Antonio Gramsci, alla ricerca del quaderno perduto

L’edizione revisionata della sua opera in 33 volumi avrebbe “cancellato” il trentaquattresimo
Nel libro vengono trascritte molte lettere che mostrano, tra le righe, i rapporti sempre più difficili
Un saggio di Franco Lo Piparo ricostruisce una biografia parallela dell’intellettuale censurato e messo a tacere dal suo partito

L’Altro Carcere di Gramsci
Il giallo del quaderno sparito che svelava le critiche al pci”
Nello Ajello

Pier Paolo Pasolini di fronte alla tomba di Antonio Gramsci

Un romanzo storico e un romanzo a tesi. Sono i “generi” che s’intrecciano nel volume di Franco Lo Piparo, I due carceri di Gramsci, appena uscito per Donzelli. Mai come questa volta spiegare un titolo non sarà superfluo. La trama storica percorre il destino toccato all’esponente sardo che nel 1928 il Tribunale speciale fascista condannò a vent’anni di reclusione (ne avrebbe scontati sei, ovvero otto se si calcola la fase d’arresto preventivo). Ecco, invece, la tesi. Secondo l’autore, alla pena inferta a Gramsci si sarebbe aggiunta, dopo la concessione della libertà condizionata, una condanna al silenzio. La decretò, a suo danno, il partito di cui egli era stato a capo. Fu un altro carcere, metaforico, di cui Gramsci avrebbe sofferto fino alla morte, nell’aprile del ´37 (con una postilla finale in cui si avanza la tesi di un quaderno, l’ultimo, scomparso).
È in questa seconda direzione che si sviluppa la ricerca di Lo Piparo, un filosofo del linguaggio che con Gramsci si è più volte misurato. Egli illustra ogni passo degli scritti gramsciani che sorreggono l’assunto. Il quale, agli occhi di chi abbia familiarità con la figura del leader sardo, risulterà meno provocatorio di quanto prometta. È infatti lontano il tempo in cui veniva data per scontata la concordia fra i testi gramsciani e le posizioni di quel Pci che lo avrebbe assunto a proprio nume tutelare.
Ben presto il carattere strumentale dell’operazione era emerso fra gli studiosi. Non a caso un certo sentore, se non di liberalismo, certo di socialdemocrazia emergeva dagli scritti gramsciani, anche se questi erano stati revisionati da Togliatti con l’aiuto di intellettuali di comprovata ortodossia comunista. Non a caso sia Benedetto Croce a proposito delle Lettere dal carcere, sia un suo seguace indocile come Luigi Russo, avevano espresso su Gramsci un giudizio quanto meno comprensivo. Basterà, d’altronde, scorrere la bibliografia che Lo Piparo include nel suo saggio per notare la presenza di studiosi che di Gramsci hanno posto in risalto l’eterogeneità rispetto alla liturgia staliniana. Vi si trovano, per esempio, Aldo Natoli, Carlo Muscetta, Paolo Spriano e Giuseppe Fiori. Di quest’ultimo aggiungerei all’elenco di Lo Piparo la monografia Gramsci Togliatti Stalin (Laterza, 1991), in cui viene documentato quel contrasto fra l’obbedienza di partito e il dovere della verità, che nell’autore dei Quaderni fu centrale.
Nelle pagine di I due carceri (sostantivo maschilizzato nel plurale con l’autorevole consenso di Tullio De Mauro) ciò che più conta non è la tesi generale, quanto l’insieme dei personaggi. Soprattutto due: Tania, la cognata di Gramsci, e Piero Sraffa. Essi rappresentano la metà d’un quadrilatero che presiede al passaggio di impressioni, invocazioni ed ukase fra “dentro” e “fuori” il luogo di pena. I terminali del tragitto sono Gramsci e Togliatti. Tania, che può avvicinare il prigioniero e forse prova amore per lui, ne trasferisce i messaggi a Sraffa, che li trascrive per Togliatti a Mosca. La stessa trafila funziona in direzione inversa.
Le censure, sia fascista sia bolscevica, trasformano le lettere, rendendole, a tratti, esemplari nell´arte del dire e non dire. Sraffa, intellettuale raffinato, amico di Togliatti ma vigile nei rapporti con il vertice sovietico e apparentemente opaco quanto a ideologia (sarà «un comunista coperto»?), rappresenta la parte più ardua del rebus. Tania è un interrogativo in forma di donna. Della sua «vita privata», scrive Lo Piparo, «si sa pressoché niente», se non che è «la meno comunista delle sorelle Schucht» (meno di Giulia, la moglie di Antonio, donna dalla psiche delicata, legata come le sue sorelle ai servizi segreti sovietici. Meno ancora si sa di Eugenia, considerata una “bolscevica” integrale). Trascritte e commentate da Lo Piparo, molte delle lettere di Gramsci, pur sottoposte a quegli arrischiati tragitti, conservano un fascino inquieto.
Non sapremmo, costretti alla brevità, quali scegliere tra le missive. In quella datata 27 febbraio 1933, Lo Piparo mette in rilievo la dichiarazione, da parte del prigioniero, della «propria estraneità, filosofica anzitutto, al comunismo»: e infatti sarà espunta da Togliatti nell’edizione del ‘47 delle Lettere dal carcere. Ce n’è una del 14 novembre 1932 in cui il prigioniero comunica la sua decisione di divorziare da Giulia, madre dei suoi figli. Segna il massimo dell’emotività epistolare, esprimendo il doppio ruolo interpretato da quella donna nell’animo del recluso: è sua moglie ma, nota Lo Piparo, «è la Russia sovietica».
L’eco di un’altra lettera aleggia nel libro. La scrisse nel 1928, durante il processo Gramsci, l’alto esponente comunista Ruggero Grieco. Indirizzata a Mosca, dove risiedeva Togliatti, e poi spedita a Gramsci nel carcere di San Vittore, s´intrattiene sui casi del comunismo nel mondo. All´intellettuale sardo non sfugge però di essere lui il protagonista di quei fogli. Vi si sottolinea il ruolo centrale che egli ha svolto nel Pci. Il giudice istruttore del processo non mancherà infatti di osservare: «Onorevole, lei ha degli amici i quali certamente desiderano che rimanga un pezzo in galera». Un «atto deplorevolissimo» Gramsci avrebbe sempre giudicato la lettera di Grieco.
Nel complesso, quella tracciata da Lo Piparo è la parabola di un comunista a sé stante, di cui il partito volle reprimere ansie e anticonformismi. Il trattamento a lui riservato dopo la morte, con l’edizione revisionata dei suoi trentatré Quaderni (in una lunga postilla finale del volume emerge la possibile esistenza di un quaderno poi scomparso, il trentaquattresimo: per mano di chi?) resta un promemoria della perfidia di Togliatti. Quegli scritti – così si sarebbe espresso il segretario del Pci il 25 aprile 1941 – «possono essere utilizzati solo dopo un’accurata elaborazione»: solo così il partito li darà alle stampe. Dopo non essersi troppo adoperato per liberare il suo ex-segretario dalle carceri fasciste, il Pci decise in ritardo di ricordarsi di lui onorandone la memoria. Ma l’interpretazione di Lo Piparo è, a questo riguardo, molto netta: un Gramsci libero, in era fascista, non avrebbe avuto lunga vita: «Un plotone di esecuzione o un attentato erano a portata di mano». Su questa linea è la conclusione dell’autore dei Due carceri di Gramsci: proprio perché opportunista, Togliatti salvò Gramsci. Al che non si sa bene che cosa replicare. A volte, in tempi politicamente atroci, c’è più verità in un paradosso che in cento professioni di fede.
la Repubblica, 28 Gennaio 2012, p 51

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16 Risposte to “Antonio Gramsci, alla ricerca del quaderno perduto”

  1. lorenzo galbiati Says:

    Volevo segnalare il mio nuovo blog, ancora in costruzione,
    lorenznews@altervista.org
    lorenz

  2. lorenzo galbiati Says:

    sbaglio pure a scriverlo

    lorenznews.altervista.org

  3. iltrenoavapore Says:

    Qualche anno addietro morì a 83 anni (mi pare) un caro conoscente, quasi un amico, che passava le giornate a sfogliare enciclopedie sul computer. Lui non ne capiva nulla di PC, ed io ho provveduto alla manutenzione e all’istruzione sino a quando è stao in grado di operare.
    Fu partigiano, C.B. ma non voleva parlarne. Lasciò il PCI dopo il congresso della de-stalinizzazione e non prese più tessere, pur votando disciplinatamente PCI ed eredi sino alla morte. Leggeva ogni giorno Il Corriere e solo a volte L’Unità.
    Diceva Lui (che non era un intellettuale, prima operaio di fabbrica e poi dirigente di una famosa ditta in seguito fallita, molti anni dopo il suo pensionamento) che il comunismo era Stalin e la sua URSS, e chiuso lì il discorso. Trostky Berlinguer il ’68 ceco: neppure lo sfiorarono d’interesse. Era prudente su Togliatti cui non poteva disconoscere un coerente stalinismo. Su Gramsci era categorico: assolutamente Stalinista, ed io sottolineavo con ragione. Gramsci fu molto chiaro su Trotsky (“la necessità inesorabile di stroncarla” la sua tendenza, eppoi che “può ritenersi il teorico politico dell’attacco frontale in un periodo in cui esso è solo causa di disfatta”)
    Conosco (a grandi linee) il dibattito sui Quaderni, che nel Partito comunque non fu mai dibattito collettivo e ho sempre accarezzato il sospetto che fosse la solita vicenda della “storia scritta dopo” per mettere ogni cosa a posto nell’onore dei vincenti. Resta che la storia sono i fatti e non le idee, e il Comunismo è stato Stalin (e Lenin per poco) Io,di comoda famiglia e buone letture (in gioventù) non fui mai stalinista, ma a C.B. non sapevo bene dar torto sino in fondo. Sentivo in lui (come dire…?) la verità delle montagne ed in me il farfugliare della sabbia che si perde come la prendi. Di comune, comunque, abbiamo conosciuto la sconfitta, definitiva.
    Ciao ciao

  4. georgiamada Says:

    ma gramsci non è mai stato stalinista o almeno, certo non lo è stato dal 1926 in poi. Ma a quanto pare era una cosa che non vollero studiare e diffondere, forse per paura di deludere ulteriormente il tuo amico e anche il tuo non sapergli dare torto :-).
    Temo che gramsci sia stato sacrificato per diventare quello che assolutamente non era.
    Ho comprato il libro, lo sto leggendo, e mi sembra veramente molto interessante.

  5. p Says:

    Non capisco. Se anche la storia fossero i “fatti”, i fatti sono che lenin era un comunista, non il comunismo, così, se si vuole, anche per stalin. Direi che quindi non ha nessun senso questa critica. Vale meglio dirsela tutta, e cioè che si pensa d’aver creduto a una fola, invece di arrampicarsi su questi specchi illogici. Capita. Io ho creduto parecchi anni alla fola della democrazia. Poi mi sono ricreduto. Ma mica dò la colpa a qualcuno di essermi ingannato. Ero proprio scemo io.p

  6. georgiamada Says:

    non capisco di che critica parli, il lbro che sto leggendo non mi sembra una critica al comunismo (che come giustamente dici non è una sola persona) semmai al comunismo realizzato (come diceva gramsci per parlare di stalin senza nominarlo), ma nemmeno quello, direi che si limiti ad essere una critica al trattamento inflitto a gramsci, liquidandolo come una pratica burocratica da mettere via in carcere e da usare in tempi migliori, che è altra cosa e poi più che critica mi sembra un tentativo di studiare gramsci (che, comunque uno la pensi è stato un grande), finalmente senza i lacci della propaganda più o meno iperbolica, gramsci era un comunista italiano, e un grande intellettuale, ma non è mai stato uno stalinista. Se per te la democrazia è una fola, mi dispiace, ma NON lo è per me, sarà che io a differenza di te non assolutizzo nulla e quindi non corro mai il pericolo di venir ferocemente delusa e frustrata in una mia ipotetica purezza;-)

  7. iltrenoavapore Says:

    @p

    certo è poco scientifico (forse) dire che la storia siano i “fatti”. le visioni del mondo sono dei fatti? io azzardo di no, ma certo possono diventarlo e quando lo diventano quel “come” non solo si fa (banalmente) storia ma conglobano in sé la visione che in qualche modo ne è stato presupposto. in questo senso, che mi par l’unico che abbia appunto un senso concreto, lenin e stalin sono stati il comunismo, insieme a mao e pochi altri.
    sul cader nelle fole, d’accordo, sono quasi inevitabili se una parte della vita la si dedica al mondo. oggi non è più tempo, visto che nessuno racconta alcunché che possa determinare entusiastici abbagli. se sia meglio non so dire, ieri notte ho “scritto” di vedove..

    saluto

  8. Mariam Says:

    sul cader nelle fole, d’accordo, sono quasi inevitabili se una parte della vita la si dedica al mondo. Il treno a vapore

    maria
    non potevi dir meglio caro treno

  9. p Says:

    Mi riferivo a treno a vapore, georgiamada. Poi io non credo a purezze. La democrazia è una fola così com’è, non può essere diversa da così. Per questo non me la prendo con nessuno che l’ha rappresentata. Non poteva fare meglio.
    Sui fatti. Il comunismo non è mai stato realizzato in russia. Per lenin andava bene se si poteva fare il capitalismo di stato di tipo tedesco, altro che comunismo. Lo stesso stalin ha sempre parlato di socialismo, e pure mercantile, mai di comunismo realizzato in russia. Il socialismo, ammesso e non concesso che ci fosse, non è il comunismo. Basta leggersi la critica al programma di gotha. Mao parlava di quattro classi in cina, dunque non d’una società comunista, evidentemente.
    L’esperienza russa al massimo può dire che il comunismo è un’utopia irrealizzabile, non certo che è stato realizzato, visto che neppure l’affermavano coloro che l’avrebbero, secondo alcuni, realizzato.
    Se stiamo ai fatti, questi sono.
    Su gramsci non ho detto nulla. Neppure che sia stato stalinista. La bolscevizzazione avvenne in un momento in cui non era stalin a capo dell’Internazionale, e fu errore anche di compagni russi che contro stalin si batterono valorosamente.p

  10. iltrenoavapore Says:

    @p

    Hai ragione p, ma di una ragione che a me par monca. Non importa (mi pare non importi) la distanza se la distanza etc. Che certo c’è stata. Ma c’è stato di più che “quello” era il comunismo per diverse centinaia di milioni di uomini, che “quello” (e solo quello) hanno amato e/o combattuto, pur se in teorica fieri.
    E’ che le idee non esistono (a mio parere) in quanto tali. Ne esiste a volte una traduzione storica che è quello che è e si mangia (giustamente) l’idea. L’utopia è uno stato d’animo come l’innamoramento, poi il bacio viene come viene ed a volte fa schifo.
    Del maledetto ’900 il comunismo fu (mi fu) faro e tragedia. Ma è roba passata che non interessa più a nessuno, ancora giustamente.
    Ciao.

  11. georgiamada Says:

    sto finendo il libro, in effetti nsieme ad alcune cose molto interessanti che non sapevo, sembra essere un libro a tesi e dove la tesi fa acqua si vede che l’autore boccheggia.
    Ad ogni modo povero gramsci! per lui sembra proprio valere il detto: dagli amici mi salvi iddio che dai nemici mi salvo io.

  12. p Says:

    Capisco la tua posizione treno a vapore, ma è troppo pessimista. Anche perché, saremmo in pochi a interessarci ancora di quella storia, ma pochi non vuol dire nessuno.
    Sul rapporto gramsci/togliatti, premesso che ne so molto poco, ma secondo me va fatta una distinzione.
    Come storico togliatti fu un falsificatore, non è dubbio. E non mi stupisce che abbia falsificato parecchio anche la storia di gramsci. Certo, fu falsificata, questa parte mi è ben nota, nei rapporti personali tra gramsci e bordiga.p
    Come curatore dei quaderni dal carcere, io credo che non fece un cattivo lavoro. Li ha pubblicati per argomenti invece che nella forma originaria, ma questa è una scelta possibile, che non inficia, se ci sono tutti, la curatela del testo. Se davvero manca un quaderno, è un altro discorso.
    Ovviamente, quella cura voleva anche imporre una certa interpretazione dell’opera. Ma se l’opera c’era tutta, fu una battaglia politico-culturale non truccata.p

  13. georgiamada Says:

    Ma se l’opera c’era tutta, fu una battaglia politico-culturale non truccata

    No, non c’è tutta, indipendentemente dal fantomatico quaderno mancante, mancanza che al momento non mi sembra molto documentata da lo piparo, ma solo ipotizzata. Tra l’altro quella parte è un po’ confusa non c’ho capito molto:-)

    Una cosa è sicura che senza la necessità di togliatti di mitizzare gramsci a tutto favore della sua parte di partito, probabilmente i quaderni non sarebbero stati pubblicati così presto, non ci sarebbero stati istituti gramsci in tutta italia ecc. quindi meglio un gramsci incompreso che un gramsci silenziato.
    Quello che mi ha colpito, e anche indignato, non è l’incompletezza dell’opera, il cercare di non dare risalto alle analisi profonde (ma non a favore delle idee e azioni di togliatti) di gramsci dell’ultimo periodo ecc. (questo mi sembra abbastanza normale), ma… quello che mi ha indignato è l’articolo del 1944 su l’unità in cui si afferma che gramsci è morto in carcere … mio dio questo è gravissimo a mio modo di vedere, ma credo a modo di vedere di tutti.

    Poi c’è il problema della lettera di grieco e quello è davvero grave. Talmente grave che canfora ha cercato con libri e articoli di dimostrare che la lettera era stata manipolata dall’ovra, ma gli hanno creduto in pochi, del resto lo stesso grieco non aveva mai negato di averla scritta. Notevoli sono due articoli di Sciascia sulla Stampa del marzo del1989 dove polemizza con canfora e i suoi maldestri tentativi.

  14. georgiamada Says:

    mario davvero le idee (cioè le opere intellettuali degli uomini) non esistono? davvero esiste solo la manipolazione di queste opere?
    Quindi uomini come gramsci (e il loro pensare, le loro opere) sono del tutto inutili (uno vale l’altro) servono solo per essere usati alla bisogna e senza scrupoli?
    Allora potremmo anche fare un falò di tutti i libri ….
    geo

  15. iltrenoavapore Says:

    @geo

    davvero esiste solo la manipolazione di queste opere?

    non ho scritto “manipolazione” ma “traduzione storica” che è cosa ovviamente diversa e che riguarda solo alcune idee–>opera… cheppoi la traduzione sia imperfetta è di fatto un postulato… e che a volte vi si aggiunga una qualche forma di tradimento… è successo…
    Il dubbio è senza dubbio il sale della democrazia, ma gli attori di cui si è parlato erano punto interessati a quella categoria del pensiero: ti pare che col dubbio si possano impiantare ghigliottine? L’assenza di dubbi è stata sicuramente uno dei fili della tragedia umana e nel contempo senza assoluti (tragici) mangeremmo ancora, analfabeti, radici…

    Scienze a parte, che ci hanno insegnato i “libri”? Cos’hanno svelato dell’uomo che già non bruciasse, noto? Non voglio essere presuntuoso / antipatico, ma davvero non ho risposta. Ché ci raccontano “storie” i libri (miserie sentimenti guerre) in forme a volte radicalmente diverse, ma sempre e solo ed inevitabilmente “storie” che soltanto servono all’autore (quando non è un commerciante) per rispondere alla propria angoscia e cercar di lenirla. Io non riesco ad immaginare un’arte “dialogica” e tanto meno di servizio esterno, di qualsivoglia servizio.
    Poi certo molti di noi se ne servono, una musica un passo un’immagine, trovano assonanze e conforti, ed in questo senso hai pienamente ragione. Come un amico cui confidi cose e che è amico proprio perché solo ascolta.

    Come vedi, poco strumentato qual sono, mi contraddico, ma va bene così. E’ il pendolo che ci tocca geo, tra l’assoluta inutilità di ogni cosa e la “condanna” ad una fame irrisolvibile. Basta saperlo, e si può anche sorridere della propria testarda vacuità e vivere (almeno una parte della vita) come se si avesse davvero qualche cosa da fare che tutti ci riguardi.

    Grazie
    Mario

  16. georgiamada Says:

    non ho scritto “manipolazione” ma “traduzione storica” che è cosa ovviamente diversa

    veramente mario la “traduzione storica” fa parte del commento, dell’apparato critico, dell’opera e non certo dell’andare a toccare l’opera stessa per cambiarla e piegarla ai miei fini, questa seconda operazione si chiama manipolazione, se non peggio;-).
    E in fondo molti italiani sono stati così abituati a questo procedimento (che secondo me in ambito culturale è quasi criminale), che quando il folle manipolatore della rete ha contraffatto un testo di elsa morante e l’ha fatto girare come produzione della scrittrice, non solo ci siete caduti tutti, ma in molti ingenuamente (ma non è che l’aggettivo ingenuamente sia quello che vorrei usare) hanno detto “a me piace di più così, ‘un ci vedo nessuna differenza tra l’originale e la ciofeca, anzi”.
    ma lasciamo perdere questo, so che la mia è una battaglia vana quindi non voglio sprecare altre energie.

    Beh io non so che libri tu abbia letto, ma a me sinceramente la lettura dei grandi libri non ha mai fatto l’impressione che ha fatto a te, anzi. Di solito penso quello che pensi tu (che i libri non danno nulla in più) solo dei libri che NON ho MAI letto …una volta letti ho nei loro confronti un rapporto diametralmente opposto al tuo. Ma la differenza è quello che rende grande il nostro mondo e quindi va sempre rispettata anche quando ti lascia a bocca aperta :-).
    Alla fine scrivi:
    “Poi certo molti di noi se ne servono, una musica un passo un’immagine, trovano assonanze e conforti, ed in questo senso hai pienamente ragione. Come un amico cui confidi cose e che è amico proprio perché solo ascolta”.
    Per ironia mi dai ragione in una cosa che non ho mai pensato e che non penserei mai, e cioè “alla letteratura come consolazione”. Io non ho mai provato l’esperienza che un libro mi ascolti, ma davvero è possibile? Un libro che ti ascolta come un amico? Deve essere sublime ma a me non è mai successo.
    Tu dici che la letteratura non serve a niente, ma forse abbiamo un concetto di letteratura molto diverso, ogni popolo è impastato della propria letteratura, mi è difficile pensare al popolo inglese senza Shakespeare o a quello francese senza Moliere ecc. o a quello italiano senza Dante con il suo impasto anomalo di scrittori classici, letteratura araba del viaggio sublime, poesia gigantesca alle origini di una nuova lingua e alta politica unita ad una autentica passione politica. L’impasto dell’italiano, dal basso all’alto, ha ancora questo lievito in azione, nel bene come nel male.

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