Archive for the ‘stampa’ Category

Nuovi direttori

16 gennaio 2016


Da oggi Mario Calabrese è il nuovo direttore di Repubblica, questo il suo primo editoriale, Repubblica e il mondo che vogliamo raccontare. Io, per ora, penso che sarà un buon direttore.
Calabresi come prima cosa ha fatto la scelta di non mettere il suo nome, il nome del direttore, sotto la testata lasciando solo quello del fondatore Eugenio Scalfari, come ci fa notare il feticista di Repubblica.

Mentre non posso dire la stessa cosa di Maurizio Molinari (nuovo direttore della Stampa) dopo aver letto il suo imbarazzante e iperconformistico editoriale del 10 gennaio, Da dove viene il branco di Colonia.
Pensare che ultimamente lo leggevo con molto più interesse, mi sembrava diventato più informato e obiettivo.
Molinari nell’editoriale ci fa prima una veloce storia del passaggio dalle tribù allo Stato (grazie a Lawrence) e del ritorno dallo Stato alle tribu a causa del caos creatosi per le proteste di massa in Nordafrica e nel Medioriente. Non so se la versioncella sia attendibile (non credo, ma non mi addentro nella polemica storica), la cosa imbarazzante è che Molinari NON nomina mai (neppure per vie traverse) le guerre di questi anni, i bombardamenti, il fosforo bianco che bruciava i civili, Falluja, il caos creato dall’aver sciolto irresponsabilmente, da un giorno all’altro, l’esercito e la polizia di Saddam creando un vuoto e causando la nascita di daesh ecc, tutte cose rimosse alla perfezione. Insomma tutti effetti collaterali di poco conto … attribuibili solo ad un generico passato tribale?
Ma non è questo che mi ha imbarazzato di più (la Storia, si sa, sui giornali non è mai cosa molto seria) bensì questo passaggio dell’articolo “Le conseguenze sono nelle cronache di questi giorni: dagli abusi di massa a Colonia al grido di «Allah hu-Akbar»”. Premetto che quello che è successo a Colonia è inqualificabile, da vere bestie maschiliste e troglodite. Spero che una volta individuati, se sono stranieri (profughi o meno) vengano immediatamente condannati ed espulsi, proprio per difendere la maggioranza di esuli sofferenti che scappano dalle guerre e dal caos, mettendo in salvo i loro bambini, la loro famiglia, se stessi. Premesso questo, però, vorrei sapere quale sia la fonte di Molinari quando scrive che urlassero «Allah hu-Akbar» ? Lo chiedo per pura curiosità e perché l’ho letto solo nel suo editoriale e a me, profana, sembra veramente un po’ strano che uomini (che i giornali dicono siano di fede musulmana) ubriachi fradici e con ancora la bottiglia in mano molestino le donne urlando «Allah hu-Akbar». Mi sembrerebbe una cosa … come minimo un po’ blasfema e poco aderente ai dettami della religione musulmana. Ma si sa che oggi, ovunque, non c’è più religione.

Pagina 99. Helena Janeczek sulle orme di Gerda Taro

11 dicembre 2015

Pagina99 del 28 novembre 2015

Una bella notizia: dai primi di Novembre Pagina 99 è tornata in edicola, per la verità si chiama Pagina99We ed esce ogni sabato con un inserto culturale di 4 pagine, Fuoribordo, curato da Alessandro Leogrande, dedicato prevaletemente al long form, genere  quasi del tutto assente dai giornali italiani (NYT, e Il POST).
Volevo segnalare in particolare il bellissimo pezzo di Helena Janeczek uscito su Fuoribordo nel numero del 28 novembre 2015, con la bella illustrazione di Koen Ivens. In questo video Leogrande ne parla con Helena Janeczek
Leggetelo ne vale veramente la pena, non è un long-form, è semplicemente un bellissimo pezzo.
Mi è tornata in mente la bella immagine, di Nello Rosselli alla fine della sua biografia di Pisacane, del viandante che attraversa il fiume posando sassi e piedi sui sassi posati in precendenza.
Helena getta sassi sui sassi posizionati da Irme e cammina sulle orme, disperse nel profondo nell’acqua, di Gerda.

Helena Janeczek, La vita ritrovata di Gerda Taro, Fuoribordo, Pagina99, 28 novembre 2015

 

gerda taro

–  Irme Schaber, Gerda Taro. Una fotografa rivoluzionaria nella guerra civile spagnola, DeriveApprodi (collana Vita activa), 2007, 261 p., tradotto da E. Doria.
Irme Shaber, Gerda Taro, fotorepoterin; mit Robert Capa im spanischen Burger-krieg, Jonas Verlag, 2013.
Irme Schaber, R.Whelan, K. Lubben (a cura di), Gerda Taro, catalogo della mostra al Centro Internazionale di Fotografia, Contrasto, 2009.
Helena Janeczek, Robert Capa, fotografo in fuga, Nazione indiana, 22 ottobre 2013

Long form
Quei begli articoli lunghi. Erano un genere in via d’estinzione, sono diventati un formato di culto (come il vinile!): con delle controindicazioni, Il Post, 28 gennaio 2015.
Jonathan Mahlerjan, When ‘Long-Form’ Is Bad Form, New York Times, 24 gennaio 2015.
Alessandro Leogrande ne parla in questo video insieme a Nicola Lagioia.

 

Freccero, l’esperto di comunicazione, fa circolare la bufala su Hillary Clinton

3 dicembre 2015

Piazza pulita, La 7, 26 novembre 2015

Lo avevo già segnalata in un commento: Carlo Freccero, l’esperto di comunicazione de noartri, fa circolare una bufala nata in Italia l’anno scorso.
Prima scrive sul Manifesto:

Su questo argomento circolano sul Net spiegazioni opposte. Da un lato la famosa affermazione di Hillary Clinton: «l’Isis è una nostra creatura che ci è sfuggita di mano»

E poi, se non bastasse, lo ridice, come se fosse la cosa più normale, in tv a Piazza pulita, (dal minuto, 15,23) Lo dice rinforzando con un Lo sappiamo tutti.
In realtà lo sa solo lui e pochi siti inattendibili come popoffquotidiano e irib, e tutti i polli che ci sono cascati in rete.
Così parla l’esperto di comuncazione:
Inizia mettendo le mani avanti: “Io mi occupo di media non sono un esperto del medioriente … però mi interessa molto il discorso della manipolazione”
Poi aggiunge con sicumera che “tutti noi sappiamo che la stessa Hillary Clinton ha detto che isis l’ha creato anche l’America.”
Lui esperto di media … si sta riferendo (e cosa gravissima contribuisce a farla circolare) ad una volgarissima bufala costruita in Italia su un video del 2012 dove Hillary Clinton stava parlando dei talebani (creati e usati e a suo tempo dagli americani in funzione antirussa), e su una intervista in inglese circolata, nella rete-fogna italiana, in una scorrettissima traduzione che sembra costruita proprio per dare voce e verosomiglianza alla bufala.
Siamo alla fine del 2015 e  la bufala è da tempo che è stata smontata (e QUI), ma l’esperto di comunicazione, quello interessato al discorso della manipolazione delle notizie, onnipresente nei talk show (che naturalmente pagano gli esperti), non nutre alcun sospetto e non si fa alcun riguardo a continuare a diffonderla in tv.
Insomma per la cronaca Hillary Clinton NON ha mai detto che l’isis è creazione sfuggita di mano agli americani.
Certo senza la terribile guerra di Bush in Iraq, daesh oggi non ci sarebbe, come non ci sarebbero i talebani e al qaeda senza l’invasione russa dell’Afghanistan, ma questo è tutto un altro discorso.
E i soliti amanti delle bufale, i feticisti del verosimile, non mi vengano ora a dire che anche se la frase non è mai stata detta, anche se la traduzione è sbagliata, anche se ecc. ecc.  la sostanza non cambia, perché invece cambia moltissimo.
Stavolta la carta stampata (a parte Carlo Freccero sul Manifesto) non ha abboccato.

Mario Calabresi nuovo direttore di Repubblica

26 novembre 2015

immagine presa da Pazzo per repubblica


Aggiornamento, 27 novembre ore 16,55

R. E, Molinari è il nuovo direttore de La Stampa Russo condirettore, Gramellini direttore creativo, La Stampa, 27 novembre 2015, p. 20
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Da sempre, fra i giornali che compro la mattina, c’è Repubblica.
Prima la Repubblica di Eugenio Scalfari poi quella di Ezio Mauro.
Dal 15 gennaio comprerò la Repubblica di Mario Calabresi.
La Repubblica, nel bene e nel male, è il mio giornale quotidiano, ma da un po’ di tempo la leggevo con fastidio. A parte le pagine della Cultura, e alcuni giornalisti bravissimi come Bernardo Valli, il resto mi lasciava spesso l’amaro in bocca. I giornalisti mi sembravano ormai poco seri, sempre più fru fru, come dice Giorgio di Costanzo. Il pettegolezzo leggero, o cattivo, prevaleva sull’analisi seria, il sensazionalismo dei titoli (che poi non corrispondevano mai al contenuto) diventava sempre più esasperato ed esasperante.
Il giornale abbondava sempre più di opinionisti, mentre sempre meno erano i giornalisti veri, quelli  che danno informazioni vere e verificate sul campo, e che ti aiutano a capire cosa succede nel mondo lontano e vicino. Molti giornalisti, per i loro ipotetici e miserandi scoop, frequentavano più la rete della realtà, incappando sempre più spesso nelle bufale idiote di cui la rete è piena.
Tutti questi difetti sono venuti a galla insieme, con il caso Ignazio Marino. Il vergognoso linciaggio, senza verifica, fatto sul sindaco di Roma, è stato, da parte di Repubblica, una cosa abbastanza vergognosa, una brutta pagina di giornalismo. Il mio giornale che si piegava anche lui alla fabbrica del fango è stata una grande delusione.
E anche ultimamente con i fiumi di bit sulla ragazza kamikaze, la prima donna in Europa e bla bla bla, inutili opinioni che si accavallavano a brutte opinioni, per poi limitare a poche righe cartacee, dentro un altro articolo, la rettifica che la ragazza non si era fatta saltare. Questo non è più giornalismo. Per lo meno non è il giornalismo di cui avremmo bisogno in un momento tragicamente reale come questo. Non è il giornalismo a cui Repubblica ci aveva abituato nel passato.
Riuscirà il nuovo direttore a farmi dimenticare l’ultimo periodo? Penso di sì, perché l’attuale direttore della Stampa si è dimostrato molto coraggioso, innovativo e soprattutto molto serio.
Putroppo lascia Adriano Sofri e questo è un peccato, anche se lo potremo leggere nei molti giornali dove scrive. Ma obiettivamente, e malgrado tutto, una cosa è scrivere per Repubblica e un’altra per Il foglio. Sono luoghi e strutture che forse influiscono fortemente anche su scrittura e contenuto.
Scrive Sofri sul Foglio: “Essendo la mia lunga collaborazione a Repubblica un riflesso della mia personale amicizia per Ezio Mauro, naturalmente finirà con la sua direzione“.
Se volete sapere tutto leggetevi il blog del feticista Pazzo per repubblica.

BookPride e Nanni Balestrini

22 marzo 2015

questa immagine di Nanni Balestrini e le altre due sono state prese da QUI

Ricevo l’indicazione da Adriana e con piacere segnalo:

Dal 27 al 29 marzo si svolgerà a Milano il BookPride., dedicato alla Differenza
Sono 120 gli edi­tori che hanno ade­rito all’iniziativa orga­niz­zata dalla coo­pe­ra­tiva Doc(k)s e pro­mossa dall’osservatorio degli edi­tori indi­pen­denti (Odei) ai Fri­go­ri­feri mila­nesi, l’ ex fab­brica del ghiac­cio in via Pira­nesi 10

– BOOK PRIDE – Intervista a Gino Iacobelli – Editori indipendenti

Sabato 28 marzo alle 15 c’è l’intervento di Giorgio Agamben, La differenza.

Inoltre:  Ut pictura poiesis: Nanni Balestrini. Multipli per libri ed editori. A commento delle opere (dagli anni Sessanta a oggi) di Nanni Balestrini diffuse tra gli stand.

Si legga:
Redazione400 ISO – #Poesiatotale: l’arte visiva di Nanni Balestrini, in Lavoro culturale 8 marzo 2015.

Vi posto un articolo dal Manifesto (georgia)

Tutelare la bibliodiversità
Book Pride. Si cercherà di sfatare un tabù cambiando il format e l’impostazione politico-culturale delle fiere del libro
Roberto Ciccarelli

Book Pride, l’orgoglio per i libri. A pochi giorni dall’esordio, la prima fiera degli edi­tori indi­pen­denti a Milano regi­stra un suc­cesso inat­teso. Sono 120 gli edi­tori che hanno ade­rito all’iniziativa orga­niz­zata dalla coo­pe­ra­tiva Doc(k)s e pro­mossa dall’osservatorio degli edi­tori indi­pen­denti (Odei) ai Fri­go­ri­feri mila­nesi, l’ ex fab­brica del ghiac­cio in via Pira­nesi 10, da venerdì 27 marzo a dome­nica 29 marzo. L’ambizione è tra­sfor­mare il Book Pride in un appun­ta­mento annuale. Un tra­guardo ambi­zioso, visto che sono stati diversi i ten­ta­tivi di creare una fiera del libro a Milano. Può darsi che la vici­nanza del Salone inter­na­zio­nale del libro a Torino abbia scon­si­gliato l’Associazione ita­liana edi­tori (Aie) ad orga­niz­zarne un’altra in Lom­bar­dia. Que­sta regione rap­pre­senta tut­ta­via il 30% del mer­cato edi­to­riale ita­liano ed è anche il cuore di un’industria in crisi che nei pros­simi mesi potrebbe regi­strare una nuova con­cen­tra­zione mono­po­li­stica tra Mon­da­dori e Rcs Libri. Book Pride cer­cherà di sfa­tare un tabù cam­biando il for­mat e l’impostazione politico-culturale seguite dalle fiere del libro. Gli orga­niz­za­tori aspi­rano a tute­lare la «biblio­di­ver­sità», un con­cetto già ela­bo­rato nel 2012 nel mani­fe­sto degli edi­tori Odei. La fiera mila­nese rap­pre­senta il banco di prova per spe­ri­men­tare un sistema cul­tu­rale diverso da quello impo­sto dalla mono­cul­tura che ragiona in base al fat­tu­rato e all’omologazione del pub­blico (tele­vi­sivo). Per que­sto Book Pride può essere con­si­de­rato un pre­si­dio nel cuore della bestia. Nuova, e corag­giosa, è la scelta dell’auto-finanziamento. Gli edi­tori par­te­ci­panti hanno ver­sato 600 euro a stand (se mem­bri di Odei) o, altri­menti, 700 euro. Cifre che sono la metà, o quasi, di quanto di solito pagano gli edi­tori per par­te­ci­pare alle fiere di Roma o di Torino. L’iniziativa non ha rice­vuto finan­zia­menti pub­blici né pri­vati. La scelta è quella dell’indipendenza. A tutto tondo. Per il pub­blico la novità sarà l’ingresso gra­tuito. Per seguire la pro­gram­ma­zione cul­tu­rale, dedi­cata non a caso al tema della «dif­fe­renza», non si dovranno acqui­stare biglietti. Non è un det­ta­glio da poco. Gli orga­niz­za­tori dicono di essere con­trari all’idea per cui per cono­scere un edi­tore, incon­trare un autore, com­prare un libro biso­gna pagare: «Entrare in una fiera del libro non è come entrare in uno zoo». Aper­tura e inclu­si­vità, segnali che hanno sen­si­bi­liz­zato gli ope­ra­tori pro­fes­sio­nali, men­tre cre­sce l’interessamento delle libre­rie indi­pen­denti mila­nesi. L’indipendenza, poi, non è l’espressione solo di un for­mat orga­niz­za­tivo. Que­sta nozione carat­te­rizza anche lo stile e i con­te­nuti della comu­ni­ca­zione sui social net­work. Il pro­getto gra­fico, edi­to­riale e video è stato ela­bo­rato dagli atti­vi­sti e dagli arti­sti di Macao, soci di Docks. Uno stu­dio rea­liz­zato nelle ultime set­ti­mane sulle piat­ta­forme comu­ni­ca­tive delle altre fiere ha rive­lato un uso dei social poco orga­nico ed estem­po­ra­neo. Manca, a parere degli orga­niz­za­tori, una comu­ni­ca­zione pen­sata appo­si­ta­mente per i nuovi media che sap­pia vei­co­lare i clas­sici con­te­nuti edi­to­riali insieme al coin­vol­gi­mento attivo degli utenti. Così con­ce­pita, Book Pride non si pre­senta come un evento espo­si­tivo di merci che col­la­ziona espe­rienze già date, ma come un discorso col­let­tivo basato sulla con­di­vi­sione dei con­te­nuti di chi vi par­te­cipa. Per que­sta ragione è stato scelto di orga­niz­zare un media cen­ter secondo i prin­cipi del co-working. Nello stesso spa­zio si punta a rea­liz­zare l’interazione tra gior­na­li­sti «tra­di­zio­nali», blog­ger, cor­ri­spon­denti di webra­dio e webTv e delle più impor­tanti rivi­ste cul­tu­rali online ita­liane (Alfa­beta, Car­milla, Dop­pio­zero, Le parole e le cose, Libera Tv, tra gli altri). Tra i media part­ner dell’iniziativa ci sono Macao, il mani­fe­sto, Radio Popo­lare, l’Institut Fra­nçais. Il comune di Milano ha dato il suo patro­ci­nio.
«Uno dei pro­blemi che abbiamo oggi è quello di non avere un tetto comune – afferma Sil­via Jop, coor­di­na­trice del sito cul­tu­rale Lavoro Cul­tu­rale, media part­ner di Book Pride – Esi­ste una dif­fe­renza este­tica pro­fonda nei nostri lavori, soprat­tutto se ti occupi di que­stioni cul­tu­rali, che ren­dono dif­fi­cile lo svi­luppo di una rifles­sione orga­nica. Par­tire dallo spa­zio in cui svi­lup­piamo que­ste pra­ti­che, cioè il web, può essere di par­tenza in cui incon­trarsi. Il pro­blema è poli­tico e riguarda tutte le pro­fes­sioni che lavo­rano con l’informazione o la cul­tura. Tutto si svolge su un ter­reno sem­pre più imma­te­riale. E visto che l’unione fa la forza, si spera che ragio­nando insieme potremo met­tere a valore l’immateriale che vale quanto i pro­dotti mate­riali». Par­ti­co­lare atten­zione verrà pre­stata alla «cul­tura mate­riale» indi­pen­dente. Nei 630 metri qua­dri dei Fri­go­ri­feri Mila­nesi ci sarà spa­zio anche per un’enoteca auto­ge­stita da alcuni dei vigna­ioli come l’Aurora o la Viranda che si oppon­gono all’agroindustria e all’omologazione del gusto. La stessa ten­sione che acco­muna gli edi­tori per i quali Book Pride è un «evento».
Il Manifesto, 21 marzo 2015

le migliori prime pagine

9 gennaio 2015

Prime pagine di oggi

Pagina 99 (11 febbraio 2014 – 3 gennaio 2015)

4 gennaio 2015


Chiude Pagina 99 cartaceo, rimane la pagina on line, twitter, facebook,
Il primo numero era uscito l’11 febbraio 2014.

Franco Marcoaldi intervista Cecchi, Celati, Caramore e Dondero

18 agosto 2014

Carlo Cecchi

Una serie di bellissime interviste di Franco Marcoaldi su Repubblica.
Le prime 4 a Carlo Cecchi (15 agosto), Gianni Celati (13 agosto) Gabriella Caramore (11 agosto, anche QUI) e Mario Dondero (9 agosto).
Vi posto quella a Carlo Cecchi, interessante e anticonformista come sempre. 
A chi interessasse puo leggersi La dodicesima notte QUI, purtroppo la traduzione non è quella bellissima di Patrizia Cavalli (geo)

Le battaglie sono finite Combattere è inutile
“Il Valle? Avrei voluto vedere cosa sarebbe successo in Francia se avessero occupato l’Odéon”
“L’omicidio di Pasolini è stato il prologo di orrori futuri conclusi con Moro. E dopo? Tutto rimosso”
Franco Marcoaldi

DA UOMO che di teatro e grazie al teatro vive, Carlo Cecchi sembra come rigenerato, pieno d’energia e vitalità, dopo aver messo in scena La dodicesima notte di William Shakespeare che ha debuttato al Teatro romano di Verona. In un tempo in cui tutti gli artisti, compresi i teatranti, sono letteralmente ossessionati dal consenso, Cecchi ha il vantaggio di guardare le cose di questo mondo con aristocratico distacco. Anche se questo non gli impedisce, come è ovvio, di gioire e molto per i risultati felici. «È stato un piccolo miracolo», dice.
«Tutto ha funzionato a meraviglia: i giovani e giovanissimi ragazzi della compagnia; la bellissima traduzione di Patrizia Cavalli, le musiche di Nicola Piovani, i costumi di Nanà Cecchi. Quando è così, il teatro mostra la sua suprema forza; oggi ancora più grande di ieri, direi. Perché finalmente sul palcoscenico accade qualcosa di reale, che ci strappa via da quel cancro assoluto e irreale rappresentato dall’informazione, la comunicazione, la rete. Sarò anche uno snob: ma faccio notare che il teatro è l’unica forma espressiva che sfugge alla trappola di internet. Sì, possono fare un video tratto da uno spettacolo e mandarlo in rete, ma questo non è teatro. Perché il teatro accade solo lì, in quella precisa unità di tempo e di spazio».

Forse le toglierò in parte questo suo buon umore, ma vorrei sapere cosa pensa della vicenda del Valle occupato.
«Che si trattasse di una cosa vergognosa l’ho capito da subito. Gli occupanti mi cercavano e così, un certo giorno, sono andato a incontrarli. Erano due maschi un po’ depressi e una femmina molto parlante. Dicevano cose da pazzi, soprattutto lei. Quali sono i vostri progetti? chiedo. E lei, senza batter ciglio, anzi con un certo sussiego: faremo in modo che il Valle diventi per la drammaturgia italiana quello che il Royal Court è per la drammaturgia inglese. Ora, dal ‘56, quindi da Look Back in Anger in avanti, il Royal Court produce e pubblica, con un ritmo crescente, una media di venticinque novità all’anno. E tra questi titoli ci sono tutti i più grandi: da Pinter e Stoppard fino a Sarah Kane. Capisci, e il Valle avrebbe fatto lo stesso per la drammaturgia italiana… Va buo’… Mi dicono ora che la ragazza parlante abbia fatto una brillante carriera, in qualche settore del Partito, o del Comune».

Il Comune, appunto. Come giudica il comportamento delle istituzioni?
«Per lungo tempo il Comune si è mosso secondo una logica di basso cinismo e bieca stupidità: meglio così, si saranno detti. Se il Valle fosse libero, dovremmo gestirlo noi: pensa che rogna…E anche adesso, in apparenza rinsaviti, che fanno? Riconoscono comunque il “valore artistico” di quell’esperienza. Ma dico io: un teatro tra i più belli d’Italia, il più antico di Roma, dove hanno cantato i più grandi cantanti e recitato i più grandi attori, finito in mano a una banda di pappagalli. Anche stranieri, aggiungo — che hanno applaudito a questo straordinario “evento”, pensa tu, del teatro occupato. Vorrei vedere se ai francesi gli occupassero l’Odéon o ai tedeschi il Berliner Ensemble. E io dovrei perdere le mie energie dietro a loro? No grazie, ho di meglio da fare. Anche se si trattasse di un nulla da fare».

Vuol dire che ha deciso di chiamarsi fuori? Non pensa che sia comunque giusto condurre a viso aperto la propria battaglia?
«Io non faccio nessuna battaglia e non mi chiamo affatto fuori. Ho un legame profondissimo con questo paese. Avendo avuto la fortuna di nascere qui, ho sviluppato una speciale sensibilità verso la bellezza, in tutte le sue forme. Anche se la parola “bellezza”, ormai, è sputtanata, inutilizzabile. E poi ho un legame profondo con la mia lingua. Io recito. E recito in italiano. Amo enormemente il teatro e per farlo utilizzo uno strumento che è il mio corpo, che però si esprime verbalmente in italiano. Questa è la mia unica battaglia, anzi è Mein Kampf! Di certo non partecipo al cosiddetto dibattito culturale, anche perché non mi pare ci sia alcun modo per azzardare orizzonti diversi da quelli imperanti».

In passato forse non era così. Un articolo di Pasolini sulla scuola o l’aborto smuoveva qualcosa. La sua parola incideva sul contesto circostante.
«È per lo più un’illusione retrospettiva. Ha inciso sì, ma solo nel senso che l’ha condotto alla morte: per se stesso, ha inciso. L’orribile omicidio di Pasolini ha rappresentato il prologo di orrori futuri, conclusi con il sequestro e l’assassinio di Moro… E dopo questo periodo terrificante, che cosa è successo? Tutto rimosso, è arrivata la Milano da bere e sono i arrivati i ministri che scrivevano i libri sulle discoteche. Poi, a seguire, grazie al capolavoro del Cavaliere, la presupposta opposizione ha dato luogo a un processo di assimilazione mimetica con il presupposto avversario. Ce lo dimentichiamo troppo spesso, ma il guaio principale di questo paese è culturale, prima che politico».

E si è progressivamente imposto un hegelismo d’accatto: il reale è razionale. Dunque è inutile perdere tempo immaginando altri scenari, altre possibili realtà.
«Ma questo è un problema che riguarda l’intero occidente. Prendiamo, di nuovo, l’esempio del teatro. A Parigi gli spettacoli francesi ti fanno cadere le braccia. Le uniche cose interessanti arrivano da altri luoghi, estranei alla tradizione occidentale: vengono dal Sud Africa, dall’Afghanistan, dalla Palestina… È come se la vitalità europea si stesse spegnendo. E siccome l’Italia rappresenta da sempre un rivelatore particolarmente sensibile dello stato di salute europeo, noi siamo in pole position. Sia nei momenti alti, che nella frana attuale».

E allora dove cercare alimento per la propria esistenza?
«Altrove. Ad esempio in società più vitali, dove l’effetto di spiazzamento risulti più forte. Ricordo il meraviglioso riposo mentale avvertito in Iran grazie alla totale assenza di pubblicità, in ogni sua forma. Una vera e propria ecologia della mente, che si è ripetuta poi nel Camerun. Per sgomberare il campo dalle infinite tossine che ci affliggono bisogna cambiare scenario. Il teatro in fondo, con altre modalità, questo rappresenta. Perché consente di rianimarsi, di risvegliarsi alla vita. A Verona, durante lo spettacolo, il pubblico non era soltanto plaudente, ma grato. Quasi dicesse: ma allora esiste un altro modo di respirare!»

E di immaginare.
«Perciò Shakespeare è così attuale. Non perché nostro contemporaneo, ma perché incarna il trionfo dell’immaginazione. Lo si scopre giorno dopo giorno, lavorando dentro i suoi testi. È un autore totalmente privo di didascalie, ma più scavi e più scopri che le didascalie sono direttamente nel testo. Gli attori stessi dicono come va recitata una certa scena o una certa battuta. L’ennesima dimostrazione che l’arte tutta, ma Shakespeare in massimo grado, ci avvicina alla realtà più profonda, nascosta, che si può conoscere soltanto attraverso l’immaginazione. E questo tesoro, malgrado tutto, non andrà perduto».
Repubblica,15 agosto 2014, p. 39.

Contratto sessuale assessore e segretaria? Tutto falso!

27 marzo 2014

Otto e mezzo, 14 marzo 2014

Riguardo al malcostume dei giornalisti, dei normali quotidiani, di gonfiare ad effetto le notizie, soprattutto quelle scandalistiche (politica e sesso), e di mettere tra virgolette frasi che nessuno ha mai detto, vi segnalo la vicenda di Lucia Zingariello, ex-segretaria dell’assessore abruzzese De Fanis, di cui tutti avrete a suo tempo letto.
La notizia, sui media, era che la segretaria veniva aobbligata a fare sesso con l’assessore in base ad un contratto e a 3000 euro al mese, e la notizia veniva data (o meglio urlata) con tanto di frasi virgolettate del tipo: “Mi obbligava a fare sesso” (Repubblica 19 marzo e Repubblica 20 marzo 2014)
Beh sembra sia tutta una balla.
La storia vera raccontata da Lucia Zingariello a Otto e mezzo in questa puntata del 14 marzo 2014.
Interessanti come sempre le osservazioni di Lorella Zanardo
Oggi a rileggersi  i due articoli di Repubblica di allora fa davvero impressione

Giuseppe Caporale, “Farai sesso con me una volta a settimana”. Il contratto shock tra assessore e segretaria
Abruzzo, trovato in una perquisizione. De Fanis, responsabile per la cultura alla Regione, è agli arresti per tangenti. “Lui era ossessionato da me, mi ha costretto, non ho potuto rifiutare”. Le prestazioni venivano pagate con un forfait di tremila euro al mese, Repubblica, 19 dicembre 2013
Giuseppe Caporale, “Mi obbligava a fare sesso”. Ecco il contratto hard tra l’assessore e la segretaria
Spunta il foglio firmato dal politico abruzzese Luigi De Fanis in cui promette soldi alla sua collaboratrice in cambio di incontri erotici quattro volte al mese. Lui sigla il documento poi lo butta, ma la donna lo recupera dal cestino e lo consegna agli inquirenti assieme all’assegno, Repubblica, 20 gennaio 2014.

pagina99, numero uno, titoli rossi e minuscoli

11 febbraio 2014

pagina99, p 13

Oggi è in edicola il primo numero cartaceo  di pagina99 (QUI twitter) ha il colore rosato dei giornali di economia, il piglio dei giornali politici, la classe dei grandi giornali.
I titoli sono rossi e in caratteri tutti minuscoli, a p. 13 ne spiegano il perché.
Beh l’unico consiglio che posso darvi è di andare in edicola a comprarlo subito, è sempre una grande emozione quando nasce un bel giornale.

pagina 99 numero 1, 11 febbrio 2014


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