Bianca Berlinguer lascia il tg3

5 agosto 2016

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Bianca Berlinguer lascia, o meglio è obbligata a lasciare il tg3. Non mi piace il metodo con cui avviene il cambiamento, sembra una epurazione casereccia  e maldestra. Ultimamente mi ero accorta che qualcosa non andava. La giornalista era molto agitata, non lasciava parlare nessuno, tantomeno chi pensava diversamente da lei, interrompeva, e correggeva, tutti anche i pochi che portavano avanti discorsi razionali e intelligenti che ci sarebbe piaciuto ascoltare per intero. Non era un bello spettacolo per chi, come me, l’ammirava da sempre. Ma del resto, da tempo, l’informazione televisiva ( e non solo) è diventata schizofrenica urlata e poco riflessiva. Forse un cambiamento sarebbe stato anche necessario, ma ormai siamo rassegnati al fatto che si cambia sempre in peggio e che i cambiamenti provocano solo piccole vendette ed eliminazione di personaggi scomodi. Tutto questo pollaio stantio con l’informazione e la professionalitá ha poco a che spartire. Non parliamo poi di Freccero messo da 5s che ormai non riconosce più una notizia interessante da una volgare bufala (Georgia)

Berlinguer-Santoro, la striscia riparatrice
Viale Mazzini. Il cda approva a maggioranza le nomine dei nuovi direttori. L’ex del Tg3 condurrà un nuovo programma. Fornaro e Gotor, Pd di minoranza, lasciano la Vigilanza: «Logiche di occupazione alla vigilia del referendum
Daniela Preziosi
Alla fine è proprio Bianca Berlinguer, considerata dal governo peggio di un insidioso avversario politico, a togliere le castagne dal fuoco al cda. Le nomine agostane ai Tg Rai sono state l’ennesimo pasticcio comunicativo del governo Renzi. Il direttore generale Campo Dall’Orto e la presidente Maggioni sono riusciti a far universalmente identificare Bianca Berlinguer come il vero obiettivo del giro delle poltrone. Senza però trovare una nuova collocazione per lei, rischiando di rinfocolare la polemica della settimana prima, e cioè quella degli inattivi di lusso in Rai. La direttrice uscente, che oggi si congederà dal pubblico del Tg3, guadagna l’invidiabile cifra di 270 euro lordi l’anno. Il dg le aveva proposto la conduzione di una striscia alle 18 e 30, fascia difficile dagli ascolti scarsi, tranne che per qualche mese invernale. La giornalista era perplessa. Ma alla fine lei stessa ha chiamato l’amico Michele Santoro e gli ha chiesto di firmare il programma. Santoro ha detto sì e ha messo a disposizione la sua «factory», cioè il suo gruppo di collaboratori che fornirà servizi e documentari. La trasmissione andrà in onda dal lunedì al venerdì, e da febbraio dovrebbe avere una o due serate di prime time. Dunque alla fine della giostra, in tv si materializza un programma «girotondo» anti Renzi? Potrebbe essere. Tant’è che Campo Dall’Orto ha provato fino all’ultimo a convincere la direttrice uscente di attaccare a novembre, con il nuovo programma. Magari a referendum celebrato.

Ieri mattina come da copione il consiglio di amministrazione Rai ha varato le nomine. Il direttore del Tg1 Mario Orfeo resta al suo posto (quello del 61 per cento al sì al referendum con il 37 al no). Al Tg2 approda Ida Colucci, al Tg3 Luca Mazzà, che un anno fa era andato via dal programma Ballarò perché (secondo le voci) troppo antirenziano. Andrea Montanari al Giornale Radio, professionista molto stimato (anche a sinistra) e Nicoletta Manzione a Rai Parlamento. Anche i consiglieri di area Pd hanno masticato amaro. Ma hanno votato sì: per Franco Siddi, ex segretario della Federazione nazionale della stampa «era doveroso per evitare una crisi alla Rai e per non lasciare redazione importanti con direzioni depotenziate». Finisce 6 a 3. Votano no Carlo Freccero, Arturo Diaconale e Giancarlo Mazzuca.
I tre consiglieri alla fine sono gli unici che provano davvero a fare fronte contro le nomine. Perché le opposizioni del parlamento, che pure avevano fatto un gran can can contro l’imminente «blitz agostano» «epurativo», la costituzione del «fronte del sì al referendum costituzionale» e via scendendo, alla prova della commissione Vigilanza si perdono per strada.
Il presidente a 5 stelle Roberto Fico accetta di portare avanti la seduta anche se l’ordine del giorno non è rispettato: gli onorevoli dovevano discutere il piano dell’informazione, ma il piano non c’era perché a mercoledì sera il cda non aveva fatto in tempo a votarlo. La sinistra Pd prova a presentare un documento di censura che però il presidente Fico non ammette per un vizio di formulazione. Finisce che Miguel Gotor e Federico Fornaro si dimettono denunciando «l’assenza di un nuovo progetto sull’informazione dell’azienda» con nomine che rispondono «a logiche di occupazione governativa del servizio pubblico, in forme per molti versi inedite e in contrasto con il principio costituzionale del pluralismo culturale e politico», e per di più «alla vigilia di importanti scadenze politiche e istituzionali». Maurizio Gasparri si azzuffa con la presidente Rai Monica Maggioni. Renato Brunetta la ’boccia’ come studente.

I 5 stelle stelle tuonano, ma più la mattina successiva che nel corso della notte in Vigilanza: il governo «militarizza l’informazione in vista della campagna referendaria», ma i pentastellati si augurano che «i nuovi direttori facciano al meglio il proprio lavoro garantendo il pluralismo. Esattamente come non hanno fatto per anni direttori piazzati dai vari governi che si sono succeduti, e come non ha fatto finora il direttore del Tg1».
Ma i 5 stelle prendono anche le distanze dalla minoranza Pd e da Gasparri e Brunetta: sono «lottizzatori seriali», «oggi attaccano le scelte di Campo Dall’Orto perché volevano una fetta di torta».

Manifesto, 5 agosto 2016
http://ilmanifesto.info/berlinguer-santoro-la-striscia-riparatrice/

2003 guerra in Iraq. Guerra inutile. Oggi arriva il Rapporto Chilcot

6 luglio 2016

due pazzi irresponsabili

Repubblica, Il Foglio, Ansa, Unità,

Arriva dopo 7 anni il Rapporto Chilcot.
John Chilcot è il presidente della commissione d’inchiesta, sulla partecipazione del Regno Unito all’intervento militare in Iraq del 2003, commissione voluta dal governo di Gordon Brown.
La guerra, quella terribile guerra di cui ancora oggi (e chissà per quanto tempo ancora) tutti paghiamo le conseguenze, poteva essere evitata ed è stata del tutto inutile.
Almeno Blair, per quel che può valere, nel 2015 ha chiesto scusa a differenza di Bush e Berlusconi, dei polacchi e di Aznar, che ancora non l’hanno fatto (georgia)

Michele Serra AMACA del 6 luglio

6 luglio 2016

 

Michele Serra, Amaca del 6 luglio 2016

Roma e l’e-nepotismo a 5 stelle con e-manuale cencelli

6 luglio 2016

Virginia Raggi sembra abbia fatto la sua squadra (e QUI), in realtà l’aveva già fatta alcuni giorni fa, ma aveva sistemato persone a lei troppo care con tanto di delibera, facendo un gran pasticcio al punto da costringere Grillo al Gran Ritorno. Grillo con una telefonata mette tutto in discussione e obbliga Raggi ad un incontro con i controllori. Sinceramente non so se tutto questo sia molto democratico nei confronti di un Sindaco eletto direttamente. Non dò torto a Grillo, vista la indubbia confusione e leggerezza, ma non gli dò neppure ragione. Una volta scelto il candidato, quando questo viene eletto, sarebbe obbligo democratico doversene fidare e metterlo alla prova, altrimenti è davvero tutto troppo ridicolo e patetico. Il potere che danno le cariche elettive non è cosa su cui poter giocare con leggerezza a proprio piacimento.
Daniele Frongia  viene così sostituito da Daniela Morgante, il cui piano di risanamento era stato definito dal sindaco Ignazio Marino un puffo informe.
Frongia però diventa vicesindaco (cosa che forse desiderava fin dall’inizio per poter, forse, controllare da vicino la sindaca) con delega alle Partecipate.
Di Raffaele Marra (che deve la sua carriera a Panzironi, Alemanno e Polverini con un breve passaggio con Marino. Quando si dice: cambiare tutto per non cambiare niente!) che doveva essere il vice di Frongia con diritto di firma, al momento non si sa nulla.
Nella squadra anche un fedele della Casaleggio associati, Adriano Meloni. Alla cultura, al posto del tanto pubblicizzato, durante la campagna elettorale, Tomaso Montanari ci sarà invece Luca Bergamo.
Un e-manuale Cencelli da far invidia a Mastella.
Pizzarotti il sindaco di Parma invita Virginia Raggi, sindaca di Roma, a scegliersi le persone e ad imporsi. Se avrà bisogno di aiuto loro, di Parma, ci saranno sempre per darle una mano.
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– Un interessante analisi sul presente, dal titolo Che sta succedendo?, sul blog wittgestein.
– E un articolo sul nepotismo a 5 stelle.

IL NEPOTISMO A 5 STELLE È SEMPRE NEPOTISMO E FA MALE ALLA POLITICA
di Sergio Rizzo

Nelle ricostruzioni delle mappe del potere grillino successive alle amministrative prevale l’elemento familiare. Lunghissimo e sorprendente risulta l’elenco di consiglieri, assessori, presidenti di circoscrizione e presunti loro collaboratori che hanno fra di loro vincoli di parentela, senza dire dei rapporti coniugali o equipollenti. Succede nelle migliori famiglie politiche, si sa. E spesso sono gli stessi esponenti del Movimento 5 Stelle a stigmatizzare (giustamente, aggiungiamo) la commistione fra relazioni parentali e amministrative, come nel recente caso del figlio del governatore della Campania, Vincenzo De Luca, quando si è profilato il suo approdo alla giunta comunale salernitana con un importante incarico. A maggior ragione, quindi, la straordinaria rete di relazioni familiari in quella che ormai è una vera e propria nomenclatura grillina non può non suscitare qualche riflessione. La prima è la già mancanza di una classe dirigente, conseguenza in parte della rapidità con cui il Movimento si è affermato, ma anche della inesistenza di palestre dove formarla (la rete a questo serve a poco). Carenza che costringe a curiosi ripescaggi di figure anche piuttosto usurate nei ruoli tecnici, e in mancanza di alternative può innescare la suggestione di ricorrere alle uniche persone di cui ci si può fidare, in un clima di generale diffidenza verso tutto ciò che non è il Movimento. E chi se non i familiari, che magari condividono pure la medesima fede politica. Ma indipendentemente, temiamo, da capacità e competenze. Chi fa l’esame al marito per stabilire se è adatto a fare il capo di gabinetto della moglie? Eliminare una classe dirigente considerata in larga misura corrotta, collusa e inadeguata è il primo passo se davvero si vogliono cambiare le cose. Ma sostituirla con le fidanzate, i figli o i congiunti dei colleghi di partito non ci sembra il modo migliore. Anche con le migliori intenzioni si chiama sempre allo stesso modo: nepotismo.
Corriere della sera, 6 luglio 2016

Grazie Islanda!

28 giugno 2016

Mi allontano per una settimana dal Pc e succede di tutto :-)
– Gli inglesi escono dall’Europa per le balle dell’etilico Farage, fatte stampare sugli autobus, che con la Brexit avrebbero risparmiato 350 milioni di sterline da destinarsi alla sanità. Ci cascano tutti come allocchi, soprattutto i vecchi dei pub, e pensare che io stimavo molto gli inglesi. Ma certo io quando parlo di inglesi  penso solo alla citta-mondo Londra (che infatti ha votato per restare e sogna di diventare città-stato). Tutti i fessi di casa nostra esultano, gli stessi fessi che odiano la Merkel e non si rendono conto che senza l’Inghilterra (o, per ora, il Regno Unito) hanno rafforzato al massimo la Germania.
Ora che sono usciti, come volevano, però temporeggiano e tentano di fare i furbi, cioè restare ma con maggiori diritti e minori doveri, come ad esempio accogliere parte dei profughi.  E pensare che molti dei profughi sono conseguenza della guerra a cui proprio loro hanno partecipato.
Una curiosità: ma quando il buffone Farage uscirà dal Parlamento europeo (e si spera presto) il fesso di casa nostra, Grillo, con chi sarà alleato?
Unica cosa  ottima è che la simpaticissima Islanda ha buttato fuori dall’Europa l’Inghilterra con due bellissimi gol. Queste sono grandi soddisfazioni anche per chi non ama particolarmente il calcio  :-)

– Intando il povero Pablo Iglesias,  di Podemos, malgrado i video virali che che lo vedevano giocare a palla canestro e fare centro, rimane al palo per aver promesso un piccolo referendum. E solo la parola referendum fa ormai tremare gli elettori che si ributtano sull’usato sicuro, ma veramente poco rassicurante, Rajoy.
Risultato anche stavolta sarà impossibile fare un governo in Spagna.
Se non fosse una tagedia ci sarebbe da ridere (del resto con l’invasione dei comici-politici, maestri di pubbliganda che altro ci resterebbe da fare?)
Ad ogni modo io proporrei una legge europea. Che se un politico mente smaccatamente per vincere e fa promesse infingarde sapendo di mentire, poi venga interdetto dalla politica per sempre. Se non piacciono i partiti allora è necessario fare leggi che proteggano il povero elettore, che se le beve tutte, dalle balle degli scatenati demagoghi1 in libertà.

1) Demagoghi da demagogia. “Demagogia è un termine di origine greca (composto di demos, “popolo”, e aghein, “trascinare”) che indica un comportamento politico che attraverso false promesse vicine ai desideri del popolo mira ad accaparrarsi il suo favore. Spesso il demagogo fa leva su sentimenti irrazionali e bisogni sociali latenti, alimentando la paura o l’odio nei confronti dell’avversario politico o di minoranze utilizzate come “capro espiatorio” e come “nemico pubblico”, utile alla formazione di un fronte comune, uniformato temporaneamente dalla medesima lotta e dunque scevro di dissenso interno“. (cfr.)

elezioni 2016, superato il quorum

20 giugno 2016

QUI ci sono tutti i dati, comune per comune, compreso l’affluenza, cosa strana al momento mancano i dati per Roma, qualcosa deve essere andato in tilt oppure una semplice dimenticanza.
Ieri ha votato il 50,54%. Possiamo dire che almeno è stato raggiunto il quorum :-).  A Napoli neppure quello e ha votato solo il 35,99%. Possiamo dire di essere diventati una grande democrazia europea dove queste percentuali sono la normalità.
Per il resto, nelle grandi città, a parte Torino, è andato come dicevano i sondaggi da mesi.
Roma ha la prima donna sindaco, è del M5s e supera in percentuale persino De Magistris.
L’Italia ha votato contro Renzi, che, forse, da oggi diventerà più dialogante, a volte le sconfitte fanno meglio delle vittorie.
Cosa interessante da notare: Quando il M5s va al ballattaggio vince quasi sempre (stavolta 19 su 20). Essendo un movimento trasversale, ai ballottaggi è il grande favorito perchè fa il pieno di voti, può infatti ricevere sia i voti della destra che quelli della sinistra. Non avviene invece il contrario, l’elettorato del M5s ai ballottaggi non vota necessariamente la destra. Se lo avesse fatto a Milano non avrebbe vinto neppure Sala e a Bologna avrebbe messo in difficoltà Merola.
Unica piccola consolazione per me: a Varese la lega del tronfio e rozzo Salvini perde.
Molto democratico, quasi anglosassone, l’atteggiamento di molti perdenti da Fassino e il simpatico Giachetti (che forse tira pure un sospiro di sollievo) a Parisi. Meno democratico, a differenza di Chiara Appendino (che è stata perfetta e mi complimento), l’atteggiamento di Virginia Raggi che addirittura nel momento di vittoria, si lamenta, petulante, di vili attentati, dimenticando i suoi (davvero vili) all’ex sindaco Ignazio Marino costretto a dimettersi per falsi motivi amplificati ad arte. Senza quei vili attentati oggi lei non sarebbe sindaco. Forse era meglio se rimandava almeno al giorno dopo le fastidiose lamentele.
Buon lavoro a tutti i sindaci italiani eletti direttamente e democraticamente.

Chi di spada ferisce di spada perisce

18 giugno 2016

Chi di spada ferisce di spada perisce
Ora non credo che Virginia Raggiperirà” per lo meno non ora al ballottaggio, anzi credo vincerà e poi avrà tutto il tempo per difendersi e dimostrare se è innocente o meno.
Non so se la Raggi sia davvero “colpevole“, non sono in grado di capirlo,  però ricordo che, comunque sia, anche Ignazio Marino era del tutto innocente per la storia degli scontrini e della finta cena a sbafo con la moglie, eppure il M5s ha denunciato Marino che ha avuto l’avviso di garanzia ed è stato costretto a dimettersi (in malo modo) permettendo così a Raggi di diventare sindaco (se lo diventerà come è molto probabile) ed essere oggi votata da quegli stessi (casa Pound e fratelli d’italia, forza Salvini) che urlavano sotto le finestre del sindaco chiedendone le dimissioni, e fra quelli c’era la Raggi, la Lombardi e tutto il M5S. Oggi Virginia grida alla fabbrica del fango, può essere, non sarebbe una novità in Italia, ma certo sarebbe oggi più credibile se lo avesse urlato anche quando urlava contro Marino. Tra l’altro è un fuoco amico che la colpisce visto che Il fatto quotidiano è sempre stato uno sponsor del M5s (georgia)

Marco Lillo, Elezioni comunali Roma 2016: Virginia Raggi e l’incarico dalla Asl di Civitavecchia. In cambio di 13mila euro dovrebbe recuperarne 860mila da un nullatenente (oggi defunto): il suo cliente, l’azienda sanitaria, per tre anni ha impedito alla Corte dei conti di sapere la verità, Il fatto quotidiano,  17 giugno 2016

Alessandro De Angelis, Alfonso Sabella: “L’avviso di garanzia alla Raggi è un atto dovuto“, HuffingtonPost, 17 giugno 2016

Federica Angeli, Incarichi Asl, la Raggi: “Tutto dichiarato”. Ma la Procura apre il fascicolo. La candidata al Campidoglio su Facebook pubblica l’autocertificazione del 2015. Il Pd: “Rotto il silenzio elettorale”. Serracchiani: “E’ bugiarda, si ricordi quando mentì su Sky“, Repubblica, 18 giugno 2016.

Kiefer e Pamuk. Parole e immagini

18 giugno 2016

Sempre della serie ritagli da conservare (geo)

Repubblica, 18 aprile 2015

E’ possibile, allora, guardare un dipinto e riuscire, in ultima analisi, a leggerlo? E’ possibile trattare un libro come un dipinto, e un dipinto come un libro? (orhan pamuk)

Cosa succede quando un premio Nobel incontra il suo artista preferito?
Pamuk Kiefer
Lo scrittore che voleva essere pittore e il pittore che voleva essere scrittore
Orhan Pamuk

HO SEMPRE visto la pittura come la mia strada verso la felicità. Fra i sette e i ventidue anni volevo fare il pittore e passavo tantissimo tempo a disegnare, specialmente da adolescente. La mia famiglia mi sosteneva: mi avevano ricavato addirittura un piccolo studio in un appartamento di Istanbul, pieno di vecchi mobili. Io progettavo di diventare un giorno un pittore famoso. Vent’anni dopo, nessuno di quei sogni si era realizzato: scrivevo romanzi a Istanbul e me li pubblicavano. La pittura rimaneva però una promessa di felicità futura, invece di qualcosa che mi potevo godere nel presente. Negli anni Ottanta, ogni volta che mi imbattevo nel lavoro di grandi artisti come Anselm Kiefer, venivo colto da un’emozione a metà strada fra la gelosia e il rimpianto per non aver vissuto la vita che volevo vivere. Ma una parte di me era consapevole che la felicità che tanto desideravo era fuori dalla mia portata.
L’ARTE eccezionale di Kiefer dimostrava che contrariamente a quello che credevo da bambino e da ragazzo, pensare per immagini e sognare a occhi aperti non era garanzia di realizzazione artistica. La forza che sta dietro a ogni vigorosa pennellata e la presenza fisica del pittore erano due componenti essenziali di quell’equazione magica che chiamiamo arte. Il mio corpo, la mia spalla, il mio braccio, la mia mano non sarebbero stati in grado di creare niente del genere, e la forza dell’arte di Anselm Kiefer mi aveva parzialmente aiutato a scendere a patti con questa dolorosa verità.
Nell’estetica di Kiefer, i libri sono sacri, come i testi che veicolano. Quando guardiamo gli enormi libri che Kiefer ha scolpito negli ultimi anni con lamine di piombo e altri metalli, ci dicono che il sacro che è in loro non esiste solo nei testi che contengono, ma anche nella loro tessitura. È quasi come se i libri di Kiefer ci dicessero di guardare oltre quello che le parole rappresentano e significano, per osservare invece la loro struttura e le connessioni che formano fra di loro. La mia mente era affollata da questi pensieri quando Thaddaeus Ropac, il gallerista di Kiefer, mi ha accompagnato nello studio dell’artista. Mentre ci dirigevamo in macchina fuori Parigi, ero nervoso ma al stesso eccitato, come un ragazzino che va per la prima volta al cinema. Avevo incontrato Kiefer a Salisburgo nel 2008 e conoscevo bene la sua opera per averla vista nei musei e sui libri. Forse vedere le sue opere dentro il suo studio mi avrebbe fatto sorgere nuove emozioni. Forse un giorno avrei perfino potuto lasciar perdere i romanzi e dedicarmi alla pittura.
C’era così tanto da ammirare in quell’enorme studio che quando ho visto il nuovo lavoro dell’artista ne sono rimasto stordito. Provavo un certo conforto nel vedere l’ormai familiare calligrafia dell’artista sui suoi dipinti. Come sempre Kiefer lasciava sopra i suoi quadri indicazioni scritte per indirizzarci verso la leggenda, il testo o il poeta (Ingeborg Bachmann, Paul Celan, Arthur Rimbaud) che lo avevano ispirato in ciascun caso, e per rammentarci della storia, con la minuscola o con la maiuscola, che sta dietro a ogni dipinto.
Mentre mi aggiravo nervosamente per l’immenso studio di Anselm Kiefer, mi sono ritrovato a pensare ancora una volta che forse il motivo per cui amavo così tanto questi dipinti era la straordinaria capacità dell’artista di dimostrare il legame di parentela fra parole e immagini, fra leggende e paesaggi. Tutte queste parole, lettere, alberi, montagne, fiori fragili e strade sperdute erano parte di un unico testo e condividevano una tessitura comune. Ero trasfigurato dalla loro bellezza, che sembrava l’estensione di un testo e tessitura unici, fondamentali, complicati.
In principio era davvero il verbo, sembrano dire all’osservatore tutti i dipinti di Kiefer. Ma guardare l’arte e il mondo e capire davvero ciò che vediamo è molto più piacevole di quanto possa mai essere leggere parole e lettere. È possibile, allora, guardare un dipinto e riuscire, in ultima analisi, a leggerlo? È possibile trattare un libro come un dipinto, e un dipinto come un libro? Testi e immagini discendono tutti da un’inesauribile moltitudine di miti. Fra gli artisti di cui conosco l’opera, Kiefer è forse il più dotato, ambizioso e letterario di tutti, e probabilmente è per questo che il suo universo mi affascina tanto; probabilmente è per questo che mi sento così vicino a lui e guardo ancora con sgomento ogni suo nuovo dipinto. Mentre me ne stavo, inebriato, a contemplare i capolavori contenuti nel gigantesco atelier di Kiefer, il bambino nel mio cuore continuava a dirmi che avrei ancora potuto fare il pittore, che anch’io avrei potuto svelare il mondo che è dentro la mia mente attraverso la pittura. Il mio io adulto, invece, lo scrittore felice e soddisfatto, cercava di ricordarmi che facevo già con i romanzi quello che faceva Kiefer con la sua pittura, e che dovevo essere più umile e realistico nelle mie aspettative. Eppure, stordito dalla bellezza dei dipinti intorno a me, piangevo la perdita di quel sogno infantile di pittura che mi ero lasciato dietro.
Quella stessa sera, Ropac ha organizzato una cena nella sua casa sulle rive della Senna. Ha fatto sedere me e Kiefer uno accanto all’altro, poi si è rivolto agli ospiti e ha annunciato: «Uno di loro voleva essere uno scrittore ed è diventato un pittore. L’altro voleva essere un pittore ed è diventato uno scrittore».
Ci siamo messi tutti a ridere. Ma a dire la verità per me non c’era niente di cui ridere, perché quella situazione mi faceva ancora soffrire. Era per questo che mi stavo scolando tutto quel vino bianco? Gli attenti camerieri in guanti bianchi non mi lasciavano mai con il bicchiere vuoto.
Ben presto ha cominciato a girarmi la testa e ho iniziato a pensare al diario-taccuino che tenevo in tasca.
Conteneva una serie di piccoli disegni che avevo fatto con grande cura e fervore. Era il caso di mostrare i migliori al grande artista che era seduto accanto a me? Lui di sicuro avrebbe capito.
Però sentivo che una cosa del genere sarebbe stata inappropriata. Tutti avrebbero riso di me. Sarei apparso ridicolo, come il dignitoso soldato del Tonio Kröger di Thomas Mann quando si alza in piedi in mezzo ai numerosi invitati di una cena formale per recitare le sue poesie. Forse avrei dovuto mostrare ad Anselm i miei disegni in un angolino appartato, più tardi. Lui era gentile e comprensivo, e certamente avrebbe trattato i miei istinti artistici con rispetto.
Ma c’era una voce più ferma e pragmatica che mi sussurrava nella testa: a che scopo? Se proprio non puoi fare a meno di disegnare, fallo nell’intimità di casa tua, dove nessuno ti può vedere. Non andare a cercare l’approvazione di qualcuno, men che mai di un famoso pittore.
L’intera faccenda era talmente delicata per me che osservavo con fastidio gli altri ospiti che si godevano la serata chiacchierando del più e del meno intorno al tavolo. Anche Anselm parlava con loro, assaporando tutti i piaceri che la vita ha da offrire a un uomo che è riuscito a realizzare ancora più di quello che sperava. Per un attimo, mi sono sentito completamente solo. Mi sono unito alla conversazione. Ho deciso che non dovevo assolutamente fargli vedere i miei disegni. Eppure sentivo ancora l’impulso di infilare la mano nella tasca della giacca e tirare fuori il mio taccuino.
Poi Kiefer si è voltato verso di me. Sembrava timido, quasi incerto.
«Sa, ho scritto un libro», mi ha detto. «Mi piacerebbe che lo leggesse».
«Come si intitola? Chi lo pubblica?».
«Notizbücher. Ma non c’è una traduzione inglese».
È seguito un lungo silenzio. Ho sentito di apprezzare Anselm Kiefer ancora di più. Non era solo un grande artista, era una persona profonda. È stato un bene che avessi deciso di non importunarlo con i miei disegni. Per non parlare del fatto che per la prima volta in vita mia riuscivo ad accettare serenamente il fatto che non sarei mai stato un pittore.
La cena non è durata molto a lungo e gli ospiti ben presto si sono sparpagliati nella notte parigina. Fuori pioveva e tirava vento. Io ero inquieto. Volevo camminare lungo la Senna, mettere in ordine i miei pensieri e ragionare sulla giornata che avevo trascorso nello studio di Anselm Kiefer. I dipinti bellissimi che avevo visto, i paesaggi mitici e letterari mi tornavano alla mente come se fossero ricordi del mio passato. Mi chiedevo cosa potesse esserci nel libro di Kiefer, l’unico che aveva scritto. Ma tutto quello che mi veniva in mente erano i suoi straordinari dipinti e a tratti – come facciamo tutti quando ammiriamo qualcuno – mi sentivo come se li avessi dipinti io.
( Traduzione di Fabio Galimberti)
Repubblica, 18 aprile 2015, pp. 54-55 e QUI in pdf

orhan pamuk nello studio di anselm kiefer

Lo stesso articolo è pubblicato sul Gurdian, va però notato che la versione italiana presenta alcuni tagli, ad esempio manca il riferimento alla thingness di Heidegger (“In Kiefer’s aesthetics, books themselves are sacred, as well as the texts they carry. His art conveys this feeling by accentuating the “thingness” – to use Heidegger’s term – of letters, words and texts. When we look …”)
Orhan Pamuk, When Orhan Pamuk met Anselm Kiefer. As a child, Pamuk dreamed of becoming a painter, and the dream endured even after he won the Nobel prize. So what happened when, drawings in pocket, he visited the studio of his artistic hero?, The Guardian, 25 aprile 2015.

Anselm Kiefer

17 giugno 2016

Alias-Manifesto 10 aprile 2016, p. 8

Fabio Gambaro, Anselm Kiefer, L’arte è una lotta contro la storia, Repubblica,  6 marzo 2016 (leggibile su hidalgoarte)
Edoardo Trisciuzzi, Alchimie della memoria. Immagini celaniane nell’opera di Anselm Kiefer, da Paul Celan in Italia. Un percorso tra ricerca, arti e media 2007-2014, a cura di Diletta D’Eredità, Camilla Miglio e Francesca Zimarri, Sapienza università editrice, 2015, p. 73-92.
Maurizio Cecchetti, Kiefer, il simbolismo della rovina, Avvenire, 12 febbraio 2016,
Francesco Poli, Kiefer, colpa e cosmogonia, Alias-Manifesto, 10 aprile 2016, p. 8

A Parigi, Centre Pompidou, l’antologica dell’artista della selva nera tedesco
Innervata di romanticismo tedesco, scioccata dal passato nazista, l’opera di Anselm Kiefer si propone oggi come un aperto campo di ricerca
Kiefer, colpa e cosmogonia
Francesco Poli PARIGI

Nel 1980 Anselm Kiefer e Georg Baselitz rappresentano la Germania alla Biennale nel Padiglione che anche Hitler aveva visitato nel 1938. Baselitz espone una monumentale scultura primitivista in legno (Modello per una scultura) che ha un braccio teso che sembra un saluto nazista, mentre Kiefer propone una serie di opere intitolate programmaticamente Bruciare, lignificare, affondare, insabbiare, che sono dei libri con foto, scritti e disegni (che sembrano scampati a un incendio) e dei dipinti dedicati agli Eroi spirituali della Germania, da Parsifal in poi. Con questi lavori i due artisti affrontano in modo provocatorio e anche epico i nodi più problematici e tragici della memoria storica del loro paese, aprendo il vaso di Pandora dell’ideologia nazionalistica e nazista. Il contraccolpo è violento, addirittura con accuse di glorificazione del passato soprattutto da parte della stampa tedesca, che fa un collegamento anche con il film documentario di Syberberg Hitler, un film della Germania, specchio del dramma colpevole di un popolo che è stato capace di credere alle visioni deliranti del dittatore. Per Kiefer la rottura del silenzio, della rimozione collettiva, significava che «il passato non è mai passato».
Dal punto di vista specificamente artistico, questo evento si inscrive nella svolta postmoderna che segna il rilancio in grande stile della pittura e della scultura dopo gli anni delle ricerche minimali, processuali e concettuali, svolta internazionale trainata in particolare dall’emergere della Transavanguardia in Italia, ma soprattutto dal successo di artisti tedeschi neoespressionisti come Baselitz, Penck, Lüpertz, Immendorf, oltre che da Kiefer. Quest’ultimo è capace di rielaborare temi e problematiche già presenti per molti versi nel lavoro avanguardistico del suo maestro Joseph Beuys in una narrazione pittorica e plastica caratterizzata da una dimensione epica, letteraria, filosofica, storica e esoterica in cui risuona l’eco del Gesamtkunstwerk di wagneriana memoria. I rischi della retorica monumentale sono sempre in agguato, ma Kiefer è tra i pochi che è riuscito a dimostrare che la pittura può ancora essere un linguaggio di straordinaria energia espressiva e visionaria, con una specificità di impatto culturale, estetico e emotivo irriducibile e insostituibile.
La scala imponente delle sue opere, la dismisura dei suoi progetti (come le drammatiche torri di cemento in equilibrio precario), le sue cripte e i suoi padiglioni che formano lo straordinario complesso museale autocelebrativo nel vasto parco naturale di Barjac nel sud della Francia (a cui ha lavorato dal 1993 al 2007), sembrano rivelano in modo eclatante il quasi demiurgico potere della sua attività creativa. Anche se in una dimensione relativamente più circoscritta, questa ambiziosa grandiosità si ritrova anche nella vasta retrospettiva che il Centre Pompidou gli ha dedicato per celebrare il suo settantesimo anniversario. La mostra, aperta ancora fino al 18 aprile, mette in scena circa centocinquanta opere, tra cui una sessantina di dipinti fondamentali a partire dagli anni settanta, una gigantesca installazione, una serie magnifica di opere su carta , una grande sale di vetrine di ispirazione beuysiana e anche un gruppo importante dei suoi famosi libri di plumbea pregnanza (esposti però in gran parte nelle sale della Bibliothèque Nationale de France).
Il percorso espositivo si sviluppa attraverso una suite di tredici sezioni che affrontano in modo cronologico e tematico i principali aspetti della sua produzione: la questione della storia tedesca (anche legata a esperienze autobiografiche); le devastazioni reali e morali del nazismo e della guerra; la riattivazione della memoria; i segreti disegni del fato che condizionano i destini dell’umanità; la concezione vichiana e nietzschiana della ciclicità del tempo; le suggestioni mitologiche, cosmologiche, alchemiche e cabalistiche.
Numerosi sono anche i rimandi letterari, soprattutto alle poesie di Paul Celan e di Ingeborg Bachman, a cui Kiefer dedica specifici cicli di dipinti. E naturalmente non mancano i riferimenti figurativi: in particolare all’estetica delle rovine, alla pittura romantica di Friedrich, alla potenza metaforica dei girasoli di Van Gogh, oltre che all’ispirazione antroposofica di Beuys (da cui egli ha imparato a sfruttare l’espressività primaria e simbolica dei materiali naturali e industriali).
Tutti questi temi emergono fortemente impregnati nella fisicità della materia dei quadri e degli assemblaggi scultorei. Kiefer usa mezzi artistici classici mischiati con materiali di varia natura: argilla, gesso, vegetali (paglia, piante e semi di girasole, felci, papaveri, rami di alberi), cenere, sabbia e inserti metallici tra cui spicca come protagonista il piombo. Quest’ultimo è utilizzato per la sua drammatica cupezza, per la sua malleabilità, per i suoi significati simbolici e alchemici. Quando anni fa è stato rifatto il tetto del duomo di Colonia, l’artista ha acquistato tutte le vecchie ricoperture in piombo, avendo così a disposizione tonnellate di spessi fogli metallici ossidati e carichi di memoria storica. È tipico del suo modo di operare mettere da parte, in uno speciale deposito, da lui definito «Arsenale», ogni sorta di materiali per lui interessanti, che sono una miniera essenziale per la realizzazione delle sue opere.
Il primo spettacolare incontro che si fa al Pompidou è una gigantesca installazione collocata all’entrata: si tratta di una specie di plumbea costruzione a forma di parallelepipedo, senza aperture se non una porta da cui si entra in uno spazio con pareti anch’esse in piombo, ricoperte da migliaia di fotografie prese dall’artista nel corso di tutta la sua vita. Un monumento in parte autobiografico, che diventa un luogo di riflessione sul tempo e la memoria, il filo rosso di tutta la sua opera. Dopo questa ouverture, intitolata emblematicamente Salendo, salendo verso le vette, precipitati nell’abisso, la mostra inizia con i lavori giovanili, fortemente provocatori. Nel corso del 1969 Kiefer realizza una serie di autoritratti fotografici, intitolati Occupations, in cui appare vestito con l’uniforme militare della Wehermacht (che era di suo padre) facendo il saluto militare. In queste immagini ripete la posa in diversi luoghi d’Europa. La serie dei Simboli eroici (1970) è formata da dipinti fotorealistici che deriva dalla precedente, con l’aggiunta di rimandi alla cultura tedesca, dal romanticismo di Caspar Friedrich all’architettura neoclassica di Schinkel (così cara a Albert Speer, l’architetto ufficiale di Hitler).
Tra i successivi dipinti (caratterizzati ormai dal più tipico stile kieferiano) che si riferiscono agli orrori nazisti, il dittico Margarethe e Sulamith (1981 e 1983) è il più tragicamente poetico. Ispirato a una poesia di Paul Celan, scritta dopo la sua prigionia in un campo di concentramento, evoca le figure di una guardia tedesca e di una prigioniera ebrea, e i forni crematori, attraverso una pittura dai toni grigi, inspessita con inserti di paglia, cenere e sabbia. La dimensione epicamente drammatica della sua visione raggiunge gli effetti più affascinanti da un lato nella vastità delle scene di vuoti spazi architettonici devastati come per esempio Al pittore sconosciuto, in cui le romantiche rovine del tempio di Friedrich echeggiano dentro quelle degli scheletri di palazzi bombardati, e dall’altro lato, negli immensi campi di grano o di girasoli, solcati, bruciati, sterili, dove dal grigio e dal nero emergono segni contraddittori di vita e di morte (nei neri semi di girasoli e nei corvi che svolazzano c’è un omaggio diretto a Van Gogh). Questi campi altamente simbolici fanno riferimento anche all’ossessione del nazionalismo tedesco per l’identità del popolo fondata sul suolo e sul sangue.
Parallelamente al lutto per la propria cultura tedesca, Kiefer , dopo un viaggio in Israele e Medio Oriente, apre la sua narrazione pittorica anche ai miti antichi e alla mistica cabalistica. Entrano così in scena in certi quadri Lilith e il suo serpente, dei seraphim e dei sefirot. La cabala che interessa l’artista (e che sarà alla base delle sue ricerche più meditative e cosmologiche) è quella di Isaac Louria, vissuto nel XVI secolo, in cui la creazione viene articolata in tre fasi: tsimsoum (ritrattazione), chevirat hakelim (rottura dei vasi) e tiquoun (riparazione). Questa visione cosmogonica implica una nozione di incompiutezza, che Kiefer traduce in quella della nozione di «scacco creativo» per ciò che riguarda la sua stessa opera, la quale però, proprio per questa dimensione malinconica, continua ad alimentare la tensione viva della sua ricerca.
Alias-Manifesto, 10 aprile 2016, p. 8

Giornalismo italiano. Scoppia il caso D’Alema

16 giugno 2016

Repubblica 15 giungo 2015, p. 1

E’ scoppiato l’ennesimo caso D’Alema.
Purtroppo Repubblica da un po’ di tempo, a parte alcuni prestigiosi giornalisti, non è molto affidabile.
I titoli enfatici ed esagerati non corrispondono quasi mai al vero. Tende sempre più spesso a costruire un caso ad effetto più che a dare notizie esatta. Scivola sulle bufale della rete con una superficialità allarmante.
Credevo avesse raggiunto il massimo con il caso Marino, con la valanga di bugie scritte. E credevo avesse imparato la lezione, invece tutto procede come se nulla fosse.
L’articolo di Lorenzo D’Albergo, era stato un esempio da manuale su come il giornalismo non dovrebbe MAI essere: con estrema superficialità il giornalista aveva portato le prove della famosa cena di Ignazio Marino con la moglie, basandosi su notizie e foto pescate nel sito dagospia. La donna indicata con la foto (Marino e signora) NON era la foto della moglie, e la cena era una cena banalmente di lavoro (QUI ne parlavo io). Ma il giornalista e il giornale si sono guardati bene dal rettificare con visibilità l’errore demenziale. Tanto è vero che ancora oggi con disinvoltura personaggi televisivi (uno per tutti Sgarbi1) parlano di cena a sbafo di Marino con la moglie. E meno male che siamo nell’epoca velocissima della tecnologia in cui rettificare sarebbe quasi più semplice che infamare. Invece no, infamano con velocità fulminea e rettificano con tale lentezza che neppure le poste a cavallo. E la rete, la velocissima rete, che in passato si dava arie di fare controinformazione intelligente e veritiera, è ancora peggio, se è possibile.
Altro scivolone (stavolta di gravissima sciatteria culturale) fu la pubblicazione, il 25 febbraio 2010, a p. 55, della ciofeca attribuita a Elsa Morante. Poco male ci cascarono tutti i giornali, nessuno escluso, e in rete il testo manipolato diventò incredibilmente virale. La cosa grave è che su Repubblica non ci fu nessuna rettifica quando la bufala, altrettanto velocemente, diventò di dominio pubblico (QUI in Georgiamada il testo autentico).

ellekppa, repubblica 16 giugno 2016, p.5

Oggi tocca al cinico Massimo D’Alema che un po’ se lo merita perché la mania dei complotti e degli sgambetti, ce l’ha da sempre. Si veda il caso dei 101 per l’elezione di Romano Prodi (e QUI con un articolo di Fabio Martini e QUI) o, ancora indietro, la prima caduta del governo Prodi (caduta che ha cambiato il mondo della sinistra e bloccato ogni rinnovamento) svelata poi da Franco Marini e raccontata da Francesco Verderami in un articolo sul Corriere del 29 maggio 2001.
Ieri esce su Repubblica (15 giugno 2016, p. 11) un articolo di Goffredo de Marchis dal titolo La sfida di D’Alema “Pur di cacciare Renzi sono pronto a votare anche Raggi2. L’articolo ha addirittura, in prima pagina, un altro titolo (se possibile ancora peggiore e più enfatico) D’Alema: voterei anche Lucifero pur di mandare Renzi a casa. Scoppia giustamente la polemica. D’Alema smentisce. Livia Turco dice che D’alema è contro Renzi ma voterà sicuramente Giachetti.
Repubblica però conferma. Ma non si capisce bene su che basi confermi, visto che a quanto pare si tratta solo di pettegolezzi di corridoio (forse una fonte è Quagliarello e). E non si capisce perché le fonti debbano rimanere segrete e protette quasi fossero notizie pericolose di mafia.
Il direttore Mario Calabresi scrive oggi :

Mi sta però a cuore intervenire qui sul metodo: nella mia idea di giornalismo non si mettono le virgolette quando una frase non è confermata da più fonti, non si pubblica ciò che “si è sentito dire” e non si può spacciare il verosimile per il vero”.(cfr)

D’accordo completamente col direttore,  però è innegabile che tra virgolette sono state messe frasi non dette. Le frasi tra virgolette vengono atribuite a D’Alema (e solo per sentito dire) e non a chi le ha riportate realmente (quindi più verosimile, e non vero, di cosi mi è difficile immaginarlo).
D’alema addirittura afferma di non aver mai detto simili frasi, ed è molto credibile visto quanto dice alla Stampa (MOLTO verosimilmente):

«Per esempio non ho mai detto la parola Lucifero, perché è un termine che non appartiene al mio vocabolario: casomai, avrei detto Belzebù. Ma il punto è che le battute non sono dichiarazioni politiche: se avessi voluto fare una dichiarazione politica avrei saputo farla»(cfr).

E io, malgrado tutto, su questo gli credo, senza se e senza ma :-). D’Alema non avrebbe mai usato la parola Lucifero. E nel virgolettato le parole contano eccome.
Dice Gaetano Quagliarello (o almeno così riporta Repubblica):

D’Alema parlava con me. Due fondazioni culturali, Italianieuropei e Magna Carta da circa un anno stanno lavorando a un grande convegno per tracciare un bilancio del bipolarismo. Alla fine di una riunione, sull’uscio, ci si è fermati a scambiare qualche amena battuta sulla situazione politica, e non sono certo mancate le reciproche scherzose invettive. Nulla di più. Ovviamente tutto ciò potrà essere agevolmente confermato da almeno cinque o sei docenti che con me hanno partecipato al siparietto” (cfr.)

Oggi Su Repubblica De Marchis tenta di avvallare quanto scritto ieri e insiste sul virgolettato.
Io mi domando, ma, vero o non vero, come si fa ad usare il virgolettato (in un caso addirittura preceduto da un perentorio: ha scandito d’Alema davanti ai professori)  per frasi riportate da altri? Questo non è giornalismo serio. Davvero non lo è.

NOTE
1) A Piazza Pulita del 6 giugno 2016, Sgarbi al minuto 44,10 parla della cena di Marino con la moglie, senza che nessuno dei presenti, Formigli compreso, lo corregga.
2) Goffredo De Marchis, La sfida di D’Alema “Pur di cacciare Renzi sono pronto a votare anche Raggi“, Repubblica, 15 giugno 2016, p. 11.
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Altri articoli:
Polemica su D’Alema, il Pd: “Vota Raggi? Sfasciare tutto non serve”, Lui smentisce: “Non mi occupo di Roma”, ma Repubblica conferma. Orfini: “Spero venga a darci una mano in campagna elettorale”. Renzi: “Non mi interessa commentare”. Minoranza dem: “Basta polemiche e lavoriamo compatti per i ballotaggi“, Repubblica.it on line, 15 giugno 2016.
Mario Calabresi, D’Alema, una notizia che valeva la pena pubblicare, Repubblica, 15 giugno 2016.
Federico Geremicca, “Una montatura per fare di me il capro espiatorio della sconfitta”, “Pura spazzatura da un house organ del partito del Nazareno. Ho solo detto che con la vittoria del sì Renzi ci avrebbe cacciato”, La Stampa, 16 giugno 2016.
Goffredo De Marchis, D’Alema, ecco i tre incontri anti-riforma e le telefonate per la giunta Raggi, Repubblica 16 giugno 2016, p. 5.