Archive for the ‘morte’ Category

A 320, si può morire anche per troppa sicurezza?

26 marzo 2015

involucro della scatola nera

Secondo il New York Times uno dei piloti, uscito dalla cabina di guida, non sarebbe poi riuscito a rientrare, si sente che prima bussa alla porta senza però ottenere alcuna risposta (malore del pilota alla guida?) e poi che tenta di forzarla, cosa impossibile dall’11 settembre visto che le porte delle cabine di pilotaggio sono da allora blindate a prova di terrorismo.
Si può morire anche per troppa sicurezza?

Aggiornamento ore 09,36
Ora ne parla anche la Repubblica e posta anche un video sul funzionamento della porta della cabina di pilotaggio.

le migliori prime pagine

9 gennaio 2015

Prime pagine di oggi

Attentato a Charlie Hebdo: nomi delle vittime

8 gennaio 2015

Ahmed Merabet

Bernard Maris

Philippe Honoré

Mustapha Ourrad

Frédéric Boisseau

Elsa Cayat

Michel Renaud

Franck Brinsolaro

Le altre 4 foto nel post precedente

I nomi dei 12 morti nell’attentato a Charlie Hebdo a Parigi:

Georges Wolinski, disegnatore, 80 anni,
Stéphane Charbonnier (Charb), vignettista e direttore edi Charlie Hebdo, 47 anni
Jean Cabut (Cabu), vignettista, 76 anni
Bernard Verlhac (Tignous) vignettista 57 anni
Philippe Honoré, vignettista, 73 anni,
Bernard Maris, economista collaboratore di Charlie Hebdo, 68 anni
Mustapha Ourrad, editor
Frederic Boisseau, addetto alla manutenzione, 42 anni
Michel Renaud, fondatore del Rendez-vous du carnet de voyage, 69 anni
Ahmed Merabet, agente di polizia, 42 anni,
Franck Brinsolaro, ufficiale del servizio di protezione, guardia del corpo di Charb, 49 anni,
Elsa Cayat, psichiatra e giornalista, 54 anni
Da QUI e QUI

Uccisi Charb, Cabu, Wolinski e Tignous

7 gennaio 2015

Uccisi i disegnatori Charb, Cabu, Wolinski e Tignous nell’attentato contro Charlie Hebdo.

da Internazionale.

Stéphane Charbonnier (Charb)

Bernard Verlhac (Tignous)

Jean Cabut (Cabu)

Georges Wolinski

Pino Daniele 1955 – 2015

5 gennaio 2015

Pino Daniele
Napoli, 19 marzo 1955 – Magliano in Toscana, 5 gennaio 2015

E’ morto Pino Daniele

Giovani, vecchi e l’eterna Malattia generazionale

2 gennaio 2015

Il mondo che abbiamo davanti e che ci appare inabitabile, sarà tuttavia abitato e forse amato da alcune delle creature che amiamo. Il fatto che questo mondo sia destinato ai nostri figli, e ai figli dei nostri figli, non ci aiuta a capirlo di più, ma anzi aumenta la nostra confusione. Perché il modo come i nostri figli riescono ad abitarlo e a decifrarlo ci è oscuro […]. Noi dal canto nostro non riusciamo a compiere un solo gesto nei confronti del presente, perché ogni nostro gesto meccanicamente precipita nel passato. […] E un cosa ancora ci stupisce, noi che siamo ormai sempre più raramente colpiti da meraviglia: guardare come i nostri figli riescano ad abitare e a decifrare il presente, e noi eccoci qua sempre assorti a sillabare ancora le parole limpide e chiare che incantavano la nostra giovinezza“.
(Natalia Ginzburg, Noi e i nostri figli, La Stampa, 10 dicembre 1968. La vecchiaia in Mai devi domandarmi, Garzanti 1970)

Un certo Gary Pikovsky @DesignTimes posta polemicamente su twitter la foto di una scolaresca nella stanza del Rijksmuseum ad Amsterdam di fronte a “La ronda di notte” di Rembrandt. I ragazzi voltano le spalle al quadro e sono tutti intenti a guardare i loro telefonini. Titolo del tweet: No comment necessary. Tutti si scatenano contro ‘sti poveri ragazzini, meno Massimo Mantellini che scrive un gustoso pezzo in loro difesa dicendo che forse i ragazzi stanno cercando in rete notizie sul quadro (dietro indicazione dell’insegnante ecco perché tutti, ma proprio tutti, hanno, contemporaneamente, la testa china sull’iphone).
Del resto gia nei commenti alla foto un certo Khalid aveva fatto notare l’esistenza di un’altra foto, dove la scolaresca è invece tutta intenta ad osservare un quadro e ad ascoltare la lezione della professoressa.

Ma si sa, ai media piace dire che la malattia generazionale riguardi solo i giovanissimi e non invece i loro genitori, la generazione degli inossidabili babyboomer che ogni volta che si dice “i giovani” ancora si voltano istintivamente come se si stesse parlando di loro, di loro che non si arrendono, che vogliono continuare ancora a decidere SOLO LORO quale sia la cultura che debba essere egemone, perché decisa giusta una volta per sempre, e quale quella che debba invece essere silenziata, perché sbagliata una volta per sempre.
E’ stato Umberto Eco nell’anno che è passato, a parlare, per l’ennesima volta, di malattia generazionale in un articolo su l’Espresso (3 gennaio 2014). Ne riparla poi in una bustina di Minerva del 8 gennaio 2014 prendendo come spunto una serie di strafalcioni detti da alcuni “giovani” durante una trasmissione QUIZ (QUI il video):

Possibile che i nostri quattro soggetti non avessero idea delle differenze tra il periodo in cui entrava in scena Hitler e quello in cui l’uomo era andato sulla Luna? Per Aristotele è possibile tutto quello che si è verificato almeno una volta, e dunque è possibile che in alcuni (molti?) la memoria si sia contratta in un eterno presente dove tutte le vacche sono nere. Si tratta dunque di una malattia generazionale” (umberto eco)

La malattia della nuova generazione sarebbe La perdita della memoria.
Ma la memoria l’abbiamo persa tutti, nonni, genitori, figli, nipoti e nipotini e la colpa è della macchina certo. Più deleghi alla macchina la tua memoria e più la perde il tuo organismo è una cosa fisiologica che ognuno di noi (che gira in rete) ha già sperimentato sulla propria pelle ed è addirittura un fenomeno già denunciato dall’allarme lanciato da Marshall McLuhan addirittura prima ancora che nascesse la gigantesca, idiota, protesi di massa della e-memoria.
Se il cervello non produce più memoria attiva con le sue continue e soprattutto imprevedibili e originali connessioni interne, l’uomo (e di conseguenza il mondo) diventa meno intelligente e intelligibile, più banale, forse più inutile, oltre che più noioso. Forse non riesce più ad innovare culturalmente, forse resta abbarbicato al proprio passato più ancora di quanto succedesse in passato. Resta così abbarbicato da scambiare il proprio passato per l’unico possibile presente valido per tutti, l’unico presente possibile e, soprattutto, ammesso collettivamente. Il migliore dei presenti possibili. Più che alla perdita siamo al totalitarismo della memoria :-).
Massimo Mantellini cita spesso, come fosse il vangelo (dice lui) un racconto di Natalia Ginzburg, La vecchiaia. E’ un racconto della raccolta Mai devi domandarmi. Non ricordo più se lo avessi o meno già letto, e l’effetto che mi aveva fatto. Ma anche se lo avevo letto certo non lo avevo capito e quindi non l’avevo memorizzato. Quello che non si capisce e non si elabora, non si ricorda.
Letto oggi è davvero molto interessante perché l’intelligenza della scrittrice è ancora una intelligenza critica e non solo assertiva come invece oggi dilaga.
Il racconto si trova in una raccolta del 1970. In realtà non si tratta di un racconto, ma bensì di un articolo per La stampa e il libro infatti è principalmente la raccolta di quella collaborazione al giornale torinese (1968-1970).
Ad essere precisi non è neppure un articolo, ma semmai una pagina di diario come scrive la stessa Ginzburg: “Non mi è mai riuscito di tenere un diario: questi scritti sono forse qualcosa come un diario, nel senso che vi ho annotato via via quello che mi capitava di ricordare o pensare”.
Usci sulla Stampa il 10 dicembre del 1968 con il titolo Noi e i nostri figli e un ancor più signficativo occhiello: Quando ci si distacca dal presente.
1968 una data fondamentale. Il mondo, tutto, da un po’ di tempo aveva improvvisamente accelerato e stava cambiando radicalmente. Natalia Ginzburg aveva 52 anni, non proprio vecchia, ma si sentiva molto vecchia perché il mondo le stava vorticando  intorno ad una velocità eccessiva.
Sono andata a cercare il vecchio articolo. Lo potete leggere nell’archivio della Stampa. Andate QUI (se volete potete poi scaricarlo in pdf cliccando sulla destra sull’icona PDF). (georgia)

[…] L’incapacità di stupirsi e la consapevolezza di non destare stupore, farà sì che noi penetreremo a poco a poco nel regno della noia. La vecchiaia si annoia ed è noiosa: la noia genera noia, propaga noia attorno come la seppia propaga l’inchiostro. Noi così ci prepariamo ad essere insieme e la seppia, e l’inchiostro: il mare intorno a noi si tingerà di nero e quel nero saremo noi: proprio noi che il colore nero della noia l’abbiamo odiato e rifuggito tutta la vita. Fra le cose che ancora ci stupiscono c’è questo: la nostra sostanziale indifferenza nel sottostare a un simile nuovo stato. Tale indiffierenza è provocata dal fatto che a poco a poco veniamo cadendo nell’immobilità della pietra.
Tuttavia ci rendiamo conto che prima di diventare pietre diventeremo ancora altro: perché anche questo è ancora per noi un motivo di meraviglia: l’estrema lentezza con la quale invecchiamo. Conserviamo a lungo ancora l’abitudine a crederci «i giovani» del nostro tempo: così che quando sentiamo parlare di «giovani» voltiamo la testa come se si parlasse di noi: abitudine che ha radici così profonde, che forse non la perderemo se non quando saremo del tutto diventati pietre, cioè alla vigilia della morte.
A questa nostra lentezza nell’invecchiare contrasta la rapidità vorticosa del mondo che ruota intorno a noi: la rapidità con cui si trasformano luoghi e crescono giovani e bambini […].
(Natalia Ginzburg, Noi e i nostri figli, La Stampa, 10 dicembre 1968. La vecchiaia in Mai devi domandarmi, Garzanti 1970)

Sofri, La Chinatown toscana senza diritti né umanità

2 dicembre 2013

Repubblica 2 dicembre 2013, p. 1

Tirreno, Repubblica-Firenze, Corriere, Unità, Jolanda Bufalini Quelle imprese invisibili.
Foto,
Video: Repubblica, Intervista a Marco Wong, presidente di Associna.



Quel tappeto di bottoni nella Chinatown toscana senza legge né umanità

Adriano Sofri

PRATO –La commozione è arbitraria, anche in mezzo a una tragedia vi sopraffà con un dettaglio. Sul pavimento nero di acqua e cenere erano i bottoni: centinaia, migliaia di bottoni disseminati di ogni misura e colore.

bottoni sul piazzale della fabbrica

Archeologia contemporanea, un tappeto di bottoni alla deriva per una Pompei di cinesi a Prato. Un’altra cosa colpiva e quasi esasperava: che, di qua dai cordoni tesi per proteggere la fatica dei soccorritori, gli italiani — e telecamere fotografi e cronisti — stessero nei propri capannelli, e i cinesi, giovani quasi tutti, donne e uomini, e qualche bambino, nei loro. Eppure faceva molto freddo e tirava un gran vento, lo stesso freddo e lo stesso vento per cinesi e italiani. Non credo né al cinismo né all’ottusità, piuttosto a un’abitudine a pensare che gli altri non vogliano avere a che fare con noi, che se ne stiano fra loro. Lo pensiamo senz’altro dei cinesi — non senza buone ragioni — e probabilmente lo pensano i cinesi di noi, e anche loro hanno qualche ragione… Però ieri erano lì per i loro morti, e bisognava andargli in mezzo, dar loro la mano, abbracciarli, con rispetto, ma senza esitazione. Si sarebbe scoperto che erano pronti a fare altrettanto. Che avrebbero usato il loro italiano, quelli che ce l’hanno, per dirvi che là c’era un fratello, uno zio, una cugina, e se sapeste niente dei morti, quanti, e come si chiamassero. Sarebbe stato il giorno di una tragedia terribile, ma anche il giorno in cui gli italiani e i cinesi si abbracciarono. Forse però lo si è fatto, e comunque oggi si è ancora in tempo.
Un po’ dopo le quattro di pomeriggio viene fuori da quell’antro fumigante il medico legale, ha visto tre cadaveri, o piuttosto quel che resta di tre cadaveri. «Una è una donna, gli altri sono monconi che impediscono di riconoscerne il sesso, per ora». Il medico si chiama Alberto Albertacci, ha baffi e fisico del ruolo, ne ha viste tante. Tre giorni fa era stata la volta di una donna seppellita alla meglio, dentro un sacco di plastica, in un campo di periferia: probabilmente una cinese. Ma qui è un’altra cosa, dice. All’obitorio ci sono quattro cadaveri, e il conto per ora sale a sette. Dei quattro ricoverati, due sono stati dimessi e due sono in condizioni gravi: «Ma non disperate », dice il prefetto di Prato, Maria Laura Simonetti, qui da tre mesi. Vorrei chiederle, appena ci sarà tempo, quanti sono in prefettura i funzionari e gli impiegati che parlano, cioè ascoltano, cinese, e quanti in questura. Questa è, dopo Londra e Parigi, la terza città cinese d’Europa.

I vigili del fuoco sono venuti da tutte le province — Prato è a un crocevia, Firenze, Lucca, Pistoia, Pisa — lavorano da stamattina e non ne sono ancora venuti a capo. Temono che in quell’ammasso ci siano altri esseri umani. Notizie sicure su quanti fossero dentro quando è scoppiato l’incendio non ce ne sono: si spera che siano scappati in tempo. Stamattina era venuto fuori, per fortuna incolume, anche un bambino. I loculi: li chiamano tutti così, con naturalezza, come se l’abitudine avesse fatto dimenticare che cosa significasse all’origine quel nome, che oggi è tornato a significarlo. Le vittime, probabilmente, non stavano lavorando. Si lavora pressoché sempre, ma soprattutto di notte, e magari si erano messi a dormire, e avevano cercato un modo di riscaldarsi, perché con la prima mattina di dicembre era arrivato anche il freddo e il vento peggiore. «Lavorano e caricano i camion di notte, per evitare i controlli»: non ho il tempo, ora, per chiedere come mai, dopo l’invenzione dell’elettricità, i tir caricati di notte passino più inosservati. Del resto, quanto ai controlli, sindaco, dirigenti dell’Usl, polizie, spiegano che pressoché ogni ispezione si conclude col sequestro, e però tu fai 300 ispezioni e le fabbriche sono migliaia, rispuntano come funghi, spesso senza nemmeno curarsi di sembrare fabbriche.
Questa volta la tragedia è successa nella zona sviluppata, “commerciale”, e non nei vecchi capannoni attaccati ai formicai umani: a mostrare che loculi di dormitorio e show-room si adattano gli uni alle altre. Sono arrivato fin là dentro col presidente della Toscana, Enrico Rossi, che dice che di questa tragedia, e della quotidiana umiliazione dell’umanità che si compie dentro questo famoso Distretto delle Confezioni «siamo tutti responsabili »: e intende gli amministratori e lo stato. La sinistra ha guidato Prato negli anni in cui sul successo rigoglioso dei cenci cominciava a innestarsi la colonia cinese, e ambedue le comunità, o una loro buona parte, ci guadagnavano, sicché si preferiva ignorare o rinviare i problemi che quello sviluppo tumultuoso avrebbe posto. La sinistra finì col perdere Prato, grazie alle proprie divisioni infantili e senili, e fu una sconfitta forse provvisoria ma simbolica, per il luogo in cui avveniva e per lo spazio che lasciava a una campagna d’ordine xenofoba tanto chiassosa quanto velleitaria. La comunità cinese era stata trattata come se fosse invisibile: ma perché le cose siano invisibili bisogna che, almeno per una metà, ci sia chi preferisce non vederle. Lì davanti, ieri, alla domanda su quanti siano i cinesi che lavorano (e vivono, ammesso che gliene resti il tempo) a Prato, il sindaco Cenni rispondeva paradossalmente: «Ufficialmente 16 mila, in realtà fra i 20 mila e i 40 mila — ma il console una volta si è lasciato sfuggire che secondo loro sono 50 mila…». Questa iperbolica incertezza coincide con una extraterritorialità crescente: è come, dice Enrico Rossi, se il tessile di Prato, e tutta la città, capannoni negozi e appartamenti, si fossero delocalizzati segnando il passo, restando dov’erano, in una Cina domestica. Che lavora 15 o 16 ore al giorno se va bene, che viene pagata abbastanza da produrre un cappotto di marca a 19 euro, così che i clienti europei del prêt-à-porter possano comprarselo a 100 o 200. Questa rete di produzione e smercio, una gran Rosarno dell’abbigliamento piuttosto che dei pomodori o delle arance, ha poco a che fare con leggi e diritti italiani, ed è piuttosto governata da un racket cinese dell’usura e delle estorsioni che le fornisce i servizi necessari: un doppio regime fiscale e in sostanza statale. Le sfuriate repressive ci sono state, ma i soli metodi di polizia, per essere efficaci, porterebbero alla cacciata intera della popolazione cinese di Prato, che è una pazzia. E invece una riemersione del lavoro illegale capace di progressi elementari come assicurare un’abitazione e una dignità a chi lavora, e insieme di proteggere un’economia non più affidata allo schiavismo, esige che se ne occupi lo Stato italiano, rivendicando a sé l’autorità che gli compete in un proprio prezioso territorio, e trovando con l’interlocutore cinese il compromesso adeguato: finché la criminalità cinese si limiti a colpire, com’è ancora, i propri connazionali. I cinesi hanno, grazie alla Toscana, una sanità efficiente, che comprende condizioni peculiari per le partorienti. Ma una svolta vera non può essere locale. Prato sente di essere stata ignorata dal Quieto Vivere dello stato italiano, dagli anni ‘60 e ‘70, quando raddoppiò turbinosamente la popolazione. Nel 1992 lo stato le regalò il titolo di provincia, che è come il sigaro, che non si nega a nessuno, e prima o poi si rinnega. La strage di ieri è una piccola Lampedusa. Ha acceso una luce sulla Cina pratese: peccato che fosse una luce di rogo.
Repubblica, 2 dicembre 2013 pp. 1, 4

vittorio Arrigoni

14 aprile 2012

4 febbraio 1975 – 15 aprile 2011

Vittorio Arrigoni

Enzo Apicella, 15 aprile 2012

Lucio Magri e la morte «pulita»

30 novembre 2011

Lucy in the Sky with Diamonds

The Beatles, Lucy in the sky with diamonds, 1967

Lucio Magri (destra) e Valentino Parlato

Simonetta Fiore su Repubblica. (articolo forse un po’ troppo fru fru come direbbe Giorgio)
–  Nello Ajello su Repubblica.
– Intervista a Valentino Parlato su Repubblica.
Foto:
Repubblica, Manifesto.
– Articolo di Lucio Magri, Un anno dopo. Praga è sola, Manifesto 1969, p. 3,
– Naturalmente il Manifesto di oggi è dedicato, copertina compresa, a Lucio Magri.

Manifesto 30 novembre 2011

Non posso fare   a meno di fare un post su Lucio Magri.
Ma non perché è morto, non per un ultimo ricordo, se lo dovessi fare forse preferirei ricordare il grande Ken Russell o Vittorio De Seta  o  Saverio Tutino.
Faccio un post solo perché, forse, parlarne mi serve a capire.
Non posso negare di essere rimasta molto colpita dal suo gesto, o meglio dalla preparazione del suo gesto, così colpita che il dolore per la sua morte è stato come soffocato.
Non sono certo rimasta colpita dal suicidio.  Sono stati molti i suicidati che pure abbiamo capito, amato e compreso (anche fra i nostri amici), non ultima la disperazione di Monicelli terrorizzato dalla malattia (anche se in effetti molto minore di quanto pensasse e curabilissima).
Non sono rimasta colpita dal suicidio, che fa parte della nostra vita di umani e quindi empaticamente comprensibile da tutti (valvola di sicurezza l’ha definito Maria, in un suo commento altrove, citando Ignazio Silone), ma sono rimasta colpita dalla sua lucida teorizzazione (e messa in atto) di morte pulita, morte liofilizzata.
Ma può esistere una morte pulita? (more…)


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