Alfonso Berardinelli, POSTletteratura e POSTromanzo

immagine presa da Internazionale 18 novembre 2011, p. 91

Ieri (1 luglio 2012) sul Domenicale del Sole24ore (a p.25),  c’era un articolo di Alfonso Berardinelli, La catastrofe del «Roman». L’articolo, almeno a primo acchito, è una recensione a Richard Millet, L’inferno del romanzo. Rifessioni per la postletteratura (per il cui autore, il recensore, non sembra provare particolare attrazione) in realta è un articolo che definirei molto autobiografico, un articolo un po’ amaro e addolorato sia per la letteratura che per se stesso, o meglio per il suo ruolo di critico e recensore, ormai in bilico sul crinale e con il rischio di passare difinitivamente ad essere solo uno dei tanti addetti al servizio pubblico con un unico dovere: quello di leggere i milioni di persone che pensano che essere recensiti (bene naturalmente) sia ormai un loro diritto inalienabile e non più una libera scelta del recensore e una conquista dell’autore.

Per chi disponga di un minimo di memoria storica, è difficile non constatare che scrivere letteratura è stato un problema intellettuale serio per più di mezzo secolo e oggi non lo è più. Da un certo punto in poi, la letteratura vive sotto l’ombra protettiva dell’idea (politicamente corretta) secondo cui la creatività artistica, di qualunque genere, è anzitutto un dirittto inalienabile di democrqzia culturale, e non una questione di attitudine, vocazione o talento. Al lettore esigente piùo meno colto , che trovi inqietante il fatto che “tutti scrivono”, si può perciò rispondere che “tutti hanno il diritto di scrivere” ed è quindi un bene che questo diritto venga esercitato quanto più largamente possibile“.

E va beh, ma, a parte che secondo me nessuno ormai da tempo “scrive” davvero (nel senso che ognuno è cosciente di NON scrivere davvero), se fosse vero (e non ironico) quello che scrive Berardinelli, quello sarebbe ormai l’unico diritto riconosciuto come tale, visto che di diritti ne sono rimasti davvero pochini, compreso quello di essere informati dai giornalisti e di essere guidati davvero dai recensori (e non per finta e solo per motivi di marketing) nelle letture valide.
Finito ogni vero dirittto sembra quasi naturale che dobbiamo contentarci del diritto alla creatività. Noi, epoca che ha ormai perduto ogni immaginazione, passione e creatività, noi umanità opacamente e pesantemente conformista e banale fino allo sfinimento, condannata a creare credendosi poeti, artisti, scrittori? Quasi un incubo dantesco.
Ma non è questo il vero fine di Berardinelli, bensì, prima di arrivare alla recensione vera e propria, quello di levarsi qualche sassolino dalla scarpa:

“[...] ricordo che parecchi anni fa una rivista di poesia mi dedicò un editoriale in cui venivo accusato di non recensire certi autori, sottraendomi così ai miei doveri di critico. Mi si attribuiva il dovere di leggere, non il diritto di decidere cosa leggere o no. Ma interessante era soprattutto l’argomento su cui si basava la protesta: non recensendo certi libri mi comportavo, secondo gli accusatori , come un impiegato delle poste che si rifiuti di accettare una lettera affrancata. Una volta arrivati alla pubblicazione, gli autori consideravano i critici e i recensori come addetti a un servizio pubblico e non come liberi lettori e autori che scelgono su cosa scrivere. Si trattò di un caso comico ma non solo.
Scrivere era un problema per Montale e per Gadda, per Elsa Morante e per Amelia Rosselli. Oggi sembra che non sia un problema per nessuno. L’identità culturale degli scrittori è cambiata. Alla modernità e alla postmodernità (fin troppo autocoscienti e problematiche) è seguito qualcosa di diverso. Siamo alla postletteratura e al postromanzo. Definizioni migliori non siamo riusciti a trovarne

Mi domando se il prefisso post nel caso specifico stia per dopo o per post, il messaggio testuale del web, la composizione principe in rete?

Si può anche condividere la posizione fustigante e leggermente moralistica di Berardinelli,   ma solo a patto che nessuno se ne tiri fuori sentendosi al di sopra di ogni responsabilità.
Non parlo naturalmente di Alfonso Berardinelli che è ancora fra i migliori critici rimasti, ma in generale di chi ha un ruolo critico dentro la società, e naturalmente alludo anche agli allegri, e spesso sempre più incompetenti, professori universitari che ormai non sanno neppure più cosa sia uno scrittore. Il più delle volte, negli ultimi lustri, lo hanno considerato solo come un prigioniero occasionale da torturare a piacimento, da sistemare sul letto di Procuste  tagliandolo e allungandolo solo per acconciarlo alle proprie convinzioni politiche del momento o al fine di ambizioni personali (per lo più modeste). Scomparsa ovunque ogni grande passione, la letteratura non poteva che andare momentaneamente in freezer o in letargo. E’ rimasta solo l’impossibilità di smettere di scrivere, in attesa che i tempi migliorino, perché ieri come oggi la letteratura non può morire, può solo nascondersi e nel frattempo è normale che tutti scrivano per riempire i vuoti e tenere oliati i meccanismi ;-)

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34 Risposte to “Alfonso Berardinelli, POSTletteratura e POSTromanzo”

  1. Giorgio Di Costanzo (Ischia) Says:

    L’avevo letto ieri e approvato. Grazie, cara Georgia. Leggo 61 racconti dell’immenso John Cheever…

  2. georgiamada Says:

    ciao giorgio:-) sempre preziosissime le tue indicazioni
    geo

  3. Nat Says:

    Beh normale che non provi particolare attrazione, Richard Millet è un cosidetto “neoreazionario”. Sinceramente non so se in Italia sia diffuso il fenomeno ma è vero che in Francia tutti scrivono (o si fanno scrivere) libri. Non ho letto Millet, ma credo che bisogna distinguere tra chi scrive (o si fa scrivere) libri dopo essere stata (bisogna riconoscere che la maggior parte sono donne) lanciata dai mass-media perché in tema con le ossessioni del momento, a chi come la Nothomb fa la scrittrice di professione, può non piacere ma in questo caso i galletti gallici devono abituarsi ad avere a che fare con autrici donne di romanzi. Comunque quante cose si scoprono, Millet era un combattente a fianco dei falangisti libanesi, adesso sostiene assad. Curiosando su internet o letto la recensione della “Primavera siriana” di Millet.

  4. Nat Says:

    Comunque che strano che è internet, volevo vedere se era Millet che sparava sulle romanziere donne e sono capitato su un articolo sulla siria, vabbé. Secondo me dietro quel “tutti oggi scrivono” ci stà soprattutto le donne scrivono. Vero è che spesso le donne approfittano delle mode del momento e delle ossessioni per scrivere autobiografie (tanto per citarne una Ayan Hirsi), però a volte non è neanche colpa loro, ad esempio io ho letto il libro della figlia di BHL molto prima delle presidenziali, e non sapevo nemmeno si parlasse di Carla Bruni, invece ho trovato molto volgare la tipa italiana che è voluta uscire dall’anonimato dicendo che voleva darla al presidente iraniano.

  5. georgiamada Says:

    sinceramente non avevo mai sentito parlare di millet, ergo non sapevo fosse un neoreazionario, e ti ringrazio dell’informazione, la recensione di berardinelli che ho trovato interessante tutto ha provocato in me fuorchè la voglia di leggere il libro :-),
    Berardinelli si lamenta delle pretese della massa di neoscrittori ad essere recensiti, ma purtroppo esistono anche altri fattori negativi dietro una recensione che rendono poco libero il recensore, fattori che possono spingere (necessariamente) a recensire libri che proprio non piacciono, è uno dei fatti negativi del mestiere, a berardinelli va dato atto che non finge che l’autore sia di suo gradimento ;-)

  6. Nat Says:

    Vabbé georgia ma recensire un autore tradotto non è proprio la stessa cosa, libri come quelli di millet indipendentemente dal fatto che piacciano o meno debbono in qualche modo essere recensiti perché rappresentano un pensiero minoritario tra gli scrittori e in un certo senso originale. Quando si fa la recensione di un libro tradotto manca il giudizio della forma e dello stile (che è quello della traduttrice non dell’autore) che sono comunque importanti. In francese Millet scrive bene, in generale i francesi danno molta importanza alla forma, in ogni caso mi sembra che in Francia ci sia il problema inverso cioè addetti alla recensione sempre gli stessi quasi tutti uomini che distruggono tutto ciò che viene scritto in generale dalle donne…

  7. georgiamada Says:

    la forma e lo stile ormai sono i grandi assenti ovunque, soprattutto negli interessi dei recensori, anzi è più facile che siano presenti e se ne parli quando si recensisce un’opera tradotta.
    Il traduttore non viene pagato a copia quindi se ne può dire bene o male a piacimento, per l’autore invece se i libri da recensire vengono dati al giornale dagli editori, la parola d’ordine è ESAGERARE, in bene o in male poco importa, l’importante è attirare l’attenzione meglio ancora se nasce uno scandalo o una polemica :-)
    Internet è imprevedibile vai in una direzione e ti trovi gettato altrove, serentipity si chiama :-) non esiste logica nella ricerca in internet o meglio la logica c’è all’inizio e poi la ritrovi al punto di arrivo, ma nel tragitto non esistono più regole ti portano i venti del web e approdi dove voglono loro.
    Tu dici che i recensori maschi distruggono le opere delle donne? forse, non lo so, dipende se ci guadagnano o meno. Anche le donne non ci vanno tanto per il sottile a distruggere (anche se spesso lo fanno ancora senza secondi fini), a me sembra che la tendenza sia di distruggere tutto quello su cui non sia possibile lucrare, in un modo o nell’altro, e che a pochi importi di vedere se nella foga non vada perduto qualcosa di veramente importante. Credo che ricercare solo il proprio personale interesse (carriera soldi visibilità sesso) a costo anche di ingiustizie macroscopiche sia un fatto ormai endemico e non sia solo una caratteristica di genere

  8. Nat Says:

    Il problema è che le donne generalmente distruggono altre donne. Non so non avevo pensato all’aspetto finanziario, io ingenuamente penso che le critiche le leggano unicamente gli appassionati i libri che hanno un successo economico devono cmq toccare un pubblico molto più largo, ma forse sbaglio. In ogni caso io leggo spesso libri senza aver letto recensioni.

  9. Mario Pandiani Says:

    Non trovo così fustigante e moralista l’articolo di Berardinelli, mi sembra che invece rilevi nel libro di Millet, che nessuno di noi ha letto, delle velleità assurde e non si faccia scrupolo di dirlo.
    Questo è buono, certo che la presa di coscienza sua verte sul fatto che si naviga in un mare di relitti, e che difficilmente, anche quando uno scrittore fosse mosso da “Attitudine, vocazione o talento”, avrebbe le sue difficoltà, almeno sul piano tematico, a non essere accomunato alla marmellata pubblicistica che si assiepa in librerie, supermercati e autogrill.
    Il “post” forse, come rilevi bene, è il vero problema, sarebbe interssante un saggio, in forma di elenco consultabile, un vero e proprio vocabolario, su cosa è “pre” e cosa è “post”, e credo che sarebbe sufficiente, anche senza categorizzazioni concettuali a posteriori, per capire bene come quello che succede in “1984″ sia in effetti avvenuto, cioè una profonda e forse irreversibile modificazione del linguaggio, della lingua e della parola, anzi, una vera e propria sostituzione.
    Uno scrittore “Pre” aveva il problema di rivolgersi a un contesto culturale e artistico, uno scrittore “post” ha il problema di rivolgersi ad un mercato, sembra banale, ma la sostituzione delle due definizioni contestuali è cosa fatta ormai.
    Mi ricordo che nel suo libro “Russia addio” Giulietto Chiesa raccontava dell’inviato americano al consiglio che stava rifondando la Russia e l’ex mondo sovietico e si rallegrava che finalmente, da un regime socialista si fosse passati ad un regime di “libero mercato” sigillando così il termine che ha definitivamente preso il posto di “democrazia”.
    Infatti il “diritto inalienabile” in campo creativo sembra più una “coazione a ripetere”

  10. georgiamada Says:

    ciao topo, interessante il tuo commento quindi grazie di averlo fatto.

    Oggi su repubblica (p. 49) c’è un articolo di anias ginori che parla appunto di richard millet (sempre che sia lo stesso millet) o meglio parla delle reazioni (doverose direi) al suo ultimo libro che sembra (dico sembra visto che io ho letto solo il titolo riportato nell’articolo) sia un elogio al criminale breivik (boh cose da non crederci).
    Avevo già visto qualcosa su quel libro, ma non lo avevo ancora collegato a millet.
    Nat avevi ragione a dire che è un neoreazionario, anche se sinceramente l’aggettivo, alla luce dell’argomento del libro, sembra ormai solo un eufemismo.

    E naturalmente ha ragione topo che sottolinea che, essendo ormai tutti, senza pentimento alcuno, in uno sfrenato “libero mercato”, ogni scandalo, ogni obbrobrio è permesso pur di pubblicizzare o vendere un prodotto.

    Come purtroppo ormai anche ogni falsità è permessa su un giornale pur di vendere o di crearsi visibilità o di fare propaganda (ma di quella spicciola e volgare non certo quella del passato) :-(
    L’articolo di panorama sulle intercettazioni del presidente Napolitano è un ulteriore esempio della fabbrica di bufale verosimili, cucinata con tale volgarità e disinvoltura da lasciare annichiliti.
    Ieri Antonio Ingroia procuratore aggiunto di Palermo, intervistato diceva: “Quello che ha fatto Panorama è fuori dalla deontologia professionale ed è lontanissimo da un’ etica dell’informazione che dovrebbe valere sempre, ma ancora di più davantia una materia tanto delicata. Ci vuole senso di responsabilità, dentro le istituzioni e fuori. Quando ho letto l’articolo per intero ho avuto la conferma della mia reazione a caldo. Si mettono insieme tre altri articoli di testate diverse per sostenere una ricostruzione falsa. Oltretutto facendo credere che quelle testate siano a conoscenza dei contenuti delle telefonate. Un’ altra falsità.
    cfr. Goffredo De Marchis, Non è vero che siamo contro il presidente qualcuno sta usando con lui metodi sporchi, Repubblica, 31 agosto 2012, p. 3.

  11. georgiamada Says:

    Non è vero che siamo contro il presidente qualcuno sta usando con lui metodi sporchi
    Ingroia: “Nessun mistero, abbiamo sempre indagato liberamente”.
    Goffredo De Marchis

    ROMA – Antonio Ingroia inforca gli occhiali da lettura e rilegge il comunicato del Quirinale. «Lo sottoscrivo parola per parola. Soprattutto lì dove denuncia “torbide manovre destabilizzanti”. L’operazione di Panoramaè esattamente questo. Rischia di destabilizzare le istituzioni e un danno lo ha già fatto disorientando l’ opinione pubblica, gettando un’ ombra sulla Procura di Palermo, facendo credere che noi siamo contro il presidente Napolitano e naturalmente non è così». La ricostruzione dei colloqui tra il capo dello Statoe Nicola Mancino fatta dal settimanale di Berlusconi è frutto di fantasia. «Confermo quello che ha detto il Procuratore capo Messineo, le ipotesi di Panorama non corrispondono al tenore delle telefonate – spiega Ingroia -. Anzi, posso affermare che non è uscito un solo rigo del contenuto di quelle intercettazioni. Il segreto ha tenuto». Le bobine con la voce del presidente della Repubblica, rivela il magistrato più esposto nelle indagini sulla trattativa Stato-mafia, perenne bersaglio dei giornali berlusconiani, sono ora finite in un’ inchiesta stralcio che sembra destinata all’ archiviazione. «Diciamo così: nel procedimento principale abbiamo deciso che dovessero andare le posizioni meritevoli di un dibattimento». In questo clima, il contenuto di quei colloqui non rischia di diventare l’ ennesimo mistero italiano? «Ovviamente no. Ma quali misteri e segreti», risponde Ingroia ridendo.

    Dottore, lei ha parlato di un ricatto del periodico a Napolitano. Perché?
    «Ho avuto subito l’impressione di una manovra. Contro il Quirinale e contro le altre istituzione democratiche, a cominciare dalla magistratura. Quello che ha fatto Panorama è fuori dalla deontologia professionale ed è lontanissimo da un’ etica dell’informazione che dovrebbe valere sempre, ma ancora di più davanti a una materia tanto delicata. Ci vuole senso di responsabilità, dentro le istituzioni e fuori. Quando ho letto l’articolo per intero ho avuto la conferma della mia reazione a caldo. Si mettono insieme tre altri articoli di testate diverse per sostenere una ricostruzione falsa. Oltretutto facendo credere che quelle testate siano a conoscenza dei contenuti delle telefonate. Un’altra falsità. Dobbiamo darci tutti una regolata. Il senso delle istituzioni appartiene alle istituzioni, ma il richiamo all’ etica vale anche per l’ informazione».

    L’accuseranno di essere un khomeinista.
    «Per carità, l’informazione è libera, autonoma e indipendente. E so bene che nella lotta politica è consentito tutto o quasi. Ma non avevo mai letto un articolo costruito in quella maniera, usando altri testi per ricostruire il senso di alcune telefonate. È un articolo che rischia di avere effetti destabilizzanti come dice il capo dello Stato, non c’ è dubbio. Punta a disorientare l’opinione pubblica, gettando sulle spalle della Procura di Palermo l’ accusa di un ricatto al Quirinale. Ma noi non siamo contro Napolitano. Anzi, consideriamo il presidente della Repubblica un punto di superiore tenuta istituzionale che va difeso».

    Napolitano denuncia una manovra torbida.
    «Penso la stessa cosa. Anche perché nella trattativa tra lo Stato e la mafia hanno operato ambienti abituati a gestire manovre torbide. E c’ è ancora chi vuole sollevare cortine fumogene per non accertare la verità su quei fatti. Come? Con il solito metodo. Cercando di mettere una contro l’altra istituzioni che invece vogliono la verità. E sicuramente la vogliono la Procura di Palermo e il Quirinale».

    Avete subito pressioni durante l’inchiesta?
    «Non ho sentito alcun condizionamento».

    Nemmeno dal presidente Napolitano?
    «Nessuna pressione e nessuna interferenza da parte del Quirinale».

    E da alcune parti politiche?
    «Ho avvertito nel Paese un clima pesante e la pressione di una certa informazione ostile, quella che cerca di allontanare l’accertamento della verità sulla stagione delle stragi mafiose. Loro sì provano ad interferire nelle indagini».

    Dove sono finite le intercettazioni tra Napolitano e Mancino?
    «Abbiamo aperto un’inchiesta stralcio. Nel procedimento principale, quello che per cui ci sono gli atti depositati, abbiamo lasciato le conversazioni rilevanti ai fini dell’indagine. In un altro filone sono finiti i colloqui non rilevanti».

    Compresi quelli tra il presidente della Repubblica e l’ex ministro dell’ Interno?
    «Compresi quelli».

    Lo avete fatto per un riguardo particolare verso il Colle?
    «Lo abbiamo fatto perché i contenuti non avevano rilevanza penale. Ma non solo. Abbiamo ritenuto che quei colloqui meritassero un particolare regime di segretezza. Per il rispetto dovuto alle istituzioni e per un’attenzione alle più alte cariche della Repubblica».

    L’ inchiesta stralcio è destinata all’ archiviazione?
    «Posso rispondere così: nel filone principale abbiamo deciso di mettere quelle posizioni che secondo noi devono andare a dibattimento».

    I giornali di destra stanno lanciando una nuova campagna chiedendo a Napolitano di rendere pubbliche le carte. È possibile?
    «Ma di quali carte stiamo parlando? Il presidente Napolitano ovviamente non ha nessuna carta delle intercettazioni».
    GOFFREDO DE MARCHIS
    Repubblica, 31 agosto 2012, p. 3

  12. georgiamada Says:

    Il caso Millet-Breivik

    Gallimard su Millet, ha diritto di esprimersi
    Anais Ginori

    PARIGI Dopo un silenzio che molti autori ritenevano incomprensibile, Antoine Gallimard ha deciso di prendere posizione nella polemica che coinvolge Richard Millet, editor della prestigiosa maison e autore del controverso pamphlet Elogio letterario di Anders Breivik. Il libello di Millet, secondo Gallimard, appartiene alla sfera della libertà di espressione e non incide sul lungo e proficuo rapporto di lavoro con la casa editrice. «È sempre stato un editor di qualità e attento. Con noi non ha mai avuto cedimenti di alcun tipo», ha ricordato l’editore che è ancora in vacanza e incontrerà Millet lunedì, al suo ritorno a Parigi. Nel ribadire la sua fiducia al proprio collaboratore, Gallimard ha comunque preso le distanze dai contenuti del pamphlet, nel quale si parla tra l’altro di “perfezione formale” dell’attentatore norvegese che ha ucciso 77 persone oltre un anno fa.
    «Non condivido assolutamente la sua analisi – ha spiegato l’editore – una sorta di ciarpame intellettuale finalizzato a lanciare una crociata contro il multiculturalismo». La dichiarazione di Gallimard arriva dopo giorni di accesa polemica intorno al libro, diffuso a metà agosto dall’editore Pierre-Guillaume de Roux. Molti autori della maison, da Tahar Ben Jelloun a Annie Ernaux, avevano chiesto l’estromissione dell’editor. «Sono scioccato dalle sue opinioni ma ha il diritto di esprimersi», ha replicato Gallimard per poi aggiungere: «Il suo statuto di editor diventerebbe incompatibile solo se le sue opinioni interferissero nel suo lavoro con noi».
    Millet fa anche parte del comitato di lettura che svolge la selezione dei manoscritti da pubblicare. «Le sue convinzioni ideologiche non hanno mai pesato sulle segnalazioni letterarie», ha chiosato l’erede della maison fondata un secolo fa e che ha appena avuto il via libera all’acquisto di Flammarion da parte dell’autorità per la concorrenza.
    Nonostante le violente critiche di cui è stato oggetto, Millet non ha mai arretrato. Ha fatto solo autocritica sul titolo: «Sono stato ingenuo, pensavo che se ne cogliesse l’ironia». L’editor, 59 anni, è stato soprannominato “fabbrica dei Goncourt” dopo aver lavorato con alcuni degli autori che hanno vinto il massimo premio letterario francese, Jonathan Littell e Alexis Jenni. Secondo gli Inrockuptibles, l’autore de Le Benevole avrebbe da tempo scelto di non lavorare più con Millet proprio a causa delle sue idee politiche. Jenni, che ha avuto il Goncourt l’anno scorso, è stato invece più conciliante. «Mi fa pensare a Céline», ha osservato l’autore di L’arte francese della guerra ricordando l’incoerenza tra il talento letterario e le opinioni antisemite. Finora le reazioni sono state unanimemente critiche con Millet. Il Nouvel Observateur ha sottolineato la pericolosità ideologica del pamphlet, mentre Le Monde lo ha liquidato come un inaccettabile tentativo di conquistare un po’ di notorietà. «Un testo fascista», secondo gli Inrockuptibles. Nel 2008 Gallimard aveva scelto di non avere più Millet trai suoi autori, dopo aver pubblicato un altro suo discusso pamphlet, L’Opprobre. Ora l’editore spera di chiudere la polemica con una difesa di principio più che nel merito.
    Repubblica, 1 settembre 2012 p. 49

  13. georgiamada Says:

    L’editor pro-Breivik si difende “ero ironico, faccio lo scrittore”
    Anais Ginori

    «Sono stato ingenuo, ho pensato che si sarebbe colta l’ironia del titolo». Parla Richard Millet, editor di Gallimard e autore di un controverso Elogio letterario di Anders Breivik. Il suo pamphlet, che analizza il gesto del killer norvegese (che ha ucciso 77 persone) riconducendolo a una critica della multiculturalità, è da giorni al centro di attacchi di diversi autori della prestigiosa maison. Alcuni scrittori Gallimard, come Tahar Ben Jelloun, hanno chiesto la sua estromissione. «Non vedo perché dovrei andarmene. Ho scritto questo libro in quanto scrittore e non come editor». Millet è apparso ieri sera alla televisione rilassato, pacato, pronto a rispondere al fuoco di fila dei giornalisti che hanno citato diversi passaggi del pamphlet. «Sono stupito – ha esordito – da questo fiume d’odio che mi sommerge». Breivik non è un eroe ma “un mostro”, ha riconosciuto Millet che ha fatto autocritica sul titolo. «Qualcuno può credere che mi senta complice dei massacri di Breivik. Non è così, lo condanno». A proposito di quella che ha definito come una “perfezione formale” nel gesto del killer norvegese, Millet ha precisato: «C’è qualcosa di straordinario nel fatto di poter far esplodere un edificio nel centro di Oslo e poi raggiungere un’isola travestito da poliziotto, portandosi dietro un arsenale gigantesco». Secondo Millet, gli attentati di Breivik sono paragonabili nella “perfezione” agli attacchi alle Torri Gemelle. «Esiste un fascino del Male» ha spiegato lo scrittore, citando la curiosità morbosa che si prova leggendo le trame di romanzi polizieschi. Millet ha ricordato i Demoni di Dostoevskij e la capacità di descrivere la psicologia di mostri criminali. La polemica non è dunque chiusa. Millet lavora da oltre trent’anni nel mondo editoriale, fa parte del comitato di lettura di Gallimard, ha collaborato ad alcuni dei romanzi più famosi delle ultime stagioni.
    Dalle sue vacanze, Antoine Gallimard ha scelto per ora di non intervenire. «Non l’ho sentito» ha detto Millet.
    Alexi Jenni, premio Goncourt 2011 che ha lavorato con il controverso editor, ha fatto un paragone con Céline. «Anche con lui ci siamo di fronte a un’incoerenza tra l’ opera letteraria e gli articoli antisemiti». Nell’intervista televisiva, Millet ha comunque difeso la sua professionalità, ricordando che nella casa editrice francese hanno convissuto in passato personaggi come Malraux, Drieu La Rochelle, Aragon e Gide. Agli autori che lo hanno attaccato, da lui definiti “cani da guardia”, ha risposto piccato: «Non sono sicuro che quelli che mi criticano abbiano letto il libro». Qualcuno sospetta che Millet, pubblicato come autore da una piccola casa editrice dopo una polemica su un suo altro libro Gallimard nel 2007, fosse solo in cerca di un po’ di notorietà. «Detesto gli scandali» ha risposto, rivendicando di essere un “uomo dell’ombra”, che non ama neanche i dibattiti. Lo scopo di Elogio letterario di Anders Breivik, ha continuato, era quello di provocare, una “riflessione” su quel che è accaduto oltre un anno fa sull’isola di Utoya. «Non ho mai votato, sono solo uno scrittore» ha ripetuto prima di concludere: «La verità è che ho toccato un tasto sensibile presente nella società francese e di cui nessuno vuole parlare».
    30 agosto 2012 p. 42-43

  14. georgiamada Says:

    Se l’ editor pro-Breivik imbarazza gli scrittori
    Tahar Ben Jelloun

    RICHARD Millet è un bravo redattore editoriale, che lavora per Gallimard. Sa leggere e sa far lavorare gli scrittori. Si deve a lui la pubblicazione del romanzo di Jonathan Littell Le benevole, vincitore del premio Goncourt,e del romanzo di Alexis Jenni L’art français de la guerre, anch’esso vincitore del Goncourt, nel 2011. Fa parte del Comitato di lettura della prestigiosa casa editrice.
    Oltre a questo è uno scrittore capace, che maneggia con grande abilità ed eleganza la lingua francese. I suoi romanzi e scritti di altro genere non hanno incontrato un grande successo. Diciamo che non ha il riconoscimento che pensa di meritarsi. Probabilmente ne soffre. È un uomo affascinante, colto, educato, che parla a voce bassa. Ogni volta che ci siamo incontrati mi ha parlato in arabo, lingua che conosce grazie all’ infanzia trascorsa in Libano. Un giorno, alla radio, lo sento dire questo: «Quando salgo in metro, mi sento in apartheid; non mi sento a casa mia»; aggiunge qualche parola insultante per gli arabi e i musulmani dicendo: «Gli arabi li conosco bene: li ho combattuti a fianco dei falangisti in Libano».
    Rimango sbalordito. E scopro che ha scritto cose molte peggiori, cose che scavalcano a destra perfino il Fronte nazionale. Ecco che ora pubblica un testo con un titolo allucinante: Elogio letterario di Anders Breivik. L’ ho letto. Non condanna i crimini di quest’uomo, ma prudentemente scrive: «Non approvo i crimini commessi da Breivik il 22 luglio 2011». Non approva, però trova in quella tragedia «una perfezione formale».
    Poi passa a spiegare. Cito le sue parole: «Le nazioni europee si sfaldano, la loro essenza cristiana si perde a vantaggio del relativismo generale e del multiculturalismo […] Breivik è figlio della frattura ideologicorazziale che l’immigrazione extraeuropea ha introdotto in Europa […] Queste azioni sono, nella migliore delle ipotesi, una manifestazione ridicola dell’istinto di sopravvivenza di una civiltà».
    Per Millet, la civiltà “bianca”, cristiana, sta perdendo la sua identità a causa dell’immigrazione. Parte in guerra contro l’antirazzismo e sostiene che le vittime del razzismo oggi in Europa sono i bianchi europei. Parla «di una guerra civile in corso in Europa», perché «l’Europa ha rinunciato ad affermare le sue radici cristiane». Millet cita, in epigrafe al suo libro, Drieu La Rochelle, scrittore francese che collaborò con i tedeschi durante l’occupazione e fu giustiziato alla fine della guerra. La parentela è chiara: Millet è alla ricerca della purezza della lingua e della civiltà occidentale. La mescolanza delle culture e dei colori lo spaventa, sente che il suo Paese, la Francia, sta cambiando per effetto dell’apporto di tante culture e della loro ibridazione. Ritiene che la letteratura francese «parla spesso un francese approssimativo, da negro ignorante, perché si terzomondizza»; in altre parole, il fatto che tanti scrittori vengano dall’Africa, dal Maghreb e dal mondo arabo e scrivano in francese contribuisce di per sé alla “decadenza” di questa letteratura. Millet evidentemente soffre di narcisismo patologico. Vive una sorta di depressione perché i valori della “purezza cristiana” vengono contaminati da altre cose, altri immaginari, altri popoli. Conclude il suo saggio dicendo: «Breivik è quello che si merita la Norvegia e quello che attende le nostre società». Fa venire i brividi. E Richard Millet non è un caso isolato. Questi discorsi sono comuni in certi ambienti dove è forte l’ odio verso l’ islam e il mondo arabo. Altri intellettuali condividono le sue idee, ma le formulano con più prudenza e in modo meno crudo. Esiste una corrente islamofobica, antipalestinese, antiaraba, anti-immigrati. Richard Millet oggi è al centro di una polemica. La domanda è: si può essere un bravo redattore editorialee fare l’ elogio “letterario” di Anders Breivik? Che cosa farà il proprietario di Gallimard? Per il momento è in vacanza, ma appena rientrerà dovrà prendere una decisione: continuare ad avvalersi dei servizi di questo individuo o licenziarlo. La grande scrittrice Annie Ernaux è categorica: una reazione collettiva di tutti gli scrittori di Gallimard è necessaria.
    (Traduzione di Fabio Galimberti)
    29 agosto 2012 , pp. 1, 8

  15. Nat Says:

    Georgia,
    Sì sapevo di questa polemica volevo segnalartela, ma poi mi è sembrato veramente ridicolo discutere di un libro che non ho letto e non leggerò. Beh io non saprei dirti se Millet rispetto all’aggetivo neoreazionario è ancora peggio. Quello che so è che questa mania degli scrittori e dei giornalisti di chiedere censure e estromissioni di case editoriali di altri scrittori mi ha veramente stufato, Tahar Ben Jelloun poi che racconta petegolezzi sui suoi incontri con Millet e nient’altro perché basa la sua analisti su informazioni personali. Alla fine questo è il miglior modo per far apparire come vittima una persona di cui non si è nenanche letto il libro perché quando Ben Jelloun ha scritto l’articolo non era ancora uscito! In Francia sono stati fatti già libri che fanno l’apologia del terrorismo. Tutti i giornali che l’hanno condannato sono quelli che si sentono autorizzati a dire cosa buono e cosa è giusto cosa è bello o cosa non lo è. Cosa legittima ma quando si chiede la censura o il boicottaggio economico a una casa perché ha pubblicato tale libro è piuttosto questo che a me fa venire i brividi. Comunque ci sono delle leggi in Francia che sporgono denuncia lo portino davanti a un tribunale per incitamento all’odio razziale e che non se ne parli più. Sono anni che la Francia funziona in questo modo non mi sembra che il risultato sia molto valido finora.

  16. Nat Says:

    Oltrettutto sarebbe veramente grave che oggi i rapper che invitano a uccidere i gay e farli rotorale già dalla tangenziale o quelli che invitano a stuprare le infedeli, vengano scusati perché “esprimono il malessere della gioventù” dagli stessi che oggi accusano Millet, mentre uno scrittore che fa almeno lo sforzo di scrivere e argomentare venga censurato. Per quello poi che tra Millet e questa gente, nessuna delle due fazioni difende veramente la tolleranza, il dialogo e certi valori.

  17. Nat Says:

    Tanto per farti un esempio la canzone “sporca troia” del rapper orelsan è stata difesa da tutta l’intelligentsia che accusa oggi millet. Bella come canzone, (“sporca troia vediamo se quando ti spacco la mascella riuscirai ancora a fargli le pompe” sporca troia, sporca troia….) né che capolavoro artistico? magari io sbaglio bisogna censurare e mettere all’indice millet, ma questi? Hanno cento volte più influenza sui giovani che millet

  18. georgiamada Says:

    sinceramente io la penso come gallimard “una sorta di ciarpame intellettuale finalizzato a lanciare una crociata contro il multiculturalismo” e soprattutto a sponsorizzare un proprio prodotto da vendere, e il razzismo e le offese alla religione ormai fanno vendere più del vecchio sesso ed è per questo che c’è una produzione inflazionata.
    Ad ogni modo il più grullo mi sembra Jenni che lo ha paragonato a celine.
    Che c’entra celine? ma forse jenni manco l’ha letto celine.

  19. Nat Says:

    Ecco georgia, ma hai letto il libro? Io no, e credo che a far vendere siano le polemiche lanciate da altri scrittori come Benjelloun sponsor di hassan ii il torturatore e ora del re del marocco (tanto per parlare di persone opportuniste). Sono semplicemente stupito dalla maniera in cui oggi scrittori chiedono la testa di altri scrittori, cantanti invitano al boicottaggio di altri cantanti e giornalisti chiedono sanzioni per altri giornalisti.

    “Che c’entra celine? ma forse jenni manco l’ha letto celine.”

    Beh d’altra parte tu non hai mai letto Millet :)))
    Céline c’entra perché è sistematicamente al centro delle stesse polemiche, magari c’è persino chi chiede di escluderlo dai libri di letteratura. Insomma oggi in nome della tolleranza di censura si esclude, qui c’è qualcosa che non va…

  20. georgiamada Says:

    certo che non ho letto millet, ci mancherebbe che mi mettessi a leggere tutto quello che viene coinvolto in una polemicuzza mercantile condita con razzismo e con un ritocchino di blasfemia nei confronti della religione dell’altro:-)
    dunque celine c’entrerebbe NON come celine scrittore e neppure come celine uomo, ma solo per antonomasia ;-). Quindi anche l’ultimo degli imbecilli può essere paragonato a celine, e pure senza aver mai letto celine, ormai celine viene ricordato solo a mo’ di un procuste per il letto o di un tommaso per la diffidenza :-).
    Gallimard dice che millet ha diritto ad esprimersi, però giustamente lui non ha pubblicato il libro (anzi dal 2008 non lo vuole più fra i suoi autori) malgrado questo è interessante che gallimard continui a riconoscergli intelligentemente un raro talento di lettura e di scelta di altri autori della sua casa editrice, perchè sembra che, caso raro, millet sia in grado di separare le proprie idee personali (per orride che siano) dal proprio ruolo di intellettuale …. questo mi sembra molto interessante.
    Ha diritto di esprimersi? tutto sommato direi di sì, ma solo a patto che tutta la societa intellettuale sappia reagire con intelligenza cosa che però non mi sembra accada più, da nessuna parte, soprattutto di fronte ad un prodotto che può far guadagnare molti soldi e dare visibilità.
    Tu stesso ti inalberi per gli interventi di accusa di alcuni intellettuali. La reazione degli intellettuali non vuol dire solo sanzioni esclusioni e censura (visto poi che non hanno potere diretto) ma solo sana reazione di critica che la società DEVE avere soprattutto se è disposta a difendere e sostenere la totale libertà di espressione che, obbiettivamente, non è cosa facile. O meglio è cosa facilissima quando si difende la propria parte ideologica (culturale religiosa ecc.) ma NON lo è mai quando si difende quella degli altri.
    La rete è una formidabile area di sviluppo e una utile palestra per questo problema anche se esistono (e sono in aumento) sempre i meschini dell’ultimo’ora che vorrebbero levare la parola agli altri solo perchè non coincide con la propria e quindi fa loro ombra.
    Del resto in situazioni particolari, come quando si esce da una feroce dittatura, vale il motto Libertà per tutti meno che per i nemici della libertà che è un ottimo sistema di cernita. Ma la francia e l’europa in generale dovrebbe aver generato anticorpi a sufficenza per poter tollerare ogni pensiero intellettuale, anche il più repellente, o no? … io lo sostengo, ma sinceramente non ne sono del tutto convinta perché temo sia in atto una involuzione molto pericolosa.

  21. Nat Says:

    @ georgia
    Ma che gli anticorpi ci siano mi sembra evidente, anche sui siti letterari conservatori che generalmente vanno a nozze con queste polemiche Millet è stato criticato di brutto, mi sembra chiaro che io non ce l’avevo con criticava Millet (del resto io che lo conosco unicamente per le sue apparizioni televisive, non lo sopporto e lo trovo anche privo di humor che per me è cosa fondamentale per sopportare certi discorsi). Io sto parlando proprio di chi chiede sanzioni, esclusioni come Benjelloun (il cui comportamento di leccaggio dei potenti e dei dittatori che in patria censuravano tutti tranne lui è altrettanto orrido). Come ti ho spiegato già più volte in Francia il concetto di religione dell’altro non ha più senso, ormai l’islam è una religione che fa parte del patrimonio francese, se ti dicessi che nel mio pianerottolo gli unici a non fare il ramadan siamo solo noi e che io non abito in un quartiere specificamente islamico semplicemente multiculturale? Nei fatti sono io “l’altro”. Come in un certo senso persone come Millet sono diventati gli altri in una società così secolarizzata. In ogni caso prendersela con la religione non porta necessariamente fama, ma anche la prigione come per le pussy riot che sono allegramente insultate in rete dai fanatici pro-putin (di destra e di sinistra). A me sinceramente fanno venire i brividi nella schiena più certi commenti volgari sulle pussy riot che millet che tanto so che la reazione c’è già prima ancora che esca il libro quasi la gente non aspettasse altro per potersi un po’ indignare senza correre rischi. Su céline evidentemente non hai seguito le ultime polemiche troppo lungo spiegarti, in caso contrario capiresti perché quel paragone.

  22. georgiamada Says:

    ok prendo atto che il paragone non è con celine, ma con le ultime polemiche su celine ;-), tutto sommato era questo che volevo sottolineare … che lo scrittore c’entrava ormai come il cavolo a merenda,

  23. Nat Says:

    Sì certo è vero avrebbe dovuto non paragonarlo a Céline ma alle polemiche su Céline. Anche se il paragone con i testi antisemiti di Céline che parlano anche della decadenza della società francese non mi sembra poi così fuori luogo… no? Lo so che ti piace Céline e non è un delitto…

  24. georgiamada Says:

    non è che mi piaccia celine (per la verità non è tra gli scrittori che amo) è che lo considero un grandissimo scrittore (i grandi scrittori sono pochi) e come tale in grado di aver filtrato genialmente il suo tempo, che per la verità non era certo un tempo piacevole (ergo anche lui è spiacevole), detto questo è ridicolo usare il suo nome come antnomasia valida per ogni razzistello post-moderno in fregola di fama e di vendite

  25. Nat Says:

    Sì certo anche se Millet il lavoro che fa per Gallimard lo fa bene, mi fa pensare al caso John Galliano (i cui problemi di alcolismo mi sembrano all’origine delle sue uscite antisemite) perché chi lo conosce non lo considera antisemita. Ma non è che domani fanno pure lincenziare un ottimo medico perché salva vite in nome della tolleranza e dell’antirazzismo? A meno che non discrimini sul lavoro ciò mi sembrerebbe parecchio inquietante.

  26. Nat Says:

    Ti dico questo perché una volta il mio medico di base mi ha proposto una scelta tra due specialisti in urologia. Mi ha detto: questo è molto bravo ma l’altro è giovane e si trova bene con i gay…
    Eh???? Sono rimasto stupito, ovviamente ho scelto quello “più bravo” (che tra l’altro non era assolutamente omofobo) anche perché cosa vuol dire “si trova bene con i gay” che gli piace morobosamente ascoltare la vita sessuale dei gay? E comunque io non sono sempre coraggioso, ma se un medico un giorno prova solo a discriminarmi per quello gli inverso la cattedra e il lettino, quindi vado anche dal più omofobo degli omofobi se è bravo nella sua specialità.

  27. georgiamada Says:

    beh spero di no, visto che i buoni medici sono diventati ancora più rari dei buoni scrittori :-), però magari una bella multa salata in soldoni possiamo anche dargliela, fare discorsi razzisti in pubblico non è una cosa civile, ergo come nei bar è vietato fumare direi che possiamo vietare anche discorsi di tale livello infimo.

    • Nat Says:

      Ma la multa Galliano l’ha presa e fin lì nulla da dire, il fatto è che è stato espulso da Dior (che aveva rimesso in sesto). Secondo me no n sarebbe successa la stessa cosa se fosse stato sopreso posteggiare sui posti riservati ai portatori di handicap. Tenendo conto che molti politici sono già stati presi in fallo, in moto senza casco…senza conseguenza alcuna.

  28. georgiamada Says:

    in moto senza casco … paragonato ai vomiti razzisti? ok il senso dell’umorismo è la cosa principale ;-)
    la multa per razzismo dovrebbe essere da capogiro a differenza di quella per assenza di casco che danneggia quasi solo se stesso

    • Nat Says:

      I vomiti razzisti non danneggiano nessuno in fondo, io non mi sento danneggiato se una persona fa vomiti omofobi al ristorante, sicuramente non andrei a sporgere denuncia al di là del fatto che c’è da chiedersi se questa persona che a sporto denuncia lo abbia fatto anche perché era Galliano tanto per avere notorietà, intanto io ho parlato anche di posteggi nei posti degli handicappati che tu hai sorvolato, non sono per nulla d’accordo che andare in moto senza casco danneggi solo se stessi, i soccorsi innazitutto costano e sono costi per la società. Oltettutto non son nemmeno io a paragonarle, ma la legge visto che la multa esiste per tutte due le cose, anzi per gli insulti razzisti, un poliziotto non ti può dare la multa direttamente, ci vuole un processo, e ci mancherebbe ancora che si dessero in giro multe alla gente perché fa discorsi razzisti o omofobi. Nel caso dei discorsi omofobi e poi cosa si tolgono i punti alla carta d’identità, al diritto a esistere? Io non so georgia secondo me tu diventi integralista su certe cose…

  29. Nat Says:

    Oltrettutto Galliano era pure ubriaco, e comunque lì era antisemitismo anzi nel suo caso è a favore del multiculturalismo che considera parecchio stimolante….

  30. georgiamada Says:

    I vomiti razzisti non danneggiano nessuno in fondo
    dipende dal periodo e dalla fragilità di una nazione e soprattutto del gruppo verso cui viene indirizzato il razzismo, in italia danneggiano eccome e spesso dopo i vomiti passano anche vie di fatto con conseguenti speculazioni politiche e soprattutto conseguenti leggi razziste o para-razziste. Danneggiano eccome.

    poi cosa si tolgono i punti alla carta d’identità, al diritto a esistere?
    semmai si tolgono punti al conto in banca, lo so che tu difendi il diritto ad essere razzista, ad ogni modo occupare un posto per invalidi è una forma di inciviltà e ignoranza come posteggiare di fronte a un passo carrabile o sul marcciapiede, non certo di razzismo (mi sembrava così scontato che ho sorvolato), del resto è una infrazione già ampiamente multata, il razzismo semmai è nell’esistenza ovunque di barriere architettoniche o di mancanza di apposite segnalazioni, come quelle acustiche, ai semafori per i non vedenti (ma l’italia in queste cose, ma non solo, è un paese del terzo mondo).
    Però in tutto questo millet non c’entra nulla :-))))

    • Nat Says:

      Ma io non difendo il diritto ad essere razzisti, dico semplicemente che ai deliri dell’argiolas che considero perfidamente omofobi non reagisco e non ho reagito chiedendo censure o multe, sul fatto che ci sia un legame di causa ed effetto tra quello che può dire un razzista in un bar e eventuali azioni razziste, e ancora che una multa possa risolvere e prevenire un problema è tutto da dimostrare. La Francia si è lanciata negli anni ’80 a fondo in questo tipo di leggi, come vedi i risultati sono decisamente deludenti anzi il solo fatto che millet possa porsi come vittima è un po’ il risultato di tutto ciò. Vabbé ma alla fine chissenefrega, basta appunto che non si arrivi veramente a licenziare professionisti come medici perché a quel punto magari avremmo tutti antirazzisti in ospedale ma moriremo tutti di infezione dovute a disattenzioni.

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