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Antonio Moresco a Che tempo che fa

6 aprile 2013

Antonio Moresco

Aggiornamento ore 0,46
QUI potete ascoltare l’intervento di Antonio Moresco.
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La lucina a Che tempo che fa
Sabato 6 aprile dalle 20:10 Antonio Moresco sarà ospite della trasmissione di Rai3 Che tempo che fa per presentare il suo romanzo La lucina
(da Il primo amore)

Sergio Baratto e la scrittura in Rete

30 marzo 2013

Sergio Baratto (che parla al minuto 4,00) e Gianni Biondillo

Un’analisi molto interessante di Sergio Baratto sulla scrittura in rete e letta alla Festa per i dieci anni di Nazione indiana.
La scrittura di cui parla Baratto in questo pezzo è la scrittura dello scrittore, o, ancor più, del poeta che è il punto più alto di arrivo (e chissà forse anche di partenza) di ogni scrittura, di ogni Parola, di ogni Lingua, anche in versione orale o figurata.
Sergio Baratto parla della propria scrittura in rete, della propria esperienza letteraria, ma forse vale  per ogni scrittura, anche la più primitiva, per ogni messaggio creato e veicolato dalla rete.
Tre sono le cose per lui pricipali la responsabilità, il peso e la schiuma.
Sulla responsabilità non condivido tutto, soprattutto il discorso sull’anonimato, di cui però ho parlato talmente tanto che non vorrei ripetermi troppo. Non credo che l’uso di un nick in  rete voglia dire assenza di responsabilità, non sempre per lo meno. Spesso è solo una resa, una presa di coscienza che la rete ci rende tutti, senza distinzione, anche i più attrezzati di buone intenzioni, un po’ irresponsabili, un po strapazzati dall’onda generale. La rete di per se è stupida e non può essere altrimenti, perché è veloce e immediata, perché è irriflessiva, senza filtri e senza controlli (che poi è anche la sua forza), ma spesso anche senza autocontrolli (che è la sua debolezza) e forse è anche, se non di più, stupido  stare in rete seriamente, soprattutto se uno non necessita di visibilità per il proprio lavoro.
La pratica della parola responsabile è una cosa difficile ovunque, ma può essere praticata anche in rete,  comunque tu ti presenti.  Quindi non condivido  “Che la parola (la scrittura) non sia veramente libera senza questo atto preliminare” del metterci la faccia.  La libertà della parola non passa necessariamente da lì, anzi spesso ne viene proprio limitata, anche se inconsciamente. L’uso di un nick produce spesso una parola più attinente al contenuto che vuole veicolare.
Condivido invece in toto il discorso sul peso che è come mettere una pietra tombale sugli eccessi del postmodernismo e del suo dogma dell’ironia che, come precisa lo stesso Baratto, non è l’ironia (che è invece fondamentale in rete come ovunque). Il dogma dell’ironia raramente è ironia, anzi è addirittura il suo contrario e spesso è solo crudeltà e smargiassata virtuale e poi questa ironia forzata è sempre e comunque “pesante”, a vuoto, non ti porta mai in profondità, cade in superficie e  produce ammaccature sul reale (soprattutto su l’altro a cui è diretta).
Profonda e di un certo peso, la definizione di peso data da Baratto: “Per me il peso è quello che ti permette di calarti in profondità. E senza peso non puoi volare, ma solo lasciarti trascinare dal vento“.
La rete infatti è davvero tempesta di vento che ti trascina altrove, spesso sull’isola della Tempesta  di Shakespeare, una delle opere più vicine alla rete (per comprendere la rete)  insieme al capitolo sugli yahoo del capolavoro di Swift. La tempesta di vento trascina tutti, sia chi ha pesi e contrappesi per poter guidare il vento, sia chi si lascia trasportare e non oppone resistenza,  e sinceramente in quel caso poco importa che abbia il passaporto con foto o meno. Ma per chi scrive davvero, per chi è scrittore, e pensa che scrivere sia una delle cose fondamentali dell’essere umano, una delle grandi responsabilità di fronte al mondo,  è un discorso diverso, e allora  ha ragione Baratto occorre impossessarsi della “leggerezza seria”, della levità dote somma senza la quale non esiste Scrittura:  “Ci sono due forze, una ascendente e una gravitazionale: sono entrambe fondamentali. Se manca la prima non esiste profondità, ma al limite solo sprofondamento; se manca la seconda esiste solo l’evaporazione. Gas rarefatti che si disperdono e si perdono [...] esiste una leggerezza seria, di peso. Io preferisco chiamarla levità, per non confondermi, ma il concetto non cambia. Scrivendo in Rete ho imparato a prendere sul serio le parole e a dargli peso. Dare peso alle parole per me è cercare di avere il coraggio delle parole, è attribuire alle parole una potenza creativa, sovvertitrice, perturbante. È salvare l’idea che la parola possa essere agente sulla realtà“.
La parola è agente della realtà, perchè il linguaggio procede sullo stesso asse e con le stesse regole del pensiero.  Scrittura pensata, pensiero agito. Se il pensiero  è espresso in parola non può che agire (in bene o in male, perché, come ogni azione che provoca una reazione, non sappiamo dove porterà).
E’ azione soprattutto se tale parola è in pubblico.
Hannah Arendt diceva che parlare in pubblico è una grande responsabilità (forse la più grande).
Ieri toccava a pochi, privilegiati e selezionati, parlare in pubblico, oggi la rete lo permette a tutti, ma non tutti sanno di che grande responsabilità siano stati caricati, anzi la maggior parte non si rende neppure conto di parlare in pubblico.
La maggior parte di noi crede di parlare al telefono invece  di parlare ad un pubblico potenzialmente enorme, e così, spesso, si lascia andare a scene pietose e irrazionali.
Questa irresponsabilità, per assurdo, è passata dalla rete alla carta stampata, e poi alle piazze, creando un mondo isterico, assurdo e sull’orlo di una crisi di nervi.
Così si arriva alla schiuma e alla funzione, secondo Baratto, liberatoria di facebook e twitter che invece di aspira-polvere diventano un aspira-schiuma,  liberando così parte dei blog della componente più fastidiosa (o almeno così sembra, ne conosceremo i risultati solo fra qualche tempo).
Sì, penso sia vero che se oggi in rete esiste una forma di serietà, questa esista nei blog e non altrove.
Con l’eccezione del blog di beppe grillo che non è un blog, ma solo l’interfaccia, in internet, di una società di marketing e di  una setta economica che fa uso e abuso, per fini elettorali, di tecnologia e neppure di quella più recente ma di quella ormai datata (come lo stupido abuso dei gelidi video  streaming), anche se, per ora, pochi se ne sono resi conto davvero (georgia)

Tre cose che ho imparato scrivendo in rete
29 marzo 2013
Pubblicato da gianni biondillo
Di Sergio Baratto
(Qui di seguito il testo che Sergio ha letto sabato 23 marzo alla festa per i dieci anni di Nazione Indiana. G.B.)

Vorrei parlare brevemente di alcune cose che ho imparato nei miei dieci anni di “tirocinio” di scrittura in Rete, da un punto di vista strettamente personale, senza alcuna pretesa di formulare verità assolute. Queste cose che ho imparato le ho raccolte in forma di appunti e riassunte in tre parole. La prima è “responsabilità”, la seconda è “peso”, la terza è “schiuma”.

Responsabilità
Ovvero assunzione di responsabilità, pratica della parola responsabile.
La forma blog ai suoi esordi era molto legata al concetto di anonimato, anzi alla mistica del nickname. In parte per un vezzo un po’ adolescenziale, in parte anche, forse, per via dell’attitudine fortemente autobiografica, diaristica. Il blogger degli albori era come una specie di esibizionista mascherato. Molto sexy!
Perciò, in parole semplici: metterci la propria faccia, o meglio la propria identità, è stato un passo molto importante. È stato un atto “primordiale” di assunzione di responsabilità: «Io Sergio Baratto sono l’autore di queste parole, belle o brutte, stupide o intelligenti, e di esse mi assumo pubblicamente la responsabilità».
Questo poteva sembrare scontato a chi approdava alla scrittura in rete avendo già un’esperienza pregressa di scrittura in luoghi “tradizionali”, cioè su carta, o comunque come autore già pubblicato, come nome già pubblico. Ma non era altrettanto ovvio per chi esordiva direttamente nella scrittura sul Web.
«Metteteci il nome! Metteteci la faccia!» è stata un’esortazione che all’inizio ha prodotto anche parecchie reazioni stizzite, difensive, irricevibili per quanto umanamente comprensibili: di fatto, nessuno di noi era braccato dall’esercito sulle montagne del Chiapas!
Ecco, io penso che davvero non si dia vera libertà senza assunzione di responsabilità. Che la parola (la scrittura) non sia veramente libera senza questo atto preliminare.

Peso
La seconda parola è “peso”, e per me ha a che fare con il dogma dell’ironia. Il dogma dell’ironia, non l’ironia.
Questo dogma ha tre appendici:
1) si deve scherzare su tutto;
2) l’unica cosa che conta è lo stile;
3) Non bisogna mai prendersi sul serio.

“Peso” è una parola disprezzata, che viene usata quasi solo negativamente: essere considerati “pesanti”, cioè vedersi attribuire uno dei peggiori difetti sociali, costa molto in termini di esclusione, di emarginazione; quando diciamo che un film o un libro è “pesante” lo bolliamo fatalmente con un marchio che è peggiore dello stigma di Caino: quel libro o quel film è pesante, cioè poco o punto sopportabile per eccesso di seriosità.
Eppure la serietà non è la seriosità! Il peso non è la pesantezza!
Per me il peso è quello che ti permette di calarti in profondità. E senza peso non puoi volare, ma solo lasciarti trascinare dal vento.
Ovviamente non voglio dire che ambisco a scrivere cose pesanti. Ma mi pare che la gravità sia una forza imprescindibile, quando si parla di scrittura.
Ci sono due forze, una ascendente e una gravitazionale: sono entrambe fondamentali. Se manca la prima non esiste profondità, ma al limite solo sprofondamento; se manca la seconda esiste solo l’evaporazione. Gas rarefatti che si disperdono e si perdono.
Cosa intendo con questa “leggerezza senza peso”? Quella maniera, così diffusa nella scrittura in rete, nei blog, e così supinamente asservita al dogma dell’ironia – quella maniera di scrivere di ogni cosa in modo superficiale, carino, divertente, simpatico, disimpegnato, che ha decretato all’epoca la fortuna di molte cosiddette blogstar e che oggi impera su Twitter. Quella coazione a “scherzare” su tutto, o meglio a prendere a ogni riga le distanze dalle proprie parole, a sottintendere – con una continua, leziosa, stucchevole strizzatina d’occhio al lettore – che non ci si sta prendendo veramente sul serio.
Ecco, io per reazione ho imparato la serietà. Ho imparato che esiste una leggerezza seria, di peso. Io preferisco chiamarla levità, per non confondermi, ma il concetto non cambia.
Scrivendo in Rete ho imparato a prendere sul serio le parole e a dargli peso.
Dare peso alle parole per me è cercare di avere il coraggio delle parole, è attribuire alle parole una potenza creativa, sovvertitrice, perturbante. È salvare l’idea che la parola possa essere agente sulla realtà.

Schiuma
Esiste una cosa leggera ma greve? Sì, è la schiuma.
Intendo per “schiuma” la proliferazione dei discorsi parassiti, l’affollamento intorno ai cliché, la crescita ipertrofica delle parole attorno al banale luccicante, all’effimero più facilmente autopromozionale.
Di questa proliferazione, i luoghi della scrittura in rete hanno sofferto come di una patologia invalidante.
Ma davvero la vocazione dei blog era tutta qui, nel replicare le stesse idee e gli stessi discorsi abusati della stampa e della televisione? Davvero era questa subalternità, questo farsi servire dai media il pastone su cui imbastire la propria scrittura liofilizzata ma fighetta? Non credo.
E non è solo questo. La schiuma è anche il rumore di fondo che diventa un chiasso assordante, cancellante.
Chiunque abbia avuto esperienza dei flame, delle guerre di commenti e del trolling ossessivo, sa di cosa parlo.
Ma davvero l’ambizione della scrittura in rete era tutta qui, nel farsi campo di battaglia per logorroici e ridicoli scontri verbali, per l’esibizione narcisistica e per l’esercizio distruttivo di uno spirito puerilmente litigioso? Di nuovo, non credo.
Questa schiuma è il cavallo di Troia dell’appiattimento. Per molto tempo ha propalato una concezione falsamente ugualitaria della Rete, spacciando la sua essenza orizzontalizzante, cioè profondamente reazionaria e repressiva, per una presunta orizzontalità democratica (io sconosciuto aspirante scrittore di Abbiategrasso posso discutere ad armi pari con lo scrittore pubblicato e anzi dargliele metaforicamente di santa ragione).
Si è venduta come l’unico mezzo di dialogo in Rete, il che è una falsità: il Web 2.0 presenta infatti ben altre potenzialità comunicative, ben altre possibilità di costruzione di reti libertarie e non gerarchiche. In un medium in cui posso aprire un mio spazio personale/pubblico di riflessione e di scrittura, e interagire creativamente e costruttivamente con gli altri nodi della rete, perché mai io, aspirante scrittore di Abbiategrasso, dovrei accontentarmi di partecipare alla proliferazione della schiuma, alla velocità, alla dimensione effimera, autoreferenziale e livorosa, quando la Rete mi dà la possibilità di prendermi il tempo e lo spazio di argomentare, ponderare, distillare le parole?
Quando la mia scrittura in rete suscita reazioni – anche critiche – in altri blog, quando si crea un dialogo a distanza su un piano davvero paritario, l’esperienza è arricchente, non avvilente. Ma, perché ciò avvenga, sono necessarie le due cose di cui ho parlato prima: l’assunzione di responsabilità e l’impudenza di prendere sul serio la parola, di darle un peso.
Perciò io sono convinto che la fine della proliferazione della schiuma è una benedizione per chi scrive in rete.
Quando sento dire che i social network hanno messo in crisi i blog, o addirittura ne hanno decretato – alla lunga – la morte, mi viene da ridere. Penso invece che abbiano compiuto una straordinaria opera igienica, succhiando via e portando con sé la schiuma in altri lidi alla schiuma più consoni.
Trasferendo su di sé questa proliferazione liberano la scrittura in rete.
Nazione indiana via Il primo amore.

Forconi

24 gennaio 2012

Vi posto, da Il primo amore, un pezzo molto interessante per farci una idea sui forconi che qualcuno vorrebbe far passare per un movimento spontaneo dal basso, anche se qualche puffo col forcone c’è anche nel basso, ma …  (georgia)

Forconi
24 gennaio 2012 | Pubblicato da g.giovannetti in Condividere il rischio
Copio e incollo la denuncia di un amico. Temo che molta gente non abbia capito con cosa ci stiamo confrontando. (Niccolò Notarbartolo)

mauro biani 21 gennaio

Sono un produttore agrumicolo siciliano. In questi giorni, nel pieno della stagione delle arance, anziché a raccogliere sono al computer a mandare appelli affinché si aprano gli occhi su ciò che sta succedendo qui.

 Vi scrivo da Lentini, provincia di Siracusa.
Eravamo al corrente dei blocchi imminenti già dalla settimana scorsa. A differenza di noi la maggior parte della popolazione era assolutamente ignara e questo ad ulteriore riprova del fatto che il fenomeno non nasce come popolare.
Lunedì sono cominciati i blocchi. Qui a Lentini ne sono stati organizzati parecchi, almeno 4 sulle principali vie d’accesso del paese. Tutti i mezzi commerciali anche semplici macchie furgonate sono stati costretti a fermarsi e a dimostrare solidarietà al movimento abbandonando il mezzo. Ho passato un po’ di tempo ad osservare questi blocchi, non c’era ovviamente nessuna facoltà nel poter scegliere di aderire o meno. I toni ed i modi erano semplicemente intimidatori, in una maniera che nessun siciliano che voglia campare cent’anni potrebbe mai fraintendere. Un ragazzo africano venditore ambulante, che evidentemente non conosce bene questi codici comportamentali è stato circondato, gli hanno aperto gli sportelli è fatto capire in maniera poco velata cosa doveva fare. La sua macchina è ancora parcheggiata lì. I blocchi non si sono limitati a sequestrare i mezzi, ma hanno fatto opera di indottrinamento. Ciascun autista veniva informato dei motivi della protesta che doveva ovviamente condividere. Mio padre ha avuto qualche piccola obbiezione da fare. Quando gli è stato detto che l’indomani avrebbero impedito anche la libera circolazione dei mezzi ad uso civile, lui ha obbiettato che mia madre avrebbe dovuto fare delle visite mediche e loro gli hanno risposto che in tal caso avrebbe dovuto esibire il certificato medico. Quando mio padre ha reagito dicendo che non solo questo sistema di protesta era sbagliato, ma semplicemente folle, è stato costretto, per punizione, ad accostare fino a nuovo ordine. Dopo mezz’ora è potuto ripartire. Da ieri squadracce di individui poco raccomandabili girano intimando a ciascun esercente, artigiano, ecc. di chiudere l’attività pena ritorsioni. Ieri, la panettiera, quando sono entrato in panificio aveva le mani tremanti: «mi hanno detto che se quando tornano trovano aperto spaccano tutto». Idem in molti altri esercizi: «scusate , ma ci hanno fatto chiudere per sciopero». 

Il fatto che le forze dell’ordine abbiano assistito passivamente a questi eventi, con i finestrini delle macchine ben chiusi per non sentire il carattere intimidatorio dei pacifici manifestanti nei confronti degli autisti dei mezzi è gravissimo. So che ovviamente le pattuglie rispondo ad ordini ricevuti, ma legittimare in questo modo queste pratiche antidemocratiche, consentire la violazione dei diritti fondamentali di altri individui, crea dei precedenti molto pericolosi. Dare un simile potere a chi non ha alcun diritto di esercitarlo, è un gioco pericoloso, dal quale può essere difficile tornare indietro.

Purtroppo navigando sul web vedo che questa ventata di rivoluzione crea tanto entusiasmo ed accende gli animi di chi, forse, non si rende conto di cosa sta succedendo. Gli studenti che oggi scendono in piazza, non sanno che in questo momento qualcuno sta rubando un pezzo della loro futura libertà. 

Questa azione non è in alcun modo fatta per dare alcun beneficio ai siciliani. Nessuno si è presentato al palazzo della regione per pretendere una migliore gestione delle risorse, una riduzione dei costi della politica siciliana, interventi economici ed infrastrutturali per ridurre gli svantaggi territoriali per meglio competere sul mercato europeo o altre delle mille cose che avremmo bisogno venissero fatte. NO!
 CIÒ CHE E’ IN CORSO È UNA MACRO ESTORSIONE.
In Sicilia, ciò cui siamo comunemente abituati, è che qualcuno bussi alla nostra porta e ci dica «o paghi o non ti facciamo più lavorare – ti bruciamo il negozio o la macchina». Qui quanto avviene oggi e che a ciascuna persona che lavora, almeno nel mio territorio, venga detto «o lo stato paga, o non ti facciamo più lavorare, non ti restituiamo il mezzo di trasporto, le merci, non ti diamo più il diritto di mangiare o circolare liberamente». Tutti in ostaggio e boia chi molla.
Quale sia il riscatto che dovrà essere pagato non è ben chiaro. A parte gli interessi di qualche categoria che vuole che la crisi pesi più sugli altri che su di sé, qui qualcuno sta mostruosamente speculando sul disagio e l’ignoranza della gente per costruirsi un credito politico, a partire da Forza Nuova che si cela dietro il comitato forza d’urto, così come tanti altri individui di discutibile reputazione.
Ciascun cittadino e ciascuna categoria, in qualsiasi regione di Italia in questo momento è in difficoltà, ma l’uso della violenza e della prepotenza per l’accaparramento di privilegi non è ammissibile. È irresponsabile, non ce lo possiamo permettere più. La “rivoluzione” dovrebbe portare esattamente l’effetto opposto rispetto ciò cui stiamo assistendo. Ripristinare lo stato di diritto. Abolire i privilegi. Dare regole eque e chiare e farle rispettare a tutti!

 Tutto ciò e molto triste e mi amareggia tantissimo, come italiano e come siciliano.
Il primo amore, 24 gennaio 2012


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