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Che???

20 gennaio 2014

Mauro Biani, Manifesto on line, 20 gennaio 2014

Bellissima la vignetta di Mauro Biani del 18 gennaio, oggi sulla home del Manifesto on line.

La cosa strana però è che in nessun giornale è apparsa l’unica foto che speravo di vedere: la foto della stanza del segretario con la famosa fotografia della partita di golf (che Renzi stranamente aveva definito quadro). Possibile che nessun fotografo (né prima, nè durante, né dopo) abbia avuto accesso alla stanza? Possibile che nessuno dei giornali avesse in archivio una foto dell’interno della segreteria del Pd con suddetta foto? Devo dire che la cosa è un po’ misteriosa.

Berlusconi sulla scala che porta alla stanza del segretario del Pd

Cosa penso io dell’incontro? Sinceramente non penso nulla di catastrofico e non riesco a partecipare all’indignazione della cosidetta sinistra del pd. Non ci vedo nulla di strano se, per fare una legge elettorale, un partito dialoga con l’altra componente numerosa del Parlamento (grillo se n’è tirato fuori ergo non rimaneva che forza italia). Se poi questa componente ha per rappresentante-proprietario un condannato a piede libero è un problema della magistratura e soprattutto dell’altra componente (forza italia), non certo del Pd. Se la legge italiana permette a Berlusconi di essere ancora in libertà e di essere il proprietario di un “partito” non è cosa che riguardi il Pd. Oppure per fare la legge elettorale bisogna aspettare che Berlusconi vada agli arresti domiciliari e che Forza Italia cambi proprietario? Cosa, la seconda, che non succederà mai, visto che forza italia si inabisserà con il suo kapo.
Certo c’è chi dice che si deve prima andare a votare e fare la legge dopo?
Ma sono vent’anni che lo diciamo, avanti e post porcellum.
La verità tragica forse è che la classe politica italiana, vecchia e nuova, giovane e matura, NON è in grado di fare una vera legge elettorale democratica. Anzi proprio NON la vuole. Questo è il vero scandalo non che un Berlusconi stanco, sfatto e sfinito, salga pesantemente, come un vecchietto pensionato, le scale della sede del pd dopo aver posteggiato un’auto sporca di uova marce. Lo scandalo non è che questo rudere, di un triste passato, entri, furtivamente e spaventato, dalla porta posteriore e si sieda sotto la foto di una distensiva partita a golf di Fidel Castro e di un Che in splendida forma.
Non posso che condividere quanto scritto da Gad Lerner:

Post Scriptum. Sarò anche l’unico a pensarlo, ma lo penso: ieri recandosi nella sede del Pd Berlusconi ha manifestato la sua attuale debolezza. Può fingere finchè vuole di essere risorto (non era morto) ma ha vissuto un plateale ridimensionamento. Renzi avrà pure ecceduto nell’incassare questo risultato (“piena sintonia”… poteva risparmiarsela) ma lo preferisco quando riceve Berlusconi in sede che quando si reca ad Arcore (da QUI).
QUI Gad Lerner è ancora più duro

Quando il business avvelena anche il paradiso

25 novembre 2013


Le bellissime foto, di uno dei crimini contro l’umanità, sono di Eduardo Castaldo, da La terra dei rifuti,
Il testo è un brano di Roberto Saviano dalla Repubblica di oggi



[...]
«Il danno di questi giorni, che si aggiunge alla devastazione dell’inquinamento e allo sconforto che accompagna il pensiero costante della mancanza di un futuro dignitoso, è che tutto sembra avvelenato. Che tutti i prodotti campani vengano considerati inquinati, dalla mozzarella alle mele annurche, dalle fragole ai pomodori. Tutto viene dato per spacciato, compromesso. Per salvare l’economia agricola della Campania non è più sufficiente semplicemente tracciare la filiera di un prodotto, aggiungere l’etichetta “bio” e vestirlo da prodotto sano. Ora la comunicazione deve essere necessariamente fatta in maniera diversa, non si deve lasciare spazio a dubbio alcuno. Il bollino dovrà esplicitamente dire che il prodotto viene da terra non inquinata, da terra sana. Deve riportare l’indirizzo di un sito su cui è possibile verificare lo stato di quel terreno attraverso analisi. Ogni qual volta si generalizza sull’agricoltura campana o addirittura si iniziano a vedere nei supermercati “questo prodotto non viene dalla Campania”, si sta favorendo l’economia camorristica: in che modo? I prodotti campani diventano invendibili, a quel punto entrano nel mercato illegale. I prodotti avvelenati vengono mischiati con quelli sani e i clan li portano nei mercati ortofrutticoli che – come le inchieste delle Dda su Fondi e Milano hanno dimostrato – sono stati spesso infiltrati dal potere delle cosche. Quei veleni saranno clandestinamente richiestissimi dai grossisti perché potranno comprare a costo bassissimo e rivenderli come prodotti del nord a costi alti e l’etichetta “non prodotto in Campania”».


[...]
«Terre a vocazione agricola, terre di pascolo, terre a vocazione turistica, terre di bellezza, avvelenate sistematicamente sotto il sole, sotto gli occhi di tutti. Sotto gli occhi di chi è rimasto impotente in un paese dove ormai si è convinti che riformare le cose sia impossibile. Ciò che resta è il vigliacco piacere di volerle abbattere pensando a un mondo meraviglioso e nuovo che non verrà mai. E in nome di questo mondo si sta rendendo il quotidiano un inferno invivibile. Questo meccanismo lo descrive benissimo Robert Musil: “Quell’inqualificabile piacere (che molti di noi hanno, ndr) che consiste nel vedere il bene abbassarsi e lasciarsi distruggere con meravigliosa facilità”»

Da Roberto Saviano, Terra dei fuochi, chi ha bruciato la Campania felix. Era il paradiso dell’agricoltura, tra Napoli e Caserta. Poi la camorra ha scoperto il business dei rifiuti. E ha dato tutto alle fiamme, Repubblica, 25 novembre 2013.


Gianni Berengo Gardin contro i mostri moderni

11 giugno 2013



Foto presa da QUI

Gianni Berengo Gardin: Vi mostro i giganti che sfregiano Venezia.
Io, nella Laguna ferita a fotografare mostri che assediano Venezia
Il reportage-denuncia di Berengo Gardin.
“Ho fotografato le navi-mostro che assediano la mia Venezia”
Il reportage-denuncia del grande fotografo che ha vissuto a lungo nella città veneta. “La amo e non sopporto di vederla stuprata così”. Gli scatti sulle grandi unità da crociera che ogni giorno mettono a rischio chiese e palazzi
di Michele Smargiassi

IL SACRIFICIO è stato svegliarsi alle cinque del mattino per diverse settimane. «Volevo fotografare i mostri mentre arrivano, mentre fanno la posta alla loro preda». Gianni Berengo Gardin, doge della fotografia italiana, è nato a Genova ma ha vissuto a lungo a Venezia, la città di suo padre, dove ha perfino gestito per alcuni anni il negozio di famiglia, di vetri e collane di Murano.
Il negozio era nella strategica Calle Larga di San Marco, “allora chi diceva Berengo Gardin pensava alle perle di vetro… Ora invece c’è un caffè”. Tutto cambia a Venezia, non sempre per il meglio, ma questo non è un cambio, “questo è un disastro, una tragedia…”. Il veneziano che c’è in lui si è ribellato. L’esito è un reportage duro, severissimo sulle, anzi contro le gigantesche navi da crociera che traversano la Laguna e sfiorano la regina del mare con i loro inchini interessati e “spaventosi”.

Le sarà costato qualcosa, Berengo, dare questa immagine della città che ama…
“Proprio perché amo Venezia, da molti anni non sopporto di vederla stuprata da orde di turisti che vengono a Venezia solo perché “bisogna andare a vedere Venezia” ma in realtà non gliene frega niente. Ma Venezia vive anche di questo, e mi sono sempre trattenuto. Però di fronte a questi mostri non ce l’ho fatta. Qui non è più solo questione di scempio del paesaggio veneziano, di sporcizia, di folla che straripa, qui c’è un pericolo, un pericolo reale. Ci vuol niente che succeda come a Genova, che uno di questi grattacieli orizzontali vada a sbattere su Palazzo Ducale, su San Giorgio, sulla Punta della Dogana. Li ho fotografati così perché si vedesse non solo che sono orrendi, ma che fanno terrore”.

Un reportage di denuncia, un gesto politico?
“A Venezia c’è un gruppo di cittadini, mi pare si chiami “No Grandi Navi”, che si batte contro i mostri del mare, ma io mi sono mosso per conto mio. Sì, ho fatto un reportage di denuncia, schierato, i reporter fanno anche questo, è un dovere civile, ma è un lavoro giornalistico. Se poi mi chiederanno queste foto per appoggiare la loro battaglia, sarò lieto di dargliele”.

Perché, per una volta, non ha usato la fotografia a colori? Non sarebbe stato più forte l’impatto?
“Al contrario. Il colore distrae. Un cielo azzurro brillante sistema molte cose. Il libro che dedicai a Venezia, nel ’62, era in bianco e nero, ma quella Venezia ora sembra irreale. Il bianco e nero dà quello scarto rispetto alla visione naturale che ti costringe a guardare meglio. Quel muro bianco che sembra un cielo e invece è pieno di oblò, appiccicato alle case veneziane grigie con le loro finestre gotiche: è il pittoresco ribaltato. Volevo che fosse un effetto di shock anche per i veneziani che sanno a memoria la loro città”.

Ha usato qualche attrezzo del mestiere per dare più forza al suo sdegno?
“In alcuni casi ho usato un teleobbiettivo, ma molto moderato, un 80 millimetri, in altri un normale 50. Non c’è affatto bisogno di forzare l’immagine, chiunque passeggi per Venezia avrà coi suoi occhi le stesse impressioni di queste immagini”.

Eppure i passanti nelle calli e nelle piazze sembrano indifferenti a quella massa di metallo che incombe.
“Ne passano anche quattro al giorno. I veneziani purtroppo ci stanno facendo l’abitudine. Per i turisti invece sta diventando la nuova meraviglia veneziana, li vedi tutti a fotografare le navi sullo sfondo delle calli, con i loro telefonini… Guardano più lo spettacolo delle navi che Venezia, ormai. I mostri hanno preso il sopravvento anche nell’immaginario “.

Ma Venezia è una città di mare. Ha sempre fatto i conti con le barche e con le navi.
“In un libro di inediti ho pubblicato un anno fa la fotografia di una nave mercantile che diversi decenni or sono vidi ormeggiata sulla Riva dei sette Martiri. La fotografai perché mi sembrò enorme, impressionante. Era niente al confronto con queste qui. Non c’è più alcuna misura, capisce? Sono navi smisurate rispetto alle proporzioni della città, non c’è comune misura. Sono alte il doppio di palazzo Ducale, lunghe il doppio di piazza San Marco. Nessun luogo resiste a questa sproporzione, a questa prepotenza visuale”.

Perché lo fanno?
“Io posso immaginare che, vista da lassù, Venezia sia uno spettacolo meraviglioso. Ma in questo modo, vista così, Venezia diventa un modellino, una miniatura, un giocattolo. Non c’è più differenza fra questa Venezia vista dal dorso del mostro e le Venezie artificiali che hanno rifatto in America. Sono la stessa cosa, ormai. Anzi quelle resisteranno meglio e fra un po’ saranno più vere. Lasciamo stare un momento gli incidenti che sono drammaticamente possibili: già adesso queste navi stanno sgretolando Venezia, anche senza toccarla materialmente”.
Repubblica,  8 giugno 2013, p. 23

Gaza, Rosa Schiano e la storia di una foto

20 novembre 2012

Gaza, foto di Rosa Schiano

Questa foto di Rosa Schiano è stata scattata il 18 novembre all’obitorio dell’ospedale di Gaza,  si trovava nella pagina di Facebook di Rosa Schiano, nel settore Album, Foto del diario, ma è stata censurata e tolta.
Accanto alla foto c’era scritto:

Foto dallo shifa hospital. Obitorio.
Un parente della famiglia Al Dalu accanto ai corpi dei quattro bambini morti oggi nel bombardamento della loro abitazione in Nasser street. L’aviazione militare israeliana ha bombardato l’intero edificio di 3 piani uccidendo l’intera famiglia Al Dalu: Ibrahim Al Dalu, 11 mesi. Jamal Al Dalu, 6 anni. Yousif Al Dalu, 5 anni. Sara Al Dalu, 3 anni. La loro madre Samah Al Dalu, 22 anni. Il loro padre Mohammed Al Dalu, 28 anni. La zia Ranin Al Dalu, 22 anni. La nonna Suhila Al Dalu, 50 anni. La seconda zia, Yara Al Dalu, dispersa.
Morti anche due vicini di casa: Amina Al Dalu, 80 anni e Abdallah Mzanar, 20 anni.
Da la pagina facebook di Rosa Schiano. La foto è stata poi censurata e rimossa e al momento non c’è più.

- Pagina facebook di Rosa Schiano
Il blog di Oliva, il blog di Rosa Schiano, QUI c’è la foto che è stata censurata su Facebook.  E QUI c’è il suo report del 18 novembre quando si reca all’ospedale.
- Twitter
- Il canale You tube di Rosa Schiano.
- QUI una intervista di Rosa Schiano a Repubblica.
- QUI il fermo immagine  dell’avviso di facebook (che rosa segnala in twitter) della rimozione della foto.
—————
Non volevo mettere nessuna foto, ma posto questa di Rosa Schiano perché documentata e con il nomi dei bambini morti.
Devo ringraziare giovanotta, perché è proprio grazie al suo post che, cercando in rete, sono arrivata alla fonte della foto: la fotografa Rosa Schiano.
Rosa Schiano è a Gaza, dove era arrivata insieme a Vittorio Arrigoni, è una fotogafa ed è l’unica italiana a Gaza.
Questa foto è sua ed è stata postata sulla sua pagina facebook e nel suo blog (il blog di Oliva) è una delle pochissime foto che girano documentate e  quindi è importantissima.
Queste terribili guerre moderne che sono anche guerre di comunicazione, sono combattute anche con immagini, con foto sempre più truculente e scioccanti, alcune sono vere e terribili, alcune false o ritoccate, altre sono vere ma scattate in altri luoghi (Siria o anche terremoto in Turchia) la cialtronaggine di molti giornalisti (e anche in rete) e la cattiva abitudine di non fornire mai le fonti, distrugge il lavoro fatto da chi rischia la vita per documentare cosa veramente succeda. E questa “fretta” e  “disattenzione”, che spesso non è casuale, serve per dare poi un’arma a chi i morti li provoca.
La pagina facebook di Rosa Schiano è stata censurata e bloccata proprio a causa della foto dei bambini morti (FOTO VERA). Non so cosa ci sia stato dietro questo stupido episodio di censura, l’eliminazione di una foto documentaria VERA. Probabilmente c’è stata una denuncia da parte di qualcuno “interessato” a che tale foto VERA non circolasse, mentre magari quello stesso qualcuno, non solo lascia circolare quelle false, ma forse ne favorisce la circolazione per poi poter urlare alla manipolazione delle notizie. La foto fino a ieri sera si trovava nel settore Album, Foto del diario, ma oggi è scomparsa. L’episodio ha dell’incredibile. La foto in bianco e nero non è affatto offensiva, anzi è una grandiosa, accurata e autentica documentazione ed è un delitto informativo che tale foto sia sparita mentre altre circolano tranquillamente e indisturbate nel gigantesco e caotico Infernet, come lo chiama giorgio di costanzo. (georgia)

avviso di facebook nella pagina fb di Rosa Schiano.
Da QUI via QUI.

rosa schiano su twitter

Siria

21 settembre 2012




fotografie di Alessio Romenzi

Rania Abouzeid, Syria’s Secular and Islamist Rebels: Who Are the Saudis and the Qataris Arming? Out of Istanbul, the two Gulf states play a game of conflicting favorites that is getting in the way creating a unified rebel force to topple the Assad regime, Time, 18 settembre 2012, con foto del fotografo Alessio Romenzi, segnalato da Lorenzo Trombetta in SiriaLibano.

rimpatriati con scotch

19 aprile 2012

foto di Francesco Sperandeo presa da Facebook

Francesco Sperandeo regista si trova sul volo Roma-Tunisi delle 9,20 del mattino. Sul fondo dell’aereo due tunisini da rimpatriare, i due erano scortati da 4 poliziotti, fino a qui normale operazione di polizia di rimpatrio, operazione di routine, anche se i due avevano una mascherina da ospedale sulla bocca. Ad uno però cala la mascherina rivelando che serviva solo a nascondere lo scotch da pacchi marrone con cui gli avevano tappato la bocca silenziandolo. Francesco Sperandeo prima protesta, nella totale indifferenza degli altri passeggeri (anzi qualcuno gli dice che ha da fare e di non creare problemi visto che è cosa normale su quel volo) poi scatta una foto che mette immediatamente su facebook .
QUI l’intervista a Sperandeo dove racconta l’episodio.
QUI il commento del portavoce dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati Laura Boldrini.

Joan Fontcuberta e i Googlegrammi

2 maggio 2009
Joan Fontcuberta, Googlegramma The Wall, 2006.

Joan Fontcuberta, Googlegramma The Wall, 2006.

L’immagine è stata ricostruita mediante un programma freeware di fotomosaico collegato on-line al motore di ricerca Google. Il risultato finale si compone di 10.000 immaginidisponibili in Internet, trovate applicando come criterio di ricerca i nomi di tutti i campi di concentramento nazionalsocialisti.

Tutti voi conoscerete il movimento pittorico ottocentesco denominato puntinismo (e QUI), e tutti voi conoscete pittori come Signac e Seurat,  Ma pochi di voi sapranno che oggi tale “movimento”, è rinato sotto forma informatica e si chiama googlegrammi, “ad ogni ‘puntino’ non corrisponde un tono cromatico, ma una micro foto“.
Nella mostra apertasi a Reggio Emilio sulla
fotografia europea c’è un artista che ha attirato la mia curiosità, lo spagnolo
Joan Fontcuberta, semiologo e linguista oltre che fotografo. Inizialmente avevo scansato con fastidio le sue foto, quelle che il Manifesto definisce provocazioni neotecnologiche: foto famose, già viste e riviste, vengono apparentement riproposte come la sola trasformazione formale puntillistica. Ma approfondendo ci accorgiamo che l’operazione dell’artista è di grande interesse, anche politico. I suoi googlegrammi, sono una cosa affascinante. Ogni puntino delle sue foto sono altre foto, altre scritte. Ogni punto minuscolo è una ulteriore informazione. La foto dell’Ultima cena di Leonardo veicola ricette famose degli chef europei e, soprattuttola foto di Abu Ghraib riporta i nomi di tutti i respnsabili dei crimini della guerra in Iraq,  persone e cariche citati nel Final Report of the Independent Panel da Review DoD Detention Operation del cosiddetto Schlesinger Panel, nell’agosto del 2004“. La foto del muro della Palestina, i nomi di tutti i campi di concentramento nazionalsocialisti

Articoli anche su Corriere, Sole24ore, Exibart, informatissimafotografia, un accenno sul Manifesto.
Le immagini della mostra le trovate
QUI (e qui la fotogallery), su Repubblica, sul Corriere (e QUI) e sul Sole240re. (georgia)

Omaggi, installazioni, workshop Reggio fulcro della foto europea
A Reggio Emilia apre la quarta edizione della rassegna, tra grandi mostre, incontri, installazioni e workshop. Tanti gli omaggi, dal ceco Sudek al filososo francese Baudrillard. E spicca la provocazione dei “Googlegrammi” di Fontcuberta

di Laura Larcan

REGGIO EMILIA – L’Ultima cena di Leonardo da Vinci riprodotta in una fotografia. Una apparente banalità da consumismo di massa se non fosse per quella strana e inquietante natura “puntinista” che ad un’osservazione più attenta e ravvicinata comincia a far emergere nell’immagine. Solo che ad ogni “puntino” non corrisponde un tono cromatico, ma una micro foto di piatti gourmet firmati dagli chef più illustri d’Europa. E il divertissement digitale può affrontare anche argomenti più tetri e sporchi, come nel caso della tristemente celebre scena di tortura nella prigione di Abu Ghraib, dove la soldatessa americana tiene al guinzaglio un prigioniero nudo. L’effetto mosaico stavolta si basa sulla riproduzione digitalizzata dei nomi dei soldati coinvolti nei fatti. E osando nella provocazione, ecco comparire il muro antipalestinese d’Israele, i cui mattoncini si rivelano essere panoramiche di campi di concentramento nazisti.
Le immagini
Sono solo alcuni dei “Googlegrammi” dello spagnolo Joan Fontcuberta, semiologo e linguista oltre che fotografo dall’indole di artista concettuale che realizza fotografie con un sistema di decostruttivismo sofisticato che ha dell’incredibile: collegandosi al motore di ricerca Google, orchestra foto in formato puzzle composte da migliaia di tessere che riproducono miniaturizzate immagini acchiappate su internet selezionando una parola-chiave scelta di volta in volta, a seconda del tema affrontato dall’artista. E come avverte il critico José Jiménez “Ogni immagine non è una, ma una somma di parti, una costruzione, una struttura integrata da una nutrita serie di immagini diverse che il programma informatico integra in una norma di ricerca”.
Sul filo sottile di un’aspirazione polemica a far traballare il potere incondizionato di un’immagine fotografica, che non sempre sfodera la pura verità, ma può celarne molte altre, le opere del portentoso Joan Fontcuberta, nato a Barcellona nel 1955, diventano l’evento clou della quarta edizione di “Fotografia Europea” in scena dal 30 aprile al 7 giugno nei luoghi cardine della città, tra Chiostri di San Domenico, Galleria Parmeggiani, Palazzo Casotti, Spazio Gerra, Sinagoga e Teatro Ariosto e con un tema mistico come l’”Eternità. Il tempo dell’immagine”, sotto la cura di Elio Grazioli. Nella maratona di eventi, tra lectio magistralis, workshop, letture, proiezioni, installazioni video, incontri, spettacoli e concerti, come le serate “La Nuit de l’Europe”, che propongono un itinerario poetico ritmato da proiezioni su schermi en plein air e interventi musicali, alla scoperta della nuova scena fotografica dei paesi dell’Unione europea, spiccano le grandi mostre.
Impedibile la retrospettiva dedicata al ceco Josef Sudek, celebre per le sue “vedute di Praga”, uno dei grandi maestri del Novecento, ricercatore dell’immagine lirica e cristallina che tra reportage e sperimentazioni visionarie ha saputo raccontare la realtà indagandone l’essenza. Accanto a Joan Fontcuberta, sfilano anche le personali del milanese Franco Vimercati, scomparso nel 2001 a 61 anni, che può essere considerato il Giorgio Morandi della fotografia, per quell’attenzione minuziosa a rappresentare rigorosamente pochi oggetti di un vivere quotidiano come bottiglie di acqua minerale, parquet, un ferro da stiro, un barattolo, un bicchiere, una bottiglia, una zuppiera, creature semplici e silenziose che diventano l’interlocutore per una riflessione profonda sulla percezione fotografica. E il tedesco Balthasar Burkhard, classe ’44, divenuto famoso anche per i suoi omaggi alla pittura, come Normandie (1995) e L’Origine du Monde (1998), ispirato al celebre quadro di Courbet portati alla Biennale di Venezia del ’99 diretta da Harald Szeemann, ma che qui a Reggio Emilia racconta il suo estro per i dettagli, con un vezzo per la fotografia che taglia che isola e spezza, decontestualizza e immortala frammenti di corpi o natura come gambe, ali, parti di volti.
Idealmente presente anche il filosofo francese Jean Baudrillard, critico della società dei consumi e teorico del pensiero postmoderno scomparso nel 2007, con la rassegna di oltre cinquanta scatti che illustrano la sua nozione clou di apparizione/sparizione. Tre le produzioni originali del festival, tra la greca Maria Papadimitriou, la milanese Elena Arzuffi, gli svizzeri Goran Gali%u0107 e Gian-Reto Gredig. Mentre i progetti speciali sfoderano “Fino all’inizio del mondo”, installazione dedicata a Luigi Ghirri, che ripropone l’ultima immagine scattata dall’artista prima della prematura scomparsa nel 1992, “Clear Light”, tributo collettivo alla figura del Dalai Lama, “Kommunalka”, il progetto sugli appartamenti comunitari di San Pietroburgo che è valso alla fotoreporter Françoise Huguier il Gran Prix de la ville de Arles 2008, le natura di Erminia De Luca, Marco Signorini e Luigi Menozzi, le scene minimaliste di Riccardo Varini, gli ex voto di Antonio Biasiucci, i lavori in grande formato di Giuseppe Pietroniro e i Graffiti Futuri di Ivano Bolondi.
Notizie utili – “Fotografia Europea. Reggio Emilia 2009″, dal 30 aprile al 7 giugno, varie sedi.
Tutte le informazioni e il programma degli incontri su
www.fotografiaeuropea.it.
Repubblica, 30 aprile 2009

BREVE
MOSTRE

Da Baudrillard a Fontcuberta, scatti sull’eternità a Reggio
Non il tempo che passa, e che trasforma continuamente la nostra prospettiva, ma l’immobile presente dell’eternità (o per lo meno quello che noi ne possiamo cogliere) è il tema della quarta edizione di «
Fotografia Europea», in programma dal 30 aprile al 7 giugno a Reggio Emilia. Curata da Elio Grazioli con la collaborazione di vari critici italiani e stranieri (da Gabi Scardi a Madeleine Millot-Durrenberger, da Paola Borgonzoni Ghirri a Antonello Frongia), la rassegna propone fra l’altro una mostra di oltre cinquanta scatti del filosofo Jean Baudrillard; un omaggio al ceco Josef Sudek, uno dei maestri della fotografia europea del XX secolo; le provocazioni neotecnologiche di Joan Fontcuberta, semiologo e linguista oltre che fotografo, con i suoi lavori volti a indagare l’immagine frammentaria; e Clear Light, tributo collettivo al Dalai Lama per ricordare i cinquant’anni di esilio dal Tibet.
Il Manifesto, 26 aprile 2009, p. 13.

Jean Baudrillard Le foto professionali di violenza sono armi di distruzione di massa dell’intelligenza e della sensibilità

2 maggio 2009
Foto di Jean Baudrillard, Saint Clement 1987

Foto di Jean Baudrillard, Saint Clement 1987

Il controsenso più totale, e più generale, è l’ipertecnicità di tutte queste immagini così perfette, così impeccabili, in cui traspare soltanto l’iperrealtà della tecnica come effetto speciale (lo sfocato stesso è un effetto speciale). Di colpo la violenza che esse ci mostrano è soltanto un effetto speciale. Impossibile sfuggire a questo ricatto e di fronte a questa vampirizzazione estetica della miseria resta solo revulsione e repulsione. È come nella scena di condizionamento ottico di Arancia meccanica, in cui si è costretti a mantenere gli occhi aperti su scene insopportabili nell’illusione di purgarne l’immaginazione. Più è atroce, più è estetico, e tutti applaudono, secondo un rituale feroce di compiacimento “professionale”. Del resto, non si sa più a che cosa si applaude: alla morte? alla performance? È per questa ragione che tutte queste immagini non ci toccano più, sono un’ arma di distruzione di massa dell’intelligenza e della sensibilità. (jean baudrillard)

Uno splendido scritto inedito (in Italia) di Jean Baudrillard, pubblicato da Repubblica il 30 aprile. Scritto che vi consiglio di leggere con attenzione e magari, chi può, cerchi di andare anche alla mostra di cui parlerò ancora in altro post, che deve essere veramente interessante (georgia)

Fotografia l’ombra del reale

Questo testo di Jean Baudrillard, inedito per l’Italia, è la base teorica su cui la vedova del filosofo, Marine, ha allestito la mostra fotografica che si inaugura oggi a Reggio Emilia.

foto autoritratto di Jean Baudrillard 1999In fondo tutte le fotografie sono come le ombre platoniche proiettate sulle pareti della caverna, o come quest’ombra spettrale dell’irradiato di Hiroshima, transverberato dalla luce atomica – esempio perfetto del cliché istantaneo. Stessa proiezione “acheiropoietica” di quella del sudario del Cristo (oggetto indipendente dalla nostra volontà, l’ombra è in sé stessa un segno acheiropoietico). Le immagini più pregnanti sono quelle più vicine a questa scena primitiva di un’iscrizione fantomatica e più lontane dall’intervento umano.
La silhouette atomizzata di Hiroshima, sostanza polverizzata del corpo: un’impronta fossile – volatilizzazione dell’oggetto in una sostanza non carnale, una traccia. I fossili stessi sono altrettanto vicini all’analogon fotografico, sono come dei negativi fotografati da una mano invisibile, come le pitture rupestri del neolitico, quest’arte parietale da cui la figura umana è misteriosamente assente (salvo le mani “in negativo” contornate sulle pareti come a partire da una fonte luminosa). Unica figura moderna erede di queste pitture murali e di una forma “fotografica” del segno – più vicina a una figurazione automatica che al segno rappresentativo – sono i graffiti: anch’essi inseparabili dalle pareti. La fotografia è l’ ombra proiettata sulla pellicola di ciò di cui non avremo mai l’esperienza concreta, oggettiva, e di cui neppure conosceremo mai la fonte luminosa, proprio come i prigionieri della caverna platonica, i quali del mondo esterno e della propria esistenza non conosceranno mai altro che il riflesso.
Foto di jean baudrillard, aint-beuve 1987La sfilata delle ombre (la mia sulla parete ocra, quella degli alberi, quelle dei personaggi sulla parete della Recoleta, o tutte queste sagome silenziose, la notte nelle strade di Venezia), tutto questo teatro d’ombreè come il riflesso di un mondo anteriore in cui non eravamo ancora altro che ombre, di un’età dell’oro crepuscolare in cui gli uomini non sono ancora precipitati verso la luce brutale del mondo reale, verso questo deserto dove tutte le ombre sono vittime della luce artificiale e della realtà virtuale, dove i corpi sono diventati traslucidi in un mondo sovraesposto dall’ interno. La fotografia, appunto, conserva la traccia di una scrittura d’ombra, quale essa è altrettanto che “scrittura di luce”, e dunque il segreto di una fonte luminosa venuta dalla notte dei tempi.
Si dice dell’ombra che ci segue, ma di fatto essa ci ha sempre già preceduti, e ci seguirà. Come la morte: noi siamo già stati morti prima di essere viventi, e lo saremo ancora dopo.
Il controsenso più totale, e più generale, è l’ipertecnicità di tutte queste immagini così perfette, così impeccabili, in cui traspare soltanto l’iperrealtà della tecnica come effetto speciale (lo sfocato stesso è un effetto speciale). Di colpo la violenza che esse ci mostrano è soltanto un effetto speciale. Impossibile sfuggire a questo ricatto e di fronte a questa vampirizzazione estetica della miseria resta solo revulsione e repulsione. È come nella scena di condizionamento ottico di Arancia meccanica, in cui si è costretti a mantenere gli occhi aperti su scene insopportabili nell’illusione di purgarne l’immaginazione. Più è atroce, più è estetico, e tutti applaudono, secondo un rituale feroce di compiacimento “professionale”. Del resto, non si sa più a che cosa si applaude: alla morte? alla performance? È per questa ragione che tutte queste immagini non ci toccano più, sono un’ arma di distruzione di massa dell’intelligenza e della sensibilità.
foto di baudrillard, florida 1990.jpgIl controsenso è sempre dell’ordine del realismo, dell’alterazione del senso attraverso l’”informazione” inutile. Viene da pensare a una riflessione di Wittgenstein sulla scena teatrale: uno scenario di alberi dipinti è molto meglio che uno di alberi veri, che distrarrebbero l’attenzione da ciò di cui si tratta. O ancora, nei reportage sulla micidiale canicola del 2003 in cui ci vengono mostrati i vecchi in carne e ossa, frontalmente, nella loro agonia – ben più violenti, ben più pungenti erano le fotografie degli immensi camion di refrigerazione dove sono conservati per vari giorni i corpi che non si possono seppellire, ma che non si vedono. Immagine fredda, obliqua, molto più efficace per l’immaginazione. Ovunque la verità, la veracità tecnica, essa pure inutile, esilia l’essenziale – nella sfera delle funzioni inutili.
Della stupidità realista fa parte non solo la perfezione tecnica delle immagini, ma anche la loro accumulazione. Sempre più immagini si accumulano in serie, in sequenze “tematiche”, che illustrano fino alla nausea lo stesso avvenimento, che si accavallano e si succedono- immagini che credono di accumularsi e di fatto si annullano l’un l’altra. Ciò che viene completamente cancellato in questa storia è la libertà delle immagini le une rispetto alle altre. Ognuna priva l’altra della sua libertà e della sua intensità. Ora, bisogna che un’immagine sia libera da se stessa, che sia sola e sovrana, che abbia il proprio spazio simbolico (la qualità “estetica” qui non è in causa). Non si è capito che è in atto un duello delle immagini tra loro. Se sono vive, seguono la legge degli esseri viventi: selezione ed eliminazione. Ogni immagine deve eliminarne un’infinità d’altre. È esattamente nel senso inverso che si va oggi, in particolare con il digitale, dove la sfilata delle immagini assomiglia alla sequenza del genoma.
È vero che oggi ognuno può immaginare di veder passare il Weltgeist davanti al proprio obiettivo e di essere diventato, grazie all incessante padronanza sulle immagini, una coscienza universale. È il regno dell’espressionismo fotografico – di fronte a degli oggetti che non aspetterebbero altro che di essere visti e fotografati, cioè presi a testimoni dell’esistenza del soggetto e del suo sguardo.
foto di baudrillard, sainte-beuve 1990Vi è qui invece un errore totale sulla ripresa e sull’essenza dell’immagine, considerata uno stereotipo oggettivo. Infatti non si tratta affatto di una registrazione, ci sono tante cose che fotografiamo mentalmente, senza necessariamente usare una macchina fotografica (del resto le più belle sono forse quelle che avremmo potuto fare in sogno, ma, ahimè, non avevamo la macchina!). È di una visione fotografica del mondo che si tratta nella fotografia, una visione del mondo nel suo dettaglio, nella sua stranezza e nella sua apparizione. Talvolta c’è passaggio all’atto, cioè a una ripresa che materializza questa visione delle cose, non così come sono, ma come in se stesse la fotografia le cambia, “just as they look as photographed”. Perché la cosa fotografata non è affatto la stessa, e questo sguardo, questa visione, è da essa che emana, così come entra nel campo, nel momento dell’atto fotografico. E ciò che ne risulta – l’immagine – non ha affatto l’aria di quello che le cose sono oggettivamente, ma di quello che assumono “di fronte” all’obiettivo.
Gli oggetti sono sensibili alla ripresa quanto gli esseri umani – da qui l’impossibilità di testimoniare la loro realtà oggettiva. Quest’ultima è un’illusione tecnica, che dimentica che essi entrano in scena nel momento dello scatto, e che ciò che la fotografia può fare di meglio, ciò di cui può sognare, è di catturare questa entrata in scena dell’oggetto (escludendo ogni messa in scena o artificio stilistico).
Ombre et photo, in François L’Yvonnet (a cura di), Jean Baudrillard, Paris, L’Herne, 2004, pp. 231-232. – Jean Baudrillard
Traduzione di Elio Grazioli
Repubblica, 30 aprile 2009, p. 46.
Le foto sono tutte di Jean Baudrillard.


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