Archive for the ‘stampa’ Category

Franco Marcoaldi intervista Cecchi, Celati, Caramore e Dondero

18 agosto 2014

Carlo Cecchi

Una serie di bellissime interviste di Franco Marcoaldi su Repubblica.
Le prime 4 a Carlo Cecchi (15 agosto), Gianni Celati (13 agosto) Gabriella Caramore (11 agosto, anche QUI) e Mario Dondero (9 agosto).
Vi posto quella a Carlo Cecchi, interessante e anticonformista come sempre. 
A chi interessasse puo leggersi La dodicesima notte QUI, purtroppo la traduzione non è quella bellissima di Patrizia Cavalli (geo)

Le battaglie sono finite Combattere è inutile
“Il Valle? Avrei voluto vedere cosa sarebbe successo in Francia se avessero occupato l’Odéon”
“L’omicidio di Pasolini è stato il prologo di orrori futuri conclusi con Moro. E dopo? Tutto rimosso”
Franco Marcoaldi

DA UOMO che di teatro e grazie al teatro vive, Carlo Cecchi sembra come rigenerato, pieno d’energia e vitalità, dopo aver messo in scena La dodicesima notte di William Shakespeare che ha debuttato al Teatro romano di Verona. In un tempo in cui tutti gli artisti, compresi i teatranti, sono letteralmente ossessionati dal consenso, Cecchi ha il vantaggio di guardare le cose di questo mondo con aristocratico distacco. Anche se questo non gli impedisce, come è ovvio, di gioire e molto per i risultati felici. «È stato un piccolo miracolo», dice.
«Tutto ha funzionato a meraviglia: i giovani e giovanissimi ragazzi della compagnia; la bellissima traduzione di Patrizia Cavalli, le musiche di Nicola Piovani, i costumi di Nanà Cecchi. Quando è così, il teatro mostra la sua suprema forza; oggi ancora più grande di ieri, direi. Perché finalmente sul palcoscenico accade qualcosa di reale, che ci strappa via da quel cancro assoluto e irreale rappresentato dall’informazione, la comunicazione, la rete. Sarò anche uno snob: ma faccio notare che il teatro è l’unica forma espressiva che sfugge alla trappola di internet. Sì, possono fare un video tratto da uno spettacolo e mandarlo in rete, ma questo non è teatro. Perché il teatro accade solo lì, in quella precisa unità di tempo e di spazio».

Forse le toglierò in parte questo suo buon umore, ma vorrei sapere cosa pensa della vicenda del Valle occupato.
«Che si trattasse di una cosa vergognosa l’ho capito da subito. Gli occupanti mi cercavano e così, un certo giorno, sono andato a incontrarli. Erano due maschi un po’ depressi e una femmina molto parlante. Dicevano cose da pazzi, soprattutto lei. Quali sono i vostri progetti? chiedo. E lei, senza batter ciglio, anzi con un certo sussiego: faremo in modo che il Valle diventi per la drammaturgia italiana quello che il Royal Court è per la drammaturgia inglese. Ora, dal ‘56, quindi da Look Back in Anger in avanti, il Royal Court produce e pubblica, con un ritmo crescente, una media di venticinque novità all’anno. E tra questi titoli ci sono tutti i più grandi: da Pinter e Stoppard fino a Sarah Kane. Capisci, e il Valle avrebbe fatto lo stesso per la drammaturgia italiana… Va buo’… Mi dicono ora che la ragazza parlante abbia fatto una brillante carriera, in qualche settore del Partito, o del Comune».

Il Comune, appunto. Come giudica il comportamento delle istituzioni?
«Per lungo tempo il Comune si è mosso secondo una logica di basso cinismo e bieca stupidità: meglio così, si saranno detti. Se il Valle fosse libero, dovremmo gestirlo noi: pensa che rogna…E anche adesso, in apparenza rinsaviti, che fanno? Riconoscono comunque il “valore artistico” di quell’esperienza. Ma dico io: un teatro tra i più belli d’Italia, il più antico di Roma, dove hanno cantato i più grandi cantanti e recitato i più grandi attori, finito in mano a una banda di pappagalli. Anche stranieri, aggiungo — che hanno applaudito a questo straordinario “evento”, pensa tu, del teatro occupato. Vorrei vedere se ai francesi gli occupassero l’Odéon o ai tedeschi il Berliner Ensemble. E io dovrei perdere le mie energie dietro a loro? No grazie, ho di meglio da fare. Anche se si trattasse di un nulla da fare».

Vuol dire che ha deciso di chiamarsi fuori? Non pensa che sia comunque giusto condurre a viso aperto la propria battaglia?
«Io non faccio nessuna battaglia e non mi chiamo affatto fuori. Ho un legame profondissimo con questo paese. Avendo avuto la fortuna di nascere qui, ho sviluppato una speciale sensibilità verso la bellezza, in tutte le sue forme. Anche se la parola “bellezza”, ormai, è sputtanata, inutilizzabile. E poi ho un legame profondo con la mia lingua. Io recito. E recito in italiano. Amo enormemente il teatro e per farlo utilizzo uno strumento che è il mio corpo, che però si esprime verbalmente in italiano. Questa è la mia unica battaglia, anzi è Mein Kampf! Di certo non partecipo al cosiddetto dibattito culturale, anche perché non mi pare ci sia alcun modo per azzardare orizzonti diversi da quelli imperanti».

In passato forse non era così. Un articolo di Pasolini sulla scuola o l’aborto smuoveva qualcosa. La sua parola incideva sul contesto circostante.
«È per lo più un’illusione retrospettiva. Ha inciso sì, ma solo nel senso che l’ha condotto alla morte: per se stesso, ha inciso. L’orribile omicidio di Pasolini ha rappresentato il prologo di orrori futuri, conclusi con il sequestro e l’assassinio di Moro… E dopo questo periodo terrificante, che cosa è successo? Tutto rimosso, è arrivata la Milano da bere e sono i arrivati i ministri che scrivevano i libri sulle discoteche. Poi, a seguire, grazie al capolavoro del Cavaliere, la presupposta opposizione ha dato luogo a un processo di assimilazione mimetica con il presupposto avversario. Ce lo dimentichiamo troppo spesso, ma il guaio principale di questo paese è culturale, prima che politico».

E si è progressivamente imposto un hegelismo d’accatto: il reale è razionale. Dunque è inutile perdere tempo immaginando altri scenari, altre possibili realtà.
«Ma questo è un problema che riguarda l’intero occidente. Prendiamo, di nuovo, l’esempio del teatro. A Parigi gli spettacoli francesi ti fanno cadere le braccia. Le uniche cose interessanti arrivano da altri luoghi, estranei alla tradizione occidentale: vengono dal Sud Africa, dall’Afghanistan, dalla Palestina… È come se la vitalità europea si stesse spegnendo. E siccome l’Italia rappresenta da sempre un rivelatore particolarmente sensibile dello stato di salute europeo, noi siamo in pole position. Sia nei momenti alti, che nella frana attuale».

E allora dove cercare alimento per la propria esistenza?
«Altrove. Ad esempio in società più vitali, dove l’effetto di spiazzamento risulti più forte. Ricordo il meraviglioso riposo mentale avvertito in Iran grazie alla totale assenza di pubblicità, in ogni sua forma. Una vera e propria ecologia della mente, che si è ripetuta poi nel Camerun. Per sgomberare il campo dalle infinite tossine che ci affliggono bisogna cambiare scenario. Il teatro in fondo, con altre modalità, questo rappresenta. Perché consente di rianimarsi, di risvegliarsi alla vita. A Verona, durante lo spettacolo, il pubblico non era soltanto plaudente, ma grato. Quasi dicesse: ma allora esiste un altro modo di respirare!»

E di immaginare.
«Perciò Shakespeare è così attuale. Non perché nostro contemporaneo, ma perché incarna il trionfo dell’immaginazione. Lo si scopre giorno dopo giorno, lavorando dentro i suoi testi. È un autore totalmente privo di didascalie, ma più scavi e più scopri che le didascalie sono direttamente nel testo. Gli attori stessi dicono come va recitata una certa scena o una certa battuta. L’ennesima dimostrazione che l’arte tutta, ma Shakespeare in massimo grado, ci avvicina alla realtà più profonda, nascosta, che si può conoscere soltanto attraverso l’immaginazione. E questo tesoro, malgrado tutto, non andrà perduto».
Repubblica,15 agosto 2014, p. 39.

Contratto sessuale assessore e segretaria? Tutto falso!

27 marzo 2014

Otto e mezzo, 14 marzo 2014

Riguardo al malcostume dei giornalisti, dei normali quotidiani, di gonfiare ad effetto le notizie, soprattutto quelle scandalistiche (politica e sesso), e di mettere tra virgolette frasi che nessuno ha mai detto, vi segnalo la vicenda di Lucia Zingariello, ex-segretaria dell’assessore abruzzese De Fanis, di cui tutti avrete a suo tempo letto.
La notizia, sui media, era che la segretaria veniva aobbligata a fare sesso con l’assessore in base ad un contratto e a 3000 euro al mese, e la notizia veniva data (o meglio urlata) con tanto di frasi virgolettate del tipo: “Mi obbligava a fare sesso” (Repubblica 19 marzo e Repubblica 20 marzo 2014)
Beh sembra sia tutta una balla.
La storia vera raccontata da Lucia Zingariello a Otto e mezzo in questa puntata del 14 marzo 2014.
Interessanti come sempre le osservazioni di Lorella Zanardo
Oggi a rileggersi  i due articoli di Repubblica di allora fa davvero impressione

- Giuseppe Caporale, “Farai sesso con me una volta a settimana”. Il contratto shock tra assessore e segretaria
Abruzzo, trovato in una perquisizione. De Fanis, responsabile per la cultura alla Regione, è agli arresti per tangenti. “Lui era ossessionato da me, mi ha costretto, non ho potuto rifiutare”. Le prestazioni venivano pagate con un forfait di tremila euro al mese, Repubblica, 19 dicembre 2013
Giuseppe Caporale, “Mi obbligava a fare sesso”. Ecco il contratto hard tra l’assessore e la segretaria
Spunta il foglio firmato dal politico abruzzese Luigi De Fanis in cui promette soldi alla sua collaboratrice in cambio di incontri erotici quattro volte al mese. Lui sigla il documento poi lo butta, ma la donna lo recupera dal cestino e lo consegna agli inquirenti assieme all’assegno, Repubblica, 20 gennaio 2014.

pagina99, numero uno, titoli rossi e minuscoli

11 febbraio 2014

pagina99, p 13

Oggi è in edicola il primo numero cartaceo  di pagina99 (QUI twitter) ha il colore rosato dei giornali di economia, il piglio dei giornali politici, la classe dei grandi giornali.
I titoli sono rossi e in caratteri tutti minuscoli, a p. 13 ne spiegano il perché.
Beh l’unico consiglio che posso darvi è di andare in edicola a comprarlo subito, è sempre una grande emozione quando nasce un bel giornale.

pagina 99 numero 1, 11 febbrio 2014

Casalino e la vendetta trasversale

6 febbraio 2014

Sulla Repubblica del 4 febbraio 2014, p. 4, viene pubblicata una ridicola intervista a  Rocco Casalino (Responsabile del M5s per la comunicazione coi media al Senato della Reppublica) che, alla domanda fatta dalla conduttrice di Invasioni Barbariche  sul padre, ad Alessandro Di Battista, aveva risposto con una volgarissima e indegna vendetta trasversale, contro Daria Bignardi, usando Luca Sofri.
A parte il fatto che ambedue le domande (quella di Daria Bignardi e la successiva vendetta di Casalino) sono giornalisticamente  sbagliate e soprattutto di cattivo gusto (da giornalismo provinciale gretto e petteGOLOSO che picchia sul personale). A parte questo io credo che le due domande siano incomparabili ancora di più di una macchina da cucire e di un ombrello su un tavolo operatorio.
Vittorio Di Battista nell’intervista alla zanzara del 7 settembre 2010 (intervista riesumata appositamente e non “di giornata” come scriveva un po’ infingardamente Jop Toni sull’Unità del 4 febbraio) si presenta LUI stesso come fascista, orgoglioso di esserlo, se ne fa un vanto, cosa del tutto legittima perché non era di un partito clandestino o terrorista e razzista, era del partito di Fini, un partito della Repubblica italiana e pure governativo e Fini era allora presidente della Camera,  quindi, tutto sommato, io non ci vedo nulla di strano a domandare a un parlamentare che finge di essere di sinistra mentre ha spesso espressioni e atteggiamenti di destra o addirirttura inconsapevolmente fascisti (come scrive, anche QUI, e dice Corrado Augias), non ci vedo nulla di terribile a domandare se gli creava problemi l’appartenenza del padre alla destra, ripeto è solo una domanda petulante e maldestra, ma non estranea al giornalismo provinciale di casa nostra.  Tra l’altro Alessando Di Battista ha dato una risposta impeccabile e mi sembra che la cosa si fosse chiusa a tutto suo vantaggio.
La domanda a me personalmente NON è piaciuta (come non mi piacciono la maggior parte delle domande che fanno i giornalisti italiani) ma poteva starci all’interno di una trasmissione italiana mediocre come ce ne sono tante.
Invece la vendetta da Stanza del Grande fratello di Rocco Casalino (che credeva di avere una “amica” nella ex conduttrice del grande fratello e invece è rimasto deluso da non aver avuto un trattamento di favore e per questo si è voluto volgarmente vendicare della conduttrice) è una cosa infantile e rozza in pieno stile Libero e Giornale e ci fa vedere, se ancora ce ne fosse bisogno, che spessore abbiano alcuni del M5s (parlo dei responsabili della comunicazione e non di tutti i parlamentari) nel loro fare politica da retrobottega.
Sono due domande incomparabili perché, mentre Vittorio di Battista, a torto o a ragione, è orgoglioso delle sue idee, Adriano Sofri si è sempre proclamato innocente e soprattutto NON ha mai ucciso nessuno. Malgrado questo ha le sue colpe (che purtroppo sono di una intera generazione), ma ha anche scontato, a differenza di molti altri, una condanna che non meritava in quelle dimensioni e si è fatto anni di galera con una dignità rara, senza mai vittimizzarsi o piagnucolare pietisticamente come fanno molti quando mettono in atto il loro continuo chiagne e fotte.
La vendetta di Casalino (un metodo Boffo a cinque stelle) non era contro Adriano Sofri (troppo abissale la distanza intellettuale tra i due), ma era, trasversalmente, contro LucaSofri per colpire la conduttrice che NON si era piegata alle sue (di Casalino) precedenti direttive. Perlomeno questo si desume  Dall’intervista.
Come se non bastasse il contenuto della lettera aperta, postato nel blog di grillo, è accompagnato da un video che riporta in copertina Luca Sofri e Daria Bignardi. Mentre se clikki il video il link ti rimanda alla trasmissione di Minoli, La storia siamo noi, alla puntata che parla del caso Calabresi dove naturalmente NON sono presenti nessuno dei due della fotografia. Questo è un sistema inaccettabile ma molto diffuso in rete. La rete DEVE rimanere libera, ma è anche necessario che la rete critichi sempre atteggiamenti di tale portata. Il web nel suo complesso è ben altra cosa e il blog di beppe grillo ne è solo una parte infinitesimale e non certo delle migliori.

Il Fatto: Ecco chi paga Renzi

1 febbraio 2014

Fatto quotidiano 1, febbraio 2014,p. 1

Oggi la prima pagina del Fatto quotidiano annuncia un articolo di Davide Vecchi dal titolo ad effetto: Ecco chi paga Renzi. L’articolo non è presente nel sito del Fatto¹, ma già circola in rete, ve lo copio incollo. In realtà dice cose quasi tutte già note. Ma messe una dietro l’altra, soprattutto dopo il volgare blitz sulla legge elettorale dal nome inquietante di italikum,  fa una certa impressione. Fa impressione soprattutto sapere che colui che ha dettato la legge elettorale, che Renzi ora ci sta imponendo con il ricatto del prendere o lasciareDenis Verdini, è un finanziatore della prima ora della scalata di Matteo Renzi, già dai tempi della provincia. Ora che il berlusconiano doc Denis Verdini  finanzi fin dall’inizio un candidato del pd è abbastanza inquietante anche per i meno sospettosi.
Beh, leggete l’articolo.
Il blogger da cui ho preso l’articolo ha aggiunto una satira finale: un audio dal titolo Donne è arrivato il renzino, e il nardellaio.
Note
1) Ora, alle 18,34, è presente anche nel sito con il titolo I misteri del tesoro di Matteo Renzi, quattro milioni e associazioni opache. (georgia)

Ecco chi paga Renzi
La vera storia dell’intreccio di fondazioni e società su cui il leader Pd ha costruito la sua scalata dalla provincia al potere nazionale. Sponsor anonimi, l’aiuto di Verdini e la regia della trimurti dei fedelissimi Carrai, Boschi e Bianchi. I bilanci delle associazioni segrete con cui ha raccolto 4 milioni in cinque anni. E le uscite molto superiori alle entrate
Davide Vecchi – inviato a Firenze

Tutto in cinque anni. Dal 2009 a oggi. Tanto è durata la scalata al potere di Matteo Renzi che da assistente di Lapo Pistelli, poi insediato nel 2004 dalla coalizione di centrosinistra alla guida della Provincia di Firenze, è riuscito a sfidare tutti. Centrodestra e centrosinistra. E a vincere. In cinque anni Renzi è riuscito a sostenere quattro campagne elettorali. Due nel 2009 (primarie e amministrative a Firenze), una nel 2012 e un’altra nel 2013, entrambe per la segreteria del Pd. Il tutto senza sostegno economico da parte del partito, rimborsi elettorali né fondi pubblici.

QUI la vignetta animata

La coppia dei fund raiser Bianchi & Carrai
Come ha finanziato la sua attività politica? Attraverso quali canali è riuscito a creare un tale consenso in appena cinque anni? Qualcuno lo ha aiutato a costruire il suo bacino elettorale? E come? Nel tentativo di rispondere a queste domande abbiamo ripercorso a ritroso l’ascesa del rottamatore, arrivando al 2007. Abbiamo individuato associazioni, società, comitati e rapporti (alcuni finora sconosciuti) che ruotano attorno a Renzi come l’universo copernicano attorno al sole. Al suo fianco solo due pianeti: Marco Carrai e Alberto Bianchi.
Il primo sin dal 2007, il secondo dal 2009. Sono i fund raiser, i “raccoglitori di soldi”. E sono bravi, perché complessivamente hanno messo insieme oltre quattro milioni di euro per coprire le spese della corsa alla guida del Paese del loro amico Matteo Renzi. Bianchi e Carrai oggi fanno parte del consiglio direttivo della Fondazione Open, cioè l’evoluzione della Fondazione Big Bang a cui lo scorso novembre è stato cambiato nome e composizione: Renzi ha azzerato il vecchio consiglio, confermando solo Bianchi e Carrai, inserendo Luca Lotti e Maria Elena Boschi, nominando quest’ultima segretario generale. Nel 2013 la fondazione ha raccolto 980 mila euro di donazioni, 300 mila euro in più rispetto all’anno precedente. Nel 2012 aveva chiuso il bilancio con una perdita di 535 mila euro dovuta a debiti ancora da estinguere e, stando ai resoconti che il Fatto ha potuto leggere, nel corso del 2013 la perdita si è assottigliata a poco più di 300 mila euro e le entrate sono aumentate del 30 per cento. Prima la Fondazione Big bang non esisteva, è stata fondata il 2 febbraio 2012 dall’allora presidente Carrai di fronte al notaio Filippo Russo.

La fideiussione e il mutuo della Festina Lente
Negli anni precedenti l’attività politica di Renzi passa attraverso due associazioni: Link e Festina Lente, di cui nessuna comunicazione è mai stata data. Non hanno mai avuto siti internet né rendicontazione pubblica. Praticamente sconosciuta in particolare la Festina Lente. Anche qui figurano Carrai e Bianchi. Fondata nel giugno 2010 cessa le sue attività di fund raising nel maggio 2012. L’ultimo evento che organizza è una cena di raccolta fondi per Renzi nel gennaio 2012 al Principe di Savoia di Milano. Raccoglie 120 mila euro e ha ancora all’attivo circa 40 mila euro. Questa associazione è citata solamente una volta: nel resoconto delle spese elettorali sostenute da Renzi per le amministrative del 2009. Il comitato dell’allora candidato sindaco dichiara di aver speso 209 mila euro, 137 raccolti tra i sostenitori e gli altri 72 mila euro che mancano all’appello coperti da un mutuo acceso e garantito dalla Festina Lente. Mutuo concesso dalla banca di credito cooperativo di Cambiano (presieduta dal potente sostenitore Paolo Regini e usata anche per le ultime primarie) con a garanzia una fidejussione firmata da Bianchi. È il maggio 2009 e la Festina Lente nasce solo l’anno successivo. Si fa carico del mutuo e lo estingue immediatamente accendendone però un altro (oggi in via di rimborso) per avviare le attività di fund raising. Complessivamente però questa associazione organizza solamente due eventi, oltre alla cena milanese, in due anni.

Da dove sono arrivati i 750 mila euro di Link?
Ben più attiva la Link. Nasce nel 2007, quando Renzi era presidente della Provincia di Firenze.
Con il solito Carrai nell’atto costitutivo figurano buona parte di quelli che ancora oggi sono al fianco del rottamatore. C’è Lucia De Siervo, direttore della cultura ed ex capo segreteria di Renzi, figlia di Ugo, presidente della Corte Costituzionale, e moglie di Filippo Vannoni, presidente di Publiacqua. C’è poi Vincenzo Cavalleri, ora direttore servizi sociali di Palazzo Vecchio e Andrea Bacci, oggi presidente della Silvi (società pubblica partecipata dal Comune), intercettato nel dicembre 2008 al telefono con Riccardo Fusi (ex patron del gruppo Btp condannato a due anni in primo grado per i lavori alla Scuola marescialli e imputato per il crac del Credito cooperativo fiorentino di Denis Verdini e indagato per bancarotta fraudolenta) per organizzare un viaggio in elicottero a Milano per Renzi. Poi però saltato. Per ben due volte. Infine, a firmare l’atto costitutivo della Link, c’è anche Simona Bonafè, ex assessore oggi onorevole e il presidente Marco Seracini. L’associazione ha la propria sede in via Martelli civico 5, dove poi nascerà la fondazione Big Bang. I primi due anni di vita chiudono con un resoconto finanziario in avanzo di 22 mila euro, a fronte di una raccolta complessiva di circa 200 mila in 24 mesi. Tutt’altra musica nel 2009, anno delle primarie e delle amministrative, quindi fondi che vanno ad aggiungersi a quelli dichiarati dal Comitato. Link spende 330 mila euro e chiude con una perdita di 154 mila.
Che viene in parte appianata nel 2010 attraverso erogazioni liberali ricevute per 156.350 euro e in parte nel 2011, ultimo anno di vita dell’associazione Link che termina la sua esistenza con una perdita di 3.500 euro. Complessivamente questa associazione raccoglie e investe nell’attività politica di Renzi circa 750 mila euro. Da dove arrivano queste “erogazioni liberali”? Abbiamo cercato per giorni inutilmente il presidente Marco Seracini sia nel suo studio, dove venne registrata l’associazione, sia al cellulare. Ci siamo rivolti a Carrai che pur rispondendo molto gentilmente al telefono e rendendosi inizialmente disponibile a incontrarci, ha poi preferito non rispondere né in merito alla Link né ad altro. Cavalleri, infine, ha risposto. Al telefono, non alle domande sui donatori dei quali, ha detto, “non so niente”. Però ci ha spiegato che “l’associazione è una delle scatole a cui ho partecipato, non ho molte informazioni, non ho mai neanche partecipato agli incontri che organizzava”. Che tipo di incontri? “Raccolta fondi ma non solo, non faceva attività politica però, erano incontri sociali diciamo”. Sociali? “Sì, eventi promozionali per diciamo sviluppare le idee di cui Renzi era portatore”. E cene elettorali? “Non ricordo”.

L’amico Verdini, quando la destra era d’aiuto
Nel 2009, dopo aver vinto le primarie, Renzi partecipò ad alcune iniziative organizzate anche da Denis Verdini, all’epoca coordinatore regionale di Forza Italia e oggi colui che deve scegliere il candidato sindaco da contrapporre a Renzi per le prossime amministrative di maggio. Nel 2009 l’allora rottamatore sedette al tavolo d’onore insieme a Verdini e consorte alla festa de Il Giornale della Toscana. Presenti tutti i parlamentari forzisti dell’epoca: Mazzoni, Parisi, Bonciani, Amato e altri. E mesi dopo partecipò a un evento organizzato dalla signora Verdini, Maria Simonetti Fossombroni. Molti del Pdl ricordano inoltre che la scelta di candidare sindaco nel 2009 l’ex calciatore Giovanni Galli fu considerato un “regalino” al giovane prodigio Renzi. Che lo asfaltò. Verdini non ha mai negato la propria simpatia per il rottamatore. Dal centrodestra sono mai arrivati fondi alle associazioni di Renzi? Gentile e disponibile quanto Carrai si dimostra anche Alberto Bianchi, che come Carrai alla domanda non risponde. Da dove arrivano i fondi e come ha coperto il mutuo Festina Lente? E come è riuscito ad appianare il debito della Fondazione e a raccogliere il 30 per cento in più l’anno successivo? Neanche a queste domande riceviamo risposte. Una cosa è certa: l’imprenditore e l’avvocato fanno benissimo il loro lavoro di fund raiser. Sempre dall’ombra, mai in prima fila.

La società di Carrai e i lavori di Eataly a Firenze
Meno si parla di loro meglio è. Per dire: la cena di finanziamento di Renzi a Milano nell’ttobre 2012 che passò come un evento organizzato da Davide Serra in realtà è stata opera esclusiva di Carrai. L’amico di Renzi mal sopporta la pubblicità, i suoi interessi sono nel privato. Ha affiancato Renzinel 2009 solamente per tre mesi.
Oggi è, fra l’altro, presidente di Aeroporto Firenze, della C&T Crossmedia,della Cambridge Management Consulting e della D&C, mentre giovedì ha lasciato la carica di amministratore delegato della Yourfuture srl. Inoltre è socio dell’impresa edile di famiglia Car.im, società che ha realizzato la trasformazione della storica libreria fiorentina Martelli in un negozio Eataly, proprio davanti alla sede della Fondazione Open. Ma certo, sono affari privati.
Il Fatto Quotidiano, 1 Febbraio 2014, pp. 1, 5

Pagina99 e Ford Madox Ford

10 gennaio 2014


open the book to page ninety-nine and the quality of the whole will be revealed to you“.
(ford madox ford)

L’ex a.d. di Internazionale lancia il nuovo quotidiano
Debutta Pagina99
Investimento da 1,5 mln di euro
DI MARCO A. CAPISANI

Pagina99 debutterà a inizio della settimana prossima come sito web di attualità. Entro la fine del mese lancerà l’omonimo quotidiano cartaceo di 16-24 pagine e, in contemporanea, anche l’edizione del week-end con una foliazione di 56-64 pagine. Completeranno il sistema della nuova testata diretta da Emanuele Bevilacqua, Roberta Carlini (ex Manifesto) e Jacopo Barigazzi (ex Linkiesta) le edizioni digitali per smartphone e tablet.
Con un investimento per la start-up di circa 1,5 milioni di euro, a pubblicare la nuova testata sono lo stesso Bevilacqua, fino a un paio di mesi fa a.d. del settimanale Internazionale (e prima ancora amministratore del manifesto), Guido Paolo Gamucci, manager della finanza tra i creatori in Italia del fondo Permira (quello che ha venduto il marchio Valentino all’emiro del Qatar), e Mario Cuccia, un passato da dirigente nel gruppo Allianz (nessun legame di parentela con Enrico Cuccia, fondatore di Mediobanca). I tre soci sono riuniti nell’editrice Finam Media. Prossimamente non è esclusa una ricapitalizzazione, ma senza l’ingresso di ulteriori azionisti.
«Pagina99 è un laboratorio di giornalismo», spiega a ItaliaOggi Bevilacqua.
«Ci occuperemo di economia e cultura per filtrare, analizzare la realtà. Sappiamo bene quale è oggi la situazione del mercato editoriale in Italia. Puntiamo a uno spazio di nicchia, cercando di coinvolgere il lettore che ha un tasso medio-alto di curiosità. Tra carta e digitale, vogliamo stabilizzarci progressivamente a quota 7-8 mila copie. E, se ce la faremo, lo capiremo nel giro di tre mesi».
Il giornale costerà 1,5 euro, il suo numero per il fine settimana (in uscita in edicola sia Emanuele Bevilacqua il sabato sia la domenica) sarà a 3 euro, «Il quotidiano di carta servirà a dare identità e visibilità forti alla testata», precisa Bevilacqua. «Inizialmente peserà maggiormente la diffusione cartacea, in un secondo momento quella digitale. In particolare, il numero del quotidiano che uscirà nel week-end sarà soprattutto di lettura. Il nome Pagina99 nasce dal consiglio dato ai lettori dallo scrittore britannico Ford Madox Ford (1873-1939, ndr) di aprire a pagina 99 qualsiasi libro per capirne la qualità. Inoltre, il termine pagina vale sia per la carta sia per il web, la doppia anima che costituisce questo giornale giornale. Così come sono due i temii di cui ci occuperemo: economia e cultura». A curare la grafica di Pagina99 è Riccardo Falcinelli, grafico editoriale che ha lavorato tra gli altri per Einaudi e Minimum Fax.
Italia Oggi, 10 gennaio 2014, p.1, 23

Pagina 99, una nuova avventura quotidiana

8 gennaio 2014

- Fondazione Luigi Pintor
Pagina facebook di Fondazione Pintor (pagina dove si trovano spesso i corsivi di Valentino Parlato)
I Nuovi Corsivi di Valentino Parlato
Pagina 99.
Aspettando Pagina 99.
Pagina 99 twitter.
Pagina 99 facebook.
Emanuele Bevilacqua Twitter .
Roberta Carlini twitter.
Jacopo Barigazzi twitter.

Sembra una cosa davvero ottima
Sta nascendo un nuovo quotidiano Pagina 99 diretto da Emanuele Bevilacqua, Roberta Carlini e Jacopo Barigazzi, ne da notizia sia il sito omonimo  che la pagina facebook della fondazione Pintor .
Da dove viene il nome? Dalla pagina 99 di On the road: “e fu allora che cominciò la mia avventura” (Kerouac, Sulla strada, pag. 99) (georgia)

IL QUOTIDIANO DIRETTO DA EMANUELE BEVILACQUA, ROBERTA CARLINI E JACOPO BARIGAZZI
Un laboratorio di giornalismo che vuole innovare linguaggi, modi e pratiche, destinato a chi vuole cambiare le cose a partire dall’informazione.
È il progetto di pagina99, un ecosistema di informazione costruito con data editor che controllano l’affidabilità dei numeri, processi di verifica incrociata delle notizie, forte coinvolgimento dei lettori e tecnologie per personalizzare la fruizione.
Affidabilità, trasparenza e qualità sono infatti gli obiettivi di un prodotto giornalistico rivolto a un pubblico esigente, impegnato e sulle cui capacità critiche faremo affidamento. Perché appunto di un laboratorio si tratta, di un piccolo giornale dove si ricerca e si sperimenta, di un prodotto che nascerà in varie fasi cercando di seguire le esigenze dei lettori. Il giornale punta all’Italia del lavoro, della ricerca, della produzione e della cultura.
È finanziato da Finam Media, società fondata da Emanuele Bevilacqua, giornalista, editore, fino al 2013 amministratore delegato di Internazionale; Mario Cuccia, manager con lunga esperienza nel settore bancario e assicurativo che qui investe a titolo personale; Guido Paolo Gamucci, investitore privato molto impegnato nel finanziamento delle start up in rete.
Il sistema prevede quattro canali:
a) un sito web che fornirà gliaggiornamenti e gli approfondimenti in un nastro continuo, b) un quotidiano cartaceo dal martedì al venerdì con una foliazione agile di 16 pagine, c) un’edizione weekend al sabato di 56/64 pagine d) un’edizione per tablet e smartphone.
pagina99 utilizzerà l’economia e la cultura come filtro per leggere l’attualità e le notizie.
Concentrerà le sue inchieste sulle rendite, le lobby, le diseguaglianze e tutti quei fattori che frenano sviluppo, creatività e redistribuzione e più in generale cristallizzano una società sempre meno democratica e sempre meno giusta; lancerà una gara di idee su quel che si può fare per rompere l’immobilismo italiano a tutti ilivelli; aprirà le sue pagine al mondo con curiosità e profondità. Il tutto con la partecipazione di una community che speriamo vastissima, e che cominciamo a costruire qui, a piccoli passi.
Sarà diretto da Emanuele Bevilacqua, Roberta Carlini e Jacopo Barigazzi.
Fondazione Luigi Pintor, 7 gennaio 2014.

2014. Vorrei una e-agenzia di stampa

3 gennaio 2014

2014

A me è presa una botta di ottimismo, la solita irrazionale gioia per un anno brutto che si chiude e la speranza che possa essere migliore quello nuovo.
Il 2014 NON POTRA’ CHE ESSERE MIGLIORE DEL PRECEDENTE visto che nel 2013 abbiamo toccato il fondo.

Nel 2014 io vorrei che nascesse una e-agenzia di stampa libera democratica e aperta a tutti.
Nel 2013 la rete, quel fenomeno-mondo che sembrava solo meraviglioso, democratico e in continua espansione è invece diventato solo una sentina di insulti, una gigantesca gabbia di rabbia impotente e frustrante, un immobilismo accidioso, chiuso nel rito egotico delle pagine facebook e dei micro messaggi di twitter.
il vero protagonista (in negativo) è stato il blog-mega-fogna di beppe grillo, incapace, sia nella forma che nel contenuto, di immettere in rete contenuti intelligenti e originali, ma nello stesso tempo capace (in questo sì potente) di asfaltare al ribasso tutta la “cultura” di rete e, ancora peggio, la cultura politica.
La rete informativa (questa era la vera rivoluzione) si è ristretta come la famosa Pelle di zigrino. Tutta la stampa on line è ormai quasi tutta a pagamento. E, sinceramente, senza l’apporto del tanto disprezzato cartaceo la rete sembra immiserirsi, incapace, da sola, di far circolare vere idee e vera cultura.
Non so cosa salverei in rete del 2013, forse niente.
Sicuramente (a mia insaputa) ci sono state cose formidabili ma non circolano più se non in uno spazio ristretto.
Forse la rete necessiterebbe di una vera fonte informativa autonoma, in proprio, una specie di Ansa generale (cultura e scienza compresa) consultabile liberamente a cui poter attingere TUTTI. Un’Ansa non ansiogena come quella ad uso della stampa cartacea. Una specia di mega sito in cui tutti (gornalisti e agenzie di stampa compresi) riversassero informazioni di ogni genere, divise in settori, e da cui gli utenti di rete potessero attingere.Informazioni che andassero a formare un mega archivio aperto a tutti. Dovrebbe essere un sito del Parlamento, gestito da una delle due camere (o da ambedue)  tipo la vecchia Rassegna stampa della camera, ma che immettesse giornalmente non articoli, per lo meno non in tempo reale (visto le restrizioni della corporazione dei giornalisti), ma informazioni di ogni genere, insomma un agenzia di stampa LIBERA, pagata da noi, magari con una quota obbligatoria dei rimborsi parlamentari che invece di esser eliminati del tutto potrebbero passare al servizio della comunità. Tra l’altro la cosa creerebbe un certo numero di posti di lavoro diffusi ovunque, visto che i giovani archivisti sarebbero pagati dalle Camere.
Una collettività priva di informazioni, fornite “disinteressatamente“, oggi è una comunità in pericolo. Ho messo la parola disinteressatamente fra virgolette e in corsivo perché un vero disinteresse non esiste mai, chiaro che una agenzia di stampa del Parlamento rispecchierebbe, in parte, la composizione del Parlamento ecc. ecc. ma certo sarebbe meglio dell’informazione che ci propina oggi una stampa sempre più chiusa e finalizzata all’autoconservazione, alla propria sopravvivenza, e al guadagno dei soli componenti della corporazione, quei giornalisti che non si limitano solo a scrivere sui giornali, con legittimo guadagno, ma ci propinano ogni anno (anzi ogni giorno) migliaia di libri (raccogliticci di articolucoli) che poi presentano in ogni contenitore televisivo dopo averci sciorinato un pistolotto falso politico.
Io non so voi, ma a me viene una rabbia enorme quando vedo personaggi che si presentano come innovatori  e analisti politici liberi e poi finiscono sempre con il tirar fuori e pubblicizzare il loro libretto … ecco metterei il divieto nei contenitori pseudo politici (persino telegiornali) di presentarci ogni giorno un nuovo libro di vecchi autori-giornalisti (sempre gli stessi).

Racconto di Khaled Chaouki sul Manifesto

27 dicembre 2013

dal Manifesto, 27 dicembre 2013, p. 3

- Khalid Chaouki, Recluso tra i migranti smacco all’indifferenza, Manifesto, 27 dicembre p. 3 (e QUI)

- intervista di Youdem del 23 dicembre

- Khalid Chaouki, La mia battaglia non è finita, Oggi sarò a Ponte Galeria, La Stampa, 27 dicembre 2013

Copertina del manifesto del 27 dicembre 2013

Informazione e cultura della chiusura

22 dicembre 2013

Blue Dimension di Ben Heine

Riflessione a tastiera libera

Stamattina pensavo: ma ai giornali soprattutto a quelli di sinistra, conviene davvero, in rete, chiudersi in una torre d’avorio (o filtro d’avorio), spesso a pagamento, come hanno fatto Liberazione e Manifesto?
La cultura della chiusura rende o isola e basta?
Comunque sia, o per un motivo o per l’altro, l’informazione in rete diventa ovunque sempre più chiusa e unicamente a scopo di lucro.
A gennaio, come sapete tutti, hanno chiuso la splendida Rassegna stampa della Camera che offriva a tutti noi lo stesso servizio (tra l’altro pagato con le nostre tasse) riservato ai deputati (si veda questo blog QUI e QUI). E non solo ci viene impedita la consultazione della Rassegna stampa del giorno (e questo posso anche capirlo, come difesa degli interessi di editori e giornalisti), ma anche l’uso dell’archivio con il suo motore di ricerca. Archivio che, se fosse consultabile liberamente, sarebbe un gigantesco e civile servizio culturale offerto al cittadino. Servizio che non danneggerebbe nessuno, visto che di norma non si compra il giornale del giorno prima o del mese prima. Ma forse la chiusura totale della rassegna della Camera non è avvenuta solo a difesa degli editori, ma anche (e forse soprattutto) fa parte di quell’ormai visibile a tutti enorme progetto contro la Cultura e la diffusione dell’informazione plurale.
Un vero e proprio silenzioso atto di guerra contro ogni essere umano che la rete aveva reso potenzialmente  più libero.
La diffusione di massa della cultura (che non è la diffusione della cultura di massa) è diventata il maggior ostacolo per tutti quelli che sono CONTRO LA DEMOCRAZIA. E’ un limite alla loro esistenza e al loro strapotere. E questo lo aveva capito benissimo il Partito Comunista Italiano che aveva programmato e attuato una coraggiosa, titanica campagna di culturalizzazione del paese, operazione che aveva del miracoloso (visto che non esisteva la rete) e che aveva trasformato una plebe remissiva, spesso incarognita e facilmente strumentalizzabile, in un popolo libero e, a più livelli, acculturato, grazie alla scuola, ma soprattutto grazie al libero accesso all’informazione (spesso diffusa porta a porta, o nelle case del popolo, o tramite le varie feste politiche).
Un popolo che pretendeva i propri diritti e che poi avrebbe difeso diritti universali.
Indipendentemente dalle proprie idee politiche l’uomo che studia che legge e che si informa liberamente, e che discute, sviluppa più anticorpi degli altri, nei confronti dei dittatori e dei buffoni.
Dittatori e buffoni che possono  sempre essere smascherati facilmente se hai a disposizione non solo una stampa libera e plurale, ma anche un archivio di ricerca veloce a cui poter attingere, cosa che era  impossibile prima dell’esistenza della rete, ma che oggi dovrebbe essere per legge (addirittura in costituzione) a disposizione di tutti. Diventare un diritto, un bene comune.
Del resto è sempre stato possibile (e lo è ancora oggi) recarsi in biblioteca, nella emeroteca, e consultare gratuitamente i vari giornali che per legge vengono depositati dagli editori.
Perché mai non è possibile poterlo fare oggi anche in rete attingendo all’archivio della Rassegna stampa della Camera?
Perché non è possibile poter usufruire di un servizio pagato dal Parlamento?
La Rassegna stampa della Camera, ad opera di archivisti (da tutti noi pagati) era, e dovrebbe tornare ad essere, un diritto democratico, un bene comune.
E’ una vergogna che il diritto di tutti i cittadini a poter usufruire di questo archivio, sia stato scavalcato senza problemi in nome dell’interesse di alcune corporazioni che hanno sì diritto di vendere giornali e guadagnare, ma anche il dovere di informare e quindi permettere a tutti una consultazione gratuita in rete, dopo che le pagine del giornale siano passate al classico ruolo di incartamento del pesce.
La cosa incredibile è che nessuno ha protestato.
Come se questo non bastasse oggi qualsiasi informazione in rete ha ormai svariati e multiformi filtri se non addirittura le porte del tutto sbarrate, che puoi aprire solo pagando, come nelle toelette pubbliche.
Va beh, capisco che l’aggratis totale possa creare problemi non indifferenti a chi produce e diffonde cultura, possa creare frustrazione in quegli autori che vengono irresponsabilmente piratati senza neppure essere segnalati e senza traccia della fonte di provenienza dell’articolo, ma mi domando se anche questa totale chiusura non sia, alla lunga, ugualmente dannosa economicamente.
Sicuramente danneggia la sinistra.
La difesa del proprio interesse immediato finisce per precludere anche qualsiasi vantaggio futuro.
Ad esempio prendiamo Rifondazione e il suo giornale Liberazione, si sono chiusi dietro una porta, hanno tirato il ponte levatoio e quindi nessuno (a parte forse qualche militante) li legge più, nessun blog, sito, pagina fb, twitter, fa più circolare i loro articoli e (quando ci sono) le loro idee.
Non sarebbe meglio se si rifornissero di archivi pubblici e visibili (E FUNZIONANTI) dopo un certo periodo?
Questa loro circolazione ristretta (anzi nulla) non comporta un cambiamento antropologico anche nella popolazione e quindi anche la scomparsa delle loro idee che vorrebbero far circolare?
Infatti va svaporando quasi del tutto, nella cultura nazionale, quell’apporto generale di sinistra, il punto di vista della sinistra, quella componente culturale non banale, non conformista, soprattutto disinteressata che era la caratteristica di gran parte del popolo cosiddetto della sinistra e che influenzava anche tutte le altre componenti, anche quelle che poi votavano a destra?

Ieri sera ho visto Ferrero a Linea notte, mi ha fatto una grande impressione perché sembrava un fantasma proveniente da un altro mondo e non solo perché non appariva in video da molto tempo, ma per le cose che diceva, cose vere, indiscutibili, ma come liofilizzate, neutre, come degli spot pubblicitari surgelati. Insomma completamente deprivate di ogni reale cultura di riferimento e di ogni circolazione fra le persone.
Una cosa è certa: è in atto un disegno potente (non di forze occulte ma anzi con il consenso di tutto il popolo italiano), per eliminare, dopo averla appiattita ed asfaltata, la Cultura viva, tutta la cultura. Sostituendola con qualcosa di artefatto e commerciale, del tutto innocuo.
Stiamo eliminando la Cultura, quella forte, critica, scomoda (da qualsiasi parte provenga) e questo è il vero grande pericolo che quasi nessuno denuncia.
Perché detesto grillo malgrado sembri uno che lotta in nostra difesa?
Perché anche lui (e i rozzi e volgari responsabili della comunicazione-fogna del M5s tramite il blog di grillo) è uno dei maggior artefici di questa invasiva banalizzazione volgare della cultura politica (ma non solo) italiana, banalizzazione che asfalta e rottama tutte le nostre difese culturali costruite e accumulate negli anni democratici del dopoguerra.
Non è un caso se grillo non ha mai affrontato, neppure marginalmente il problema della chiusura della Rassegna stampa della Camera. Per lui è un dettaglio insignificante, per lui le persone meno si informano, meno leggono e più probabile sarà che si possano bere le idiozie approssimative postate dagli scrivani del suo blog e, di conseguenza, è più probabile che possano votare M5s.
Al contrario questa generalizzata involuzione culturale non può che danneggiare alla radice la vera sinistra che al momento è sparita o forse è, come Montag, rifugiata in una foresta a leggere di nascosto libri impopolari (ognuno un libro diverso dall’altro), mentre la stampa della sinistra-tafazzi chiude a doppia mandata le proprie e-porte e rimane sola dietro l’uscio.
Io sarei curiosa di sapere se, almeno, questa cultura della chiusura renda davvero economicamente. Liberazione e Manifesto da quando hanno tirato su il ponte levatoio vendono più copie di ieri o meno?
Di certo sono letti e diffusi molto meno, con, ripeto, grave danno della circolazione di un serio pensiero (sempre che ne siano ancora capaci) alternativo, mentre furoreggia ovunque un pensiero banalissimo urlato e bugiardo, articolato in stupidi spot e che nulla ha a che fare con una autentica onestà culturale.


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