Gramsci e la polemica sul Quaderno fantasma

Continua la discussione sul quaderno fantasma di Antonio Gramsci.
Franco Lo Piparo ha scritto un libro, I due carceri di Gramsci. La prigione fascista e il labirinto comunista. Un libro dove fra tante cose veramente interessanti si ipotizza (con nessuna documentazione) anche  la scomparsa di un manoscritto dei Quaderni.
Il libro viene recensito da Nello Ajello (L’altro carcere di Gamsci. Il giallo del quaderno sparito che svelava le critiche al Pci) su Repubblica e viene poi contestato da Guido Liguori (Gramsci, l’invenzione di un teorico liberale) sul Manifesto (io ne parlo QUI e QUI).
Sul Corriere ne scrivono Dino Messina (Antonio Gramsci e il fantomatico quaderno scomparso) e Antonio Carioti (“Gramsci ripudiò il comunismo”: il giallo del quaderno).
Su l’Unità altri due articoli uno di Gianni Francioni, che contesta la scomparsa del quaderno, e un’altro dello stesso Lo Piparo che risponde oggi a  Francioni.
Vi posto i due articoli dell‘Unità, quello odierno  di risposta di Lo Piparo e quello di Francioni e vi segnalo un’altra interessante polemica del 2003 tra Silvio Pons e Luciano Canfora proprio sulla lettera inviata a Stalin da Giulia e Eugenia Schucht e di cui parla Lo Piparo (georgia).

- Silvio Pons, Gramsci tradito? Nuovi indizi contro Togliatti (Lettera inedita da Mosca), in Corriere della sera, 17 luglio 2003.
- Luciano Canfora, Attenti ai dossier del compagno Stalin. E occhio alle date, in Corriere della sera, 19 luglio 2003.
- Silvio Pons, Togliatti, Gramsci e l’ombra del tiranno, in Corriere della sera, 27 luglio 2003.
- Luciano Canfora, Inedito su Gramsci, i punti aperti, in Corriere della sera, 30 luglio 2003.

«Quaderno 32», il mistero c’è La polemica sui manoscritti di Gramsci dal carcere.
di Franco Lo Piparo

Gianni Francioni scrive: «La tesi di Lo Piparo (è esistito un quaderno XXXII, oggi scomparso) risulta, all’analisi delle modalità di numerazione di Tatiana, destituita di ogni fondamento». Francioni ha una lunga frequentazione dei manoscritti gramsciani avendone curato l’edizione anastatica. Andiamo alla questione avendo cura di separare i fatti dalle interpretazioni.
Nella numerazione ufficiale il numero XXXII è attribuito al Quaderno 18 di Gerratana. Non è quindi di Tatiana. Secondo la mia ipotesi l’attribuzione nasce dal bisogno di colmare il salto che i numeri di Tatiana, così come li conosciamo, presentano passando dal Quaderno XXXI al XXXIII.
UNA DOMANDA LECITA
Esaminiamo il Quaderno. Al centro della copertina campeggia una etichetta dove è scritto a caratteri grandi un «N. 4». Non esistono spiegazioni di questo numero e nemmeno noi riusciamo a trovarne una convincente. In alto, in inchiostro blu si legge un «(34)». Fin qui i fatti. I Quaderni che conosciamo sono 33. Da dove salta fuori il numero 34? Mi sembra una domanda lecita.
Nell’edizione anastatica Francioni spiega: «La cifra potrebbe alludere al numero complessivo dei quaderni effettivamente utilizzati da Gramsci, più il quaderno compilato da Tatiana come indice generale delle note». Non è l’argomento usato nell’articolo per confutare la mia ipotesi. Si trattava, infatti, di spiegazione debole. Se così fosse stato, il numero 34 avremmo dovuto trovarlo sul quaderno di indice. Quaderno che, tra l’altro, ha una numerazione a parte. È la stessa Tatiana che scrive sulla copertina del proprio quaderno: «I di Tania». La spiegazione data nell’articolo è altra.
A partire dal Quaderno XXIX Tatiana si sarebbe accorta di avere fatto degli errori nella numerazione e, per correggerli, incolla, nei Quaderni 12 e 13 di Gerratana, su precedenti etichette nuove etichette con la numerazione che conosciamo. Quali potrebbero essere stati questi errori? Difficile dirlo dal momento che la numerazione di Tatiana non ubbidisce a nessun criterio e appare del tutto casuale.
Francioni mi fa notare un dato importante a cui non avevo prestato attenzione. Lo ringrazio. Riporto le sue parole: «L’etichetta del Quaderno 12, col numero XXIX, è incollata sopra un’altra in cui si riesce a leggere, in trasparenza. “Incompleto|dap.1a26| XXXII”». Quindi esiste (è esistita) una etichetta di un Quaderno XXXII scritto per 26 pagine. Dove cercare il Quaderno XXXII? Non può essere il 18 di Gerratana (che ha sulla copertina il numero 34 e a cui viene attribuito arbitrariamente il numero di Tania XXXII) dal momento che questo quaderno è scritto solo per due pagine e mezzo. È un dato che Francioni potrebbe aiutarci a capire.
La giustificazione dell’attribuzione posticcia del numero XXXII al Quaderno 18 Francioni la presenta al condizionale: «Fermo restando il XXXI già attribuito al Quaderno D, (Tatiana) dovrebbe ora dare un numero definitivo al Quaderno 18, superando con un XXXII quell’originario e provvisorio (34): cosa che però Tatiana non fa, per ragioni che non sappiamo ma sulle quali è inutile dilungarsi con ipotesi». Perché mai sarebbe inutile? Una ipotesi può essere sbagliata ma mai inutile. Il Quaderno col numero 34 e il salto, nella numerazione di Tatiana, da XXXI a XXXIII rimangono in questo modo senza spiegazione.
ALCUNI ELEMENTI IMPORTANTI
Questi ragionamenti sui numeri il lettore probabilmente fa fatica a seguirli. Sarebbero puro esercizio calcolistico se non si inserissero in un contesto di dati non univoci. Ne parlo nel libro. Ne ripeto alcuni.
(1) Nella lettera che Giulia e Eugenia Schucht scrivono nel 1940 a Stalin per dissuaderlo dall’affidare a Togliatti la cura dei manoscritti si parla di «30 quaderni, attualmente in nostro possesso». Dal conteggio vengono esclusi i 4 quaderni che contengono esercizi di traduzione. Noi di Quaderni teorici e storici ne conosciamo 29. Esiste un trentesimo Quaderno?
(2) In un appunto dattiloscritto, trovato da Gerratana in una cartella di Felice Platone, viene programmata «un’edizione diplomatica di 30 quaderni, secondo un rigido criterio cronologico e di fedeltà al testo manoscritto».
(3) Sraffa racconta di avere risposto, in una lettera del maggio 1937, «dettagliatamente alla richiesta di Togliatti» di essere informato sui manoscritti di Gramsci. La lettera conteneva «una descrizione dei temi e della stesura dei quaderni così come Gramsci la fece a lui, mostrandoglieli nella clinica “Quisisana”». Quella lettera non si trova e Togliatti non la cita mai. Non è strano? Mi pare che ci siano abbastanza elementi perché uno studioso senza pregiudizi indaghi e faccia ipotesi.
L’Unità, 5 febbraio 2012.

Gramsci rubato. Una leggenda.
di Gianni Francioni

Il libro. Nell’opera di Franco Lo Piparo «I due carceri di Gramsci. La prigione fascista e il labirinto comunista» (pp. VI-146, euro 16,00, Donzelli) la domanda centrale è: perché i Quaderni del carcere sono 33, e non 34, come in origine e più volte annunciato dallo stesso Togliatti? Un quaderno «si è perduto»? Gramsci sapeva che Sraffa trasmetteva le sue lettere a Togliatti?
Gramsci passò i suoi ultimi due anni e mezzo in libertà condizionale: è verosimile che in quegli anni abbia smesso quasi completamente di scrivere? E perchè non riprese i contatti con i vertici del partito e dell’Internazionale comunista?

Nel suo recente libro I due carceri di Gramsci. La prigione fascista e il labirinto comunista (Donzelli editore, 2012), Franco Lo Piparo dedica un intero capitolo (Un quaderno rubato?, pp. 77-94) ad argomentare la tesi secondo cui «i quaderni teorici (di Gramsci) furono trenta quando erano in possesso della famiglia (a Mosca) e negli anni successivi, diventarono ventinove a partire dal 1947», quando Togliatti poté disporne. La tesi non è nuova (di una manipolazione o «amputazione» dei Quaderni da parte di Togliatti si è parlato periodicamente sui giornali), ma questa volta è presentata con un tentativo di fondarla su elementi filologici che meritano di essere verificati.
Si consideri in primo luogo che i quaderni del carcere sono 35: 29 di lavoro teorico (numerati cronologicamente nell’edizione Gerratana da 1 a 29), quattro di sole traduzioni (che Gerratana ha contrassegnato con A, B, C, D), due – che pure recano i timbri del carcere di Turi – lasciati da Gramsci completamente in bianco (li indichiamo come 17 bis e 17 ter). A questi va comunque aggiunto (perché da sempre conservato con loro) il registro avviato dalla cognata di Gramsci, Tatiana Schucht, per redigere un indice generale – rimasto peraltro incompleto – delle note contenute nei manoscritti. Essi vennero affidati da Tatiana all’ambasciata sovietica a Roma nel luglio 1937 e nel dicembre 1938 furono spediti a Mosca per posta diplomatica. Restarono presso la famiglia Schucht fino all’aprile 1941, quando furono depositati per motivi di sicurezza all’Archivio centrale del Comintern. Restituiti al Pci nel marzo 1945, i quaderni e il registro di Tatiana ritornarono a Roma, e sono tuttora custoditi all’Istituto Gramsci.
Per motivi di spazio esaminerò solo il principale argomento addotto da Lo Piparo, che concerne la numerazione in cifre romane data da Tatiana ai quaderni dopo la morte di Gramsci, a fini di mera inventariazione e senza alcuna pretesa di stabilire una cronologia. Secondo Lo Piparo, questa numerazione avrebbe «un salto: passa dal quaderno XXXI al quaderno XXXIII», che egli suppone motivato dal fatto che il quaderno mancante sarebbe stato talmente «esplosivo», per i suoi contenuti di «eresia» politica, da indurre Togliatti a eliminarlo.
Sulla base di una documentazione certa e accessibile, possiamo ricostruire come stanno effettivamente le cose. Verso la metà di giugno 1937, Tatiana procede a classificare i quaderni incollando sull’angolo destro superiore di ogni copertina una piccola etichetta ottagonale con una sottile cornice a stampa, entro cui appone a penna il numero romano assegnato al quaderno e brevi indicazioni sulla sua consistenza (ad esempio: «I Completo p. 80»; «Incompleto da p. 3 a 78. VI»); su un’altra etichetta con cornice a stampa più grossa, tagliata a metà a mo’ di tassello e incollata in alto sul dorso del quaderno, ripete a penna la stessa numerazione in cifre arabe («1», «6», ecc.). Tatiana mette etichette anche sui Quaderni 17 bis e 17 ter, lasciandole però completamente vuote.
In questa catalogazione sistematica vi sono anomalie ed eccezioni, molte delle quali segnalate da Lo Piparo.
Alcune non hanno un significato particolare, e provano tutt’al più che l’operazione di Tatiana è accompagnata da imprecisioni e sviste: mi riferisco ai Quaderno 9 e 1, che hanno, rispettivamente, i numeri XIV e XVI sulle etichette ma non presentano i tasselli con le cifre arabe sui dorsi; e al Quaderno 17 ter, che ha l’etichetta ma non il tassello sul dorso (mentre il Quaderno 17 bis ha anche questo).
TASSELLI ED ETICHETTE
Più interessanti altri casi: il Quaderno 10 è privo di etichetta ma provvisto di un tassello (diverso dai precedenti: è una strisciolina di carta rettangolare incollata sul dorso, in basso anziché in alto) con l’indicazione «XXXIII» a matita; mancano l’etichetta e il tassello di Tatiana nel Quaderno 18, che peraltro ha al centro un cartiglio con doppia cornice e fregi a stampa e l’indicazione della ditta produttrice, cartiglio in cui è scritto molto in grande a matita rossa, da una mano che non sembra quella di Gramsci, «N 4»; inoltre, nell’angolo destro superiore della copertina del Quaderno 18 (esattamente all’altezza in cui di solito Tatiana incolla le sue etichette classificatorie) si legge, a penna, «(34)».
Sulla base dei tipi di etichette e di tasselli apposti da Tatiana, i quaderni si possono dividere in quattro gruppi: 1) le etichette e i tasselli sono identici per quel che concerne i quaderni che Tatiana numera da I a XXII, nonché per quelli che oggi conosciamo come Quaderni 17 bis e 17 ter: tutti questi hanno l’etichetta ottagonale e il tassello con cornice più grande descritti sopra (con le eccezioni già dette per i Quaderni9=XIV,1=XVIe17ter); 2) nei quaderni da XXIII a XXVIII, al posto delle etichette ottagonali (evidentemente esaurite) compaiono striscioline di carta rettangolari senza cornice a stampa, rozzamente tagliate; 3) nei quaderni da XXIX a XXXI, al posto di queste ultime Tatiana usa le stesse etichette con cornice grossa che, tagliate a metà, impiega per i tasselli sui dorsi; 4) gli ultimi due quaderni (gli attuali 10 e 18) presentano caratteristiche peculiari, come vedremo tra poco.
Va notato che Tatiana compie un salto di numerazione già nel primo gruppo, quando, dopo aver marcato un quaderno come XXII (l’attuale 16), non assegna alcun numero ai Quaderni 17 bis e 17 ter, e passa quindi a quelli del secondo gruppo partendo dal numero XXIII. Arrivata al XXVIII, commette un errore nel classificare i cinque quaderni restanti (gli attuali 10, 12, 13, 18 e D), saltando o ripetendo almeno un numero: infatti, mentre l’etichetta del Quaderno D ha il XXXI, quella del Quaderno 13, che riporta il numero XXX, è incollata sopra i resti di una precedente etichetta, rimossa, che doveva con tutta evidenza contenere una cifra diversa; infine, l’etichetta del Quaderno 12, col numero XXIX, è incollata sopra un’altra in cui si riesce a leggere, in trasparenza, «Incompleto da p. 1 a 26 XXXII». Di seguito, Tatiana classifica il Quaderno 10 come XXXIII, e con ogni probabilità non vi incolla l’etichetta sull’angolo superiore destro perché risulterebbe troppo accostata al titolo, La filosofia di Benedetto Croce, che Gramsci ha vergato sulla copertina; usa pertanto solo una strisciolina di carta senza cornice come tassello (al piede del dorso e non in testa) ma in modo, per così dire, ancora provvisorio, giacché il XXXIII vi è segnato a matita e non (non ancora) a penna.
Quindi, di fronte all’ultimo quaderno che le è rimasto e su cui è annotato a penna un piccolo «(34)», suscettibile di essere poi coperto da un’etichetta definitiva –, ha un’incertezza, dovuta forse ad una riconsiderazione di quel grande «N 4» in rosso che già compare al centro della copertina, che potrebbe lasciare come numero del quaderno (se non fosse che un’etichetta con «IV» e il relativo tassello «4» sono già sul Quaderno 17), o forse dettata dall’acquisita consapevolezza dell’errore di numerazione. Sta di fatto che Tatiana strappa l’etichetta del Quaderno 13 e la sostituisce con una che presenta ora il numero XXX, mentre sopra quella del Quaderno 12 con l’originario XXXII incolla una nuova etichetta – «Incompleto  XXIX» –, apponendo sul dorso un definitivo tassello «29». Fermo restando il XXXI già attribuito al Quaderno D, dovrebbe ora dare un numero definitivo al Quaderno 18, superando con un XXXII quell’originario e provvisorio «(34)»: cosa che però Tatiana non fa, per ragioni che non sappiamo ma sulle quali èinutile dilungarsi con ipotesi. L’etichetta strappata del Quaderno 13 e quella originaria del Quaderno 12 sono sufficienti per provare che la tesi di Lo Piparo (è esistito un quaderno XXXII, oggi scomparso) risulta, all’analisi delle modalità di numerazione di Tatiana, destituita di ogni fondamento.
L’Unità 2 febbraio 2012.

vi segnalo un’altra polemica del 2003 stavolta tra Pons e Canfora. Erano tempi veraente bruttini quelli.

Silvio Pons, Gramsci tradito? Nuovi indizi contro Togliatti (Lettera inedita da Mosca), in “Corriere della sera”, 17 luglio 2003.

Luciano Canfora, Attenti ai dossier del compagno Stalin. E occhio alle date, in “Corriere della sera”, 19 luglio 2003.

Silvio Pons, Togliatti, Gramsci e l’ombra del tiranno, in “Corriere della sera”, 27 luglio 2003

Luciano Canfora, Inedito su Gramsci, i punti aperti, Corriere della sera, 30 luglio 2003

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26 Risposte to “Gramsci e la polemica sul Quaderno fantasma”

  1. p Says:

    Io quando leggo una cosa del genere rimango basito.

    “E perché non riprese i contatti con i vertici del partito e dell’Internazionale comunista?”

    Ma sapeva l’autore che era reato avere contatti con una organizzazione allora fuorilegge? E che sicuramente veniva controllato, in quella clinica, perché non lo facesse? Va bene tutto, ma qui siamo al delirio. Manifesto. Non c’è bisogno di scoprire carte smarrite o perdute.p

  2. georgiamada Says:

    esatto, hai ragione, era vietato avere contatti con una organizzazione ormai fuorilegge, ergo mi dai ragione se anch’io penso che la lettera di grieco non fu mandata solo per dare sostegno al povero compagno segretario in carcere, ma, visto che la lettera proveniva dalla russia, e con chiara provenienza del pcd’i, è stata la classica trappola per incastrare gramsci e farlo marcire in galera (e forse morire visto le precarie condizioni fisiche), forse senza quella famigerata lettera si sarebbe fatto, come bordiga, 5 anni, o anche meno, di confino, magari a ustica.
    A meno che grieco e compani non fossero ancora più all’oscuro di lo piparo;-) (che almeno vive oggi e non allora.
    Ad ogni modo l’autore quando parla di contatti con il partito intende alludere al rifiuto di gramsci di continuare l’attività politica, ma di volersi ritirare nel suo guscio sardo e tornare agli studi filologici … poi certo, hai ragione tu, lo piparo ragiona un po’ troppo con certezze, visto che non si può sapere cosa avrebbe fatto davvero. Però la rabbia di gramsci verso i vertici del partito e dell’internazionale (che non era più quella di cui aveva fatto parte, ma quella di stalin) sono abbastanza documentati e anche i tormenti inflittegli dai giovani stalinisti che arrivavano in carcere. Poi c’è la testimonianza del fratello che, inviato dal partito per sapere cosa gramsci pensasse delle epurazioni dei trotskisti, non osò mai riferire a togliatti gli urli fatti da gramsci, per paura che ne dovesse pagare le conseguenze.
    Tu che sei studioso di bordiga sai benissimo che da un certo punto in poi aveva addirittura più paura dei suoi ex compagni che dei fascisti (e non certo perchè fosse diventato un fascista come insinuavano certe malevole mammole;-))

  3. p Says:

    Per fare politica, dovevi farla cladestinamente. Gramsci non era in grado di farla. Uno studioso non può non tenere conto di questo dato di fatto, che mica la manipolazione storica è finita con stalin, ma vedo che imperversa ancora, a quanto pare.
    Si ha una strana, davvero idea dei comunisti. Sono quelli che farebbero “politica”. Niente di più falso. La politica è l’ultima cosa, la prima cosa è la conoscenza, tutta, del mondo. Perché gramsci non avrebbe a un certo punto dovuto ritenere più utile fare studi linguistici? Questo senza mettere in dubbio che fosse schifato da certe manifestazioni del partito e dell’internazionale. Figurati, con me sfondi una porta aperta.
    Ma è il poco che ho letto di lopiparo che mi fa capire che non vuol comprendere gramsci e il suo tempo, ma usarlo surrettiziamente (come faceva togliatti) per una polemichetta da due lire contro quello che presume nella sua testa essere il comunismo e i comunisti.p

  4. georgiamada Says:

    a me è apparsa :-))))

    Però mario tu parli di partiti comunisti, di iscritti comunisti, di politici comunisti, p., da quello che ho capito, parla di comunisti e quello forse è ancora uno dei grossi complimenti fatto all’essere umano … l’importante però è che non si … realizzi mai, altrimenti agli individui prendono le frenesie di potere eterno e gelido e allora … allora sempre meglio quello a termine, imperfetto, un po’ sformato, come una ciabatta, ma almeno ci si illude di rispedirlo a casa e cambiare ciabatta ;-)

  5. georgiamada Says:

    Si ha una strana, davvero idea dei comunisti. Sono quelli che farebbero “politica”. Niente di più falso. La politica è l’ultima cosa, la prima cosa è la conoscenza, tutta, del mondo. Perché gramsci non avrebbe a un certo punto dovuto ritenere più utile fare studi linguistici?

    Ecco bravo :-) gramsci era comunista e comunista rimaneva, ma proprio per questo non poteva più fare politica per quell’internazionale lì. Lo piparo parte forse da un punto sbagliato per un fine sbagliato, sinceramente non lo so (anche se ho letto il libro, molto fragile per la verità), però qualcosa ci azzecca, eccome se ci azzecca!.

  6. iltrenoavapore Says:

    @p.

    essere il comunismo e i comunisti.p

    …intanto sono stati. morti che neppure più puzzano. lasciamoli stare lasciamoli quieti, si sono scannati abbastanza quando erano vivi. non v’è più tempo, ne vi sarà, che li possa riguardare. i fascisti risorgono, o meglio, non sono mai morti, fiato profondo qual sono, ancorché melmoso, dei popoli. due secoli di ciance e tanti cadaveri impilati quanti mai ne conobbe la storia l’hanno a malapena scalfito il diritto della forza e le presuntuose autopsie dei vari lopiparo sono la noiosa pulce della favola che si crede chissaché.

    lasciamoli stare. furono quel che furono, gloria amore fanatismi tradimenti delitti. motore respiro e catalessi. non se ne parli mai più. riposino in pace.

  7. iltrenoavapore Says:

    @geo

    come mai non riesco a postare un’immagine nei commenti? …la stessa che ho postato nel mio blog e che ho provato a postare come commento nello spazio wordpress che non uso…

    ciao ‘notte
    mario

  8. georgiamada Says:

    beh in effetti quelle tessere sono state fra le cose buone dell’italia, questo è indubbio, io credo che, in gran parte, se il comunismo italiano, è stato fra i migliori e i più umani (scusa il buonismo del termine) sia proprio merito di persone come gramsci. Io non ho mai avuto simpatia per togliatti (anche se ne riconosco, con un po’ di sforzo, i meriti) ma in fondo l’ammirazione era talmente grande che lo ha costretto a conservare gli scritti di gramsci a pubblicarli ecc. ecc. ma questo non toglie che la tentazione di qualche ritocchino l’ha avuta ;-). Senza di lui la gente comune lo avrebbe, disperso, distrutto, ci si sarebbe pulita il culo, tanto con la cultura come dice tremonti NON si mangia ;-) e, come mi spieghi sempre tu, l’essere umano pensa solo a mangiare defecare e riprodursi e, soprattutto, a consumare;-)
    Hai visto che anche monti (che assomiglia sempre più ad un politico italiota) se l’è presa con il buonismo … chissà come mai molti pensano che sia più in essere cattivi? boh ….

  9. georgiamada Says:

    non lo so mario, ora provo

  10. iltrenoavapore Says:

    @geo

    hai ragione ma… ma che ne so..? :-(
    quelle in foto (ma perché a me non è venuta??) sono parte delle mie povere tessere che tutte conservo e che da alcuni lustri non andavo a toccare, ma erano ancora lì nel comodino dove le riposi un tempo. e mi sono quasi commosso nello spanderle sulla scrivania e fotografarle. dovrei forse bruciarle, ma non ce la faccio ancora. sai che a volte mi viene la sciocchissima idea che siano, quelle tessere, la sola cosa “buona” di quanto ho vissuto?
    ma va bé, scusa, ciao, grazie
    mario

  11. iltrenoavapore Says:

    …. ovviamente ho anche quelle PDS DS PD, in diverso contenitore per non contaminare, ma non mi commuovono….:-)

  12. georgiamada Says:

    ah, riprova pure a mettere l’immagine(semmai cancello), probabilmente avevi dimenticato qualcosa (a proposito come la metti, con htlm?)

  13. iltrenoavapore Says:

    @geo

    sì sì, con il solito html… riprovo, poi cancella..

  14. iltrenoavapore Says:

    niente…:-((
    e neppure il codice si vede che era
    cancella tutto
    ciao buona giornata

  15. georgiamada Says:

    ma è impossibile forse dimentichi le virgolette
    il comando che uso io oltre ad img è src =

  16. georgiamada Says:

    senti mario ma mi speghi come mai ai commenti l’ora è sempre le 11:00?
    lo fa anche a te?

  17. georgiamada Says:

    prova per l’ora

  18. georgiamada Says:

    ok ora sembra funzionare ma un’ora indietro

  19. iltrenoavapore Says:

    @geo

    infatti… il codice è giusto, ma neppure compare come testo! …mistero…
    a me l’ora è giusta, ma vedo che hai risolto… mi pare che puoi scegliere il fuso, +1 nel nostro caso.
    ciao

  20. georgiamada Says:

    beh ha dell’incredibile perchè a me è apaprsa normalmente, possibile che il sistema ti riconosca :-)
    grazie per il +1 era quello che non ruscivo a trovare ora vediamo che ora arriva

  21. georgiamada Says:

    PERFETTO ora l’ora è giusta :-) dopo cancello un po’ di commenti, tu se vuoi continua amettere immagini

    fra i due segni appositi
    poi img e spazio
    poi src
    poi =
    poi url tra le virgolette chiudere il comando ed è fatta
    se viene a me e a te no è un vero mistero

  22. p Says:

    Io, mario, mai avuto una tessera comunista. Tutt’al più potrei trovare per casa qualche vecchia tessera radicale, dei primi anni 80. Ma io non conservo le cose così gelosamente e va’ a capire dove sono.
    La differenza tra te e me, è che tu pensavi che il comunismo si dovesse costruire, non ce la si è fatta – c’era chi ve lo diceva molto per tempo, ma va beh – e mo’ dite che non c’è. Quello che s’era costruito, bello o brutto, è crollato. Io non ho mai pensato che si debba costruire. Si costruisce il capitalismo, mica il comunismo, se no dove starebbe la differenza? Ma allora? Allora basta vederlo nelle cose, il comunismo, e c’è.p

  23. iltrenoavapore Says:

    @p.

    no no! è il capitalismo che non si costruisce (a mio avviso) c’è per “natura”, basta fare niente e te lo trovi bello e servito…seppoi sei uomo di scrupolo, gli metti le tendine e qualche falso d’autore in omaggio all’estetica… il comunismo è (era) FUORI dalle cose, violentemente innaturale. una sfida ai fiumi, perduta.
    ciao, e grazie
    mario

  24. georgiamada Says:

    il capitalismo si costruisce pure quello :-), ma la base su cui viene costruito è qulla natura di destra predatoria e brutale dove vince ilpiù forte che è, certo hai ragionissima, Natura, la difesa a questo invece è sempre costruzione faticosa, culturalmente faticosa, poi, alla lunga, vince la cultura più forte e (io lo voglio sperare perchè sono una ottimista inguaribile) soprattutto la migliore. Ora il comunsmo non credo sia stato sconfitto, anzi, ma certo lo è stato quel coacervo di violenza brutale e di propagandata falsa giustizia, per comodità definita di classe, che hanno chiamato comunismo realizzato. Quello è stato sconfitto dove si era “realizzato”, e l’onda lunga della sconfitta si è allungata anche dove il comunismo aveva tentato di svilupparsi con metodi e cultura diversa (meno naturale ;-). La sfida ai fiumi si vince se si tiene conto della natura dei fiumi, si perde catastroficamente se li si vuole imprigionare in un letto di cemento.

    A proposito del libro su gramsci di cui si discute, la cosa che mi ha stupito di più, è che tutti parlano solo di quaderno “trafugato” e di lettere perse o arrivate dove non dovevano arrivare, ma nessuno parla delle due cose secondo me più scandalose e interessanti. Una all’inizio dove si parla dell’iperbolico articolo di togliatti del 1944 dove enfaticamente dice che gramsci è morto in carcere (mentre era fuori da due anni) e l’altra verso la fine (dove forse pochi recensori dei giornali sono arrivati) dove parla della riscrittura, nel 1934, di certe pagine dei Quaderni e dove al termine classe del 30 sostituisce nel 1934 gruppo sociale e dove scrive: che “l’accentramento legale di tutta la vita nazionale nelle mani del gruppo dominante diventa totalitario”.
    Dal 30 al 34 sono successe due cose fondamentali: la nascita di due regimi totalitari come quello di hitler e di stalin, parlare di classi (se non a livello basso di propaganda) ormai è troppo poco e soprattutto fuorviante se si esamina anche il luogo dove le classi, in teoria, sono state eliminate ma non il gruppo sociale dominante. Gramsci è stato dunque il primo a iniziare una lucida analisi sul totalitarismo.
    Da sottolineare che il quaderno dove si trova la riscrittura di alcune pagine è stata regolarmente pubblicata ;-), ergo qui il “manipolatore” togliatti non c’entra nulla. Quindi le vestali del personaggio possono rilassarsi.

  25. Vittorio Says:

    Il Comunismo è una filosofia di societa , lo hanno creato Marx Engels , in Russia è stato adottato da Lenin e Gramsci lo ha “adomesticato” per l’Italia dell’epoca basta leggere la questione meridionale. Ora , se ad oggi , non lo si è ancora visto in pratica è colpa del nemico ,il capitalismo , che ha fatto sue le parole e gli slogan di quel pensiero . Togliatti ha avuto a suo tempo tutto l’interesse a manipolare i quaderni , tanto è vero che sino all’uscita dei quaderni faceva uscire dall’esilio scritti di Gramsci per controbattere a Gentile e usava a suo piacimento frasi del maestro.

  26. agenda19892010 Says:

    Gramsci riesce a gestire la liberta’ di scrivere in situazione di enorme difficolta’ e rappresenta il comunismo come capacita’ di essere dentro il “comunismo globale”. L’eredita’ da lui lasciata e’ il partito comunista piu’ forte di tutto l’Occidente capitalistico che non e’ una filosofia. Un partito non totalitario (anche se degradante verso il riformismo). Comunque per quanto mi riguarda continuo a leggere utilmente i Quaderni del carcere.

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