Mary Wollstonecraft di Virginia Woolf

Mary Wollstonecraft di John Opie, c. 1797

Mary Wollstonecraft di John Opie, c. 1797

La seconda parte si trova QUI.
Ho spesso cercato in rete questo scritto di Virginia Woolf su Mary Wollstonecraft, senza mai trovarlo. Per questo ho deciso di copiarlo e regalarvelo. Lo copierò in due puntate, per ora ecco la prima parte, da p. 97 a p.100, domani, o dopo, copierò le altre pagine (georgia)

Mary Wollstonecraft
da Virginia Woolf, Le donne e la scrittura (Women and Writing, The Women’s Press, Limited, London 1979), a cura di Michèle Barret, La tartaruga, 2003, traduzione di Adriana Bottini, pp.97-104.  Mary Wollstonecraft era stato scritto per The Nation and Athenaeum, 5 ottobre 1929. Pubblicato in The Common Reader: Second series, come uno dei quattro ritratti di Four Figures.

Le grandi guerre esercitano effetti stranamente discontinui. La Rivoluzione francese disintegrò alcune persone; su altre passò senza spostagli un capello. Jane Austen, si dice, non la nominò mai; Charles Lamb la ignorò: Beau Brummell non dedicò mai un pensiero all’intera faccenda. Ma per Wordsworth e per Godwin fu l’aurora; essi videro distintamente

La Francia eretta innanzi a ore d’oro
E la natura umana come nata di nuovo.

Perciò sarebbe facile per uno storico amante del pittoresco giustapporre gli elementi di contrasto più evidente: da questa parte, in Chesterfield Street, Beau Brummell che si aggiusta con cura la cravatta e disserta in tono puntigliosamente privo di enfasi volgare sul corretto taglio del risvolto delle giacche; da quest’altra, in Somers Town, un gruppo di giovani esaltati, vestiti male, uno con la testa troppo grossa rispetto al corpo e il naso troppo lungo rispetto al viso, che discutono giorno dopo giorno bevendo una tazza dopo l’altra di tè sull’umana perfettibilità, l’unità ideale e i diritti dell’uomo. C’era anche una donna presente, dagli occhi molto vivaci e la lingua molto svelta, e i giovani che avevano nomi borghesi, come Barlow e Holcroft e Godwin, la chiamavano semplicemente “Wollstonecraft”, quasi non importasse se fosse nubile o sposata, come se fosse un uomo come loro.
Dissonanze così lampanti tra persone intelligenti (perché Charles Lamb e Godwin, Jane Austen e Mary Wollstonecraft erano tutti molto intelligenti) fanno capire quanto influiscono le circostanze sulle idee. Se Godwin fosse cresciuto nei precinti del Temple e si fosse immerso nell’antichità e nei classici a Christ’s Hospital, forse non gliene sarebbe mai importato nulla del futuro dell’uomo e dei suoi diritti in genere. Se Jane Austen si fosse accucciata da bambina sul pianerottolo di casa per impedire al padre di battere la madre, la sua anima si sarebbe forse accesa di una tale passione contro la tirannia che forse tutti i suoi romanzi si sarebbero consumati in un unico grido di giustizia.
Tale infatti era stata la prima esperienza delle gioie della vita coniugale per Mary Wollstonecraft. E poi la sorella Everina era stata infelicemente maritata e aveva fatto a pezzi con i denti l’anello nuziale al ritorno dalla chiesa. Il fratello era stato un peso per lei; la fattoria del padre era fallita, e per rimettere in piedi quell’uomo indegno dal viso rosso e dal carattere violento, si era messa a servizio presso l’aristocrazia come governante: insomma non aveva mai saputo cosa fosse la felicità, e, in mancanza di questa, si era fabbricata un credo adatto a fronteggiare la sordida miserabilità della vita vera. Il nocciolo della sua filosofia era che nulla conta se non l’indipendenza. «Qualunque obbligo ci viene imposto dai nostri simili è una nuova catena, sottrae qualcosa alla nostra libertà innata, e degrada lo spirito». L’indipendenza era il primo indispensabile requisito per la donna; non la grazia o il fascino, ma l’energia e il coraggio e la forza di realizzare la sua volontà, erano le qualità necessarie. Il suo vanto maggiore era essere in grado di affermare: «non ho mai preso una decisione su qualcosa di importante di cui non fossi totalmente convinta». E Mary questo lo poteva dire con tutta sincerità. A poco più di trent’anni poteva elencare una serie di gesti compiuti a dispetto di ogni opposizione. Aveva preso una casa, a costo di sforzi prodigiosi, per la sua amica Fanny, per poi scoprire che Fanny aveva cambiato idea e che la casa non la voleva più.
Aveva aperto una scuola: Aveva convinto Fanny a sposare il signor Skeys. Aveva buttato all’aria la sua scuola e era andata a Lisbona da sola a assistere Fanny che stava per morire. Nel viaggio di ritorno aveva costretto il capitano della nave a soccorrere un vascello francese che aveva fatto naufragio minacciando di denunciarlo se si rifiutava. E quando presa da travolgente passione per Fuseli, aveva dichiarato il desiderio di vivere con lui e fu respinta seccamente dalla moglie, aveva messo in atto immediatamente il suo principio del gesto definitivo, andando a Parigi decisa a guadagnarsi da vivere scrivendo.
La Rivoluzione non fu soltanto un evento che aveva avuto luogo fuori di lei; era un agente attivo presente nel suo sangue. Era stata in rivolta tutta la vita: contro la tirannia, contro la legge, contro le convenzioni. In lei fermentava l’amore per l’umanità del riformatore, che ha dentro tanto odio oltre all’amore. Lo scoppio della rivoluzione in Francia diede espressione ad alcune delle sue più profonde teorie e convinzioni, e Mary uscì con quei due significativi e temerari libri, la Risposta a Burke e I diritti della donna,che sono così veri da sembrare oggi che non contengano nulla di nuovo: la loro originalità è divenuta il nostro luogo comune. Ma a Parigi dove viveva sola in una grande casa, quando vide passare il Re che disprezzava circondato dalla Guardia Nazionale e lo vide atteggiarsi con maggiore dignità di quanto si aspettasse, allora, «non saprei dirti il perché», le si riempirono di lacrime gli occhi. «Vado a letto», concludeva la lettera, «e per la prima volta nella mia vita non mi riesce di spegnere la candela». Le cose dopo tutto non erano così semplici. Non era in grado neppure di capire i propri sentimenti. Vedeva le sue idee più care messe in pratica … e le si riempivano gli occhi di lacrime. Si era conquistata la fama e l’indipendenza e il diritto a vivere la propria vita … e desiderava qualcos’altro. «Non voglio essere amata come una dea», scriveva, «Ma vorrei esserti necessaria». Imlay, l’affascinante americano a cui era indirizzata la sua lettera, era stato molto buono con lei. E lei si era appassionatamente innamorata di lui. Ma era una delle sue teorie che l’amore dovesse essere libero: «che l’affetto reciproco era già matrimonio e che il vincolo coniugale non doveva sopravvivere all’amore, se l’amore moriva». Eppure mentre voleva la libertà nello stesso tempo momento voleva la sicurezza. «Mi piace la parola affetto», scriveva «perché indica qualcosa di abituale».
Il conflitto di tutte queste contraddizioni traspare dal suo viso, a un tempo così risoluto e così sognante, così sensuale e così intelligente, e bello, anche, con le sue folte corone di capelli e i grandi occhi vivaci che Southey considerava i più espressivi che avesse mai visto. Era inevitabile che la vita di una donna come questa fosse tempestosa. Ogni giorno costruiva una teoria in base alla quale andava vissuta la vita; e ogni giorno andava a cozzare contro il macigno dei pregiudizi altrui. Ogni giorno poi (perché non era dogmatica, non era una teorica dal sangue freddo) qualcosa nasceva in lei che spazzava via le teorie e la obbligava a ricostruirne di nuove. Agì in base alla sua teoria che non aveva alcun  diritto legale su Imlay; rifiutò di sposarlo; ma quando lui la lasciava per settimane intere sola con la bimba che gli aveva dato la sua agonia era insopportabile.
(continua QUI)

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