano la sera
il poeta arcadico:

Alla fontana, una giovane donna riempie la giara
con lacrime di nubi (7)
e piange e ride per un’ape
che le ha punto il cuore al tempo di partire.
L’amore è dolore dell’acqua
o malattia nella bruma …?
(E così via, fino alla fine della canzone.)

- Allora, sei colto dal male della nostalgia?
Nostalgia del domani … ed oltre, più elevata
e più lontana. Il sogno guida i miei passi. La mia visione
pone il sogno in grembo come gatto fedele.
E’ il reale immaginario, e figlio della volontà:

possiamo
trasformare
la fatalità dell’abisso!

- E la nostalgia del passato?
- Un sentimento che riguarda solo l’intellettuale
nel conoscere la malia dello straniero per gli strumenti dell’assenza.
Quanto a me, la mia nostalgia è una lotta per il presente
si avvinghia al domani degli evirati.

-Ti sei infiltrato nel passato, quando sei andato
a casa, nella tua casa, nel quartiere di Talibiyya? (8)
- Come il bambino che teme
il padre, ero pronto a celarmi nel letto di mia madre.
Ho provato a rivivere la mia nascita,
a seguire il sentiero del latte sul tetto (9)
della mia vecchia casa, ho provato
a sentire la pelle dell’assenza, il profumo dell’estate
nel gelsomino del giardino. Ma la belva della verità
mi ha allontanato da una nostalgia che, alle spalle, come
ladra, stava in agguato.
- Hai avuto paura, e di cosa?
-Non posso affrontare la perdita faccia
a faccia. Mendico, mi sono fermato sulla soglia.
Chiederò il permesso agli ignoti assopiti nel mio letto
per visitare me stesso, cinque minuti?

Mi inchinerò rispettoso dinanzi a chi abita il mio sogno
di bambino?
Chiederanno: chi è l’ospite straniero
e indiscreto? Potrò parlare
di pace e guerra tra vittime e vittime
dei martiri, senza frasi incidentali?
O mi diranno: Non c’è posto per due sogni
in un solo letto?

(Né io né lui
ma lui è un lettore che si interroga su quel che
dice la poesia al tempo del disastro.)

Sangue
e sangue,
e sangue
nella tua terra.

Nel mio nome e nel tuo nome, nel fiore
di mandorlo, nella buccia di banana, nel latte
del bambino, nella luce e nell’ombra,
nel chicco di grano, nella scatola del sale/
Cecchini implacabili colpiscono i bersagli
perfettamente.
Sangue,
e sangue,
e sangue …
Questa terra è più piccola del sangue dei suoi figli
offerte innalzate sulla soglia della resurrezione.
Questa terra è veramente
benedetta o battezzata
dal sangue,
e sangue,
e sangue
Non lo asciugano né le preghiere né la sabbia.
Non c’è giustizia nelle pagine del Libro sacro
che basti a dare ai martiri la gioia di andare (10)
liberi sulle nuvole. Sangue, di giorno.
Sangue nelle tenebre. Sangue nelle parole.
Dice: la poesia ospita la perdita
rete di luce risplende nel cuore di chitarra (11)
o Cristo su una giumenta insanguinato di belle
metafore. Cos’è il bello, se non presenza
del vero nella forma?

In un mondo senza cielo, la terra si trasforma
in abisso. E la poesia è un dono del conforto
una delle qualità dei venti del nord e del sud.
Non descrivere quello che la cinepresa rivela delle tue ferite
Grida per sentire te stesso, grida per sapere
che vivi, che sei ancora vivo, che la vita
su questa terra è possibile. Inventa una speranza
per le parole. Crea un punto cardinale o un miraggio (12)

che alimenti la speranza
e canta, perché libertà è bellezza/
Dico: la vita definita
dal contrario della morte … non è vita! (13)

E dice: vivremo, anche se la vita ci abbandonasse
alla nostra sorte. Siamo i signori delle parole
che rendono eterni i loro lettori -
come direbbe il tuo geniale amico Ritsos / (14)

E dice:se morirò prima di te
ti affido l’impossibile!
Chiedo: è lontano?
Dice: la distanza di una generazione.
Chiedo: e se io morissi prima?
Dice: consolerò i monti della Galilea
e scriverò: “il bello è accostarsi all’adeguato”. E adesso,
non dimenticare:
se morirò prima di te, ti affido l’imposssibile!.

Quando lo visitai nella nuova Sodoma
nell’anno duemiladue, resisteva
alla guerra di Sodoma contro la gente di Babilonia
e al tumore insieme.
Era come l’ultimo eroe epico,
difendeva il diritto di Troia
alla sua parte di storia./

Un’aquila dice addio alla vetta in alto
in alto,
annidarsi sull’Olimpo
e al di sopra delle vette
provoca noia.

Addio
addio, poema del dolore!
2003

Da Ka-zahratu ‘l-luz aw ab’ad (Come il fiore di mandorlo e oltre), Beirut, Riad el-Rayyes Books, 2005, terza edizione 2009, Cap. VIII, Esilio 4*. pp. 179-197. Tradotta in italiano da Francesca Maria Corrao nella raccolta M. Darwish, La mia ferita è lampada ad olio, De Angelis editore, Avellino, 2006, pp. 109-117
*Cap. VIII, Esilio 4, perché il libro Come il fiore di mandorlo e altro, è diviso in 8 capitoli (I, Tu; II, Lui; III, Io; IV, Lei; V, Esilio 1; VI, Esilio 2; VII, Esilio 3; VIII, Esilio 4).

Note

1) una cosa curiosa: quando recita (QUI dove è la prima lettura, si attiva automaticamente come si entra nella pagina, e QUI) la poesia invece di meno ostinato dice “meno matto
2) Avevo delle incertezze sulla parola senso che in italiano ha, come sappiamo tutti, due significanti: senso come sensoriale e senso come significato. Ero curiosa di sapere quale fosse la traduzione esatta. Ho chiesto aiuto e dunque cercando sul vocabolario arabo-italiano ….la radice della parola رؤيا vuol dire: pensare, considerare, esaminare, giudicare …. quindi senso sì, ma come pensiero:
insieme abbiamo detto: / e se il tuo passato fosse esperienza / fa’ che il domani sia pensiero e visione!
3) letterale: dove la mano dell’ipotesi è bianca come la coscienza di un narratore
4). letterale: Sopra gli ostacoli.
5) letterale: ho una lingua celestiale che dialoga con Gerusalemme
6) letterale: trova sedie per tutti
7) letterale: con il latte delle nuvole
8)  Un quartiere di Gerusalemme
9) il sentiero del latte andrebbe tradotto la Via lattea.
10) letterale: la gioia di camminar in libertà sopra le nuvole.
11) letterale: un filo di luce brilla nel cuore delle chitarre

12) Parole è letteralmente per parlare. E il punto cardinale è la meta.

13) letterale: se uno vive solo per non morire non è vita.

14) è il grande poeta greco Yiannis Ritsos.
Post pubblicato su georgiamada spliner il 14 gennaio 2010 e riproposto l’8 gennaio 2011.


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