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Bianca Berlinguer lascia il tg3

5 agosto 2016

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Bianca Berlinguer lascia, o meglio è obbligata a lasciare il tg3. Non mi piace il metodo con cui avviene il cambiamento, sembra una epurazione casereccia  e maldestra. Ultimamente mi ero accorta che qualcosa non andava. La giornalista era molto agitata, non lasciava parlare nessuno, tantomeno chi pensava diversamente da lei, interrompeva, e correggeva, tutti anche i pochi che portavano avanti discorsi razionali e intelligenti che ci sarebbe piaciuto ascoltare per intero. Non era un bello spettacolo per chi, come me, l’ammirava da sempre. Ma del resto, da tempo, l’informazione televisiva ( e non solo) è diventata schizofrenica urlata e poco riflessiva. Forse un cambiamento sarebbe stato anche necessario, ma ormai siamo rassegnati al fatto che si cambia sempre in peggio e che i cambiamenti provocano solo piccole vendette ed eliminazione di personaggi scomodi. Tutto questo pollaio stantio con l’informazione e la professionalitá ha poco a che spartire. Non parliamo poi di Freccero messo da 5s che ormai non riconosce più una notizia interessante da una volgare bufala (Georgia)

Berlinguer-Santoro, la striscia riparatrice
Viale Mazzini. Il cda approva a maggioranza le nomine dei nuovi direttori. L’ex del Tg3 condurrà un nuovo programma. Fornaro e Gotor, Pd di minoranza, lasciano la Vigilanza: «Logiche di occupazione alla vigilia del referendum
Daniela Preziosi
Alla fine è proprio Bianca Berlinguer, considerata dal governo peggio di un insidioso avversario politico, a togliere le castagne dal fuoco al cda. Le nomine agostane ai Tg Rai sono state l’ennesimo pasticcio comunicativo del governo Renzi. Il direttore generale Campo Dall’Orto e la presidente Maggioni sono riusciti a far universalmente identificare Bianca Berlinguer come il vero obiettivo del giro delle poltrone. Senza però trovare una nuova collocazione per lei, rischiando di rinfocolare la polemica della settimana prima, e cioè quella degli inattivi di lusso in Rai. La direttrice uscente, che oggi si congederà dal pubblico del Tg3, guadagna l’invidiabile cifra di 270 euro lordi l’anno. Il dg le aveva proposto la conduzione di una striscia alle 18 e 30, fascia difficile dagli ascolti scarsi, tranne che per qualche mese invernale. La giornalista era perplessa. Ma alla fine lei stessa ha chiamato l’amico Michele Santoro e gli ha chiesto di firmare il programma. Santoro ha detto sì e ha messo a disposizione la sua «factory», cioè il suo gruppo di collaboratori che fornirà servizi e documentari. La trasmissione andrà in onda dal lunedì al venerdì, e da febbraio dovrebbe avere una o due serate di prime time. Dunque alla fine della giostra, in tv si materializza un programma «girotondo» anti Renzi? Potrebbe essere. Tant’è che Campo Dall’Orto ha provato fino all’ultimo a convincere la direttrice uscente di attaccare a novembre, con il nuovo programma. Magari a referendum celebrato.

Ieri mattina come da copione il consiglio di amministrazione Rai ha varato le nomine. Il direttore del Tg1 Mario Orfeo resta al suo posto (quello del 61 per cento al sì al referendum con il 37 al no). Al Tg2 approda Ida Colucci, al Tg3 Luca Mazzà, che un anno fa era andato via dal programma Ballarò perché (secondo le voci) troppo antirenziano. Andrea Montanari al Giornale Radio, professionista molto stimato (anche a sinistra) e Nicoletta Manzione a Rai Parlamento. Anche i consiglieri di area Pd hanno masticato amaro. Ma hanno votato sì: per Franco Siddi, ex segretario della Federazione nazionale della stampa «era doveroso per evitare una crisi alla Rai e per non lasciare redazione importanti con direzioni depotenziate». Finisce 6 a 3. Votano no Carlo Freccero, Arturo Diaconale e Giancarlo Mazzuca.
I tre consiglieri alla fine sono gli unici che provano davvero a fare fronte contro le nomine. Perché le opposizioni del parlamento, che pure avevano fatto un gran can can contro l’imminente «blitz agostano» «epurativo», la costituzione del «fronte del sì al referendum costituzionale» e via scendendo, alla prova della commissione Vigilanza si perdono per strada.
Il presidente a 5 stelle Roberto Fico accetta di portare avanti la seduta anche se l’ordine del giorno non è rispettato: gli onorevoli dovevano discutere il piano dell’informazione, ma il piano non c’era perché a mercoledì sera il cda non aveva fatto in tempo a votarlo. La sinistra Pd prova a presentare un documento di censura che però il presidente Fico non ammette per un vizio di formulazione. Finisce che Miguel Gotor e Federico Fornaro si dimettono denunciando «l’assenza di un nuovo progetto sull’informazione dell’azienda» con nomine che rispondono «a logiche di occupazione governativa del servizio pubblico, in forme per molti versi inedite e in contrasto con il principio costituzionale del pluralismo culturale e politico», e per di più «alla vigilia di importanti scadenze politiche e istituzionali». Maurizio Gasparri si azzuffa con la presidente Rai Monica Maggioni. Renato Brunetta la ’boccia’ come studente.

I 5 stelle stelle tuonano, ma più la mattina successiva che nel corso della notte in Vigilanza: il governo «militarizza l’informazione in vista della campagna referendaria», ma i pentastellati si augurano che «i nuovi direttori facciano al meglio il proprio lavoro garantendo il pluralismo. Esattamente come non hanno fatto per anni direttori piazzati dai vari governi che si sono succeduti, e come non ha fatto finora il direttore del Tg1».
Ma i 5 stelle prendono anche le distanze dalla minoranza Pd e da Gasparri e Brunetta: sono «lottizzatori seriali», «oggi attaccano le scelte di Campo Dall’Orto perché volevano una fetta di torta».

Manifesto, 5 agosto 2016
http://ilmanifesto.info/berlinguer-santoro-la-striscia-riparatrice/

Giornalismo italiano. Scoppia il caso D’Alema

16 giugno 2016

Repubblica 15 giungo 2015, p. 1

E’ scoppiato l’ennesimo caso D’Alema.
Purtroppo Repubblica da un po’ di tempo, a parte alcuni prestigiosi giornalisti, non è molto affidabile.
I titoli enfatici ed esagerati non corrispondono quasi mai al vero. Tende sempre più spesso a costruire un caso ad effetto più che a dare notizie esatta. Scivola sulle bufale della rete con una superficialità allarmante.
Credevo avesse raggiunto il massimo con il caso Marino, con la valanga di bugie scritte. E credevo avesse imparato la lezione, invece tutto procede come se nulla fosse.
L’articolo di Lorenzo D’Albergo, era stato un esempio da manuale su come il giornalismo non dovrebbe MAI essere: con estrema superficialità il giornalista aveva portato le prove della famosa cena di Ignazio Marino con la moglie, basandosi su notizie e foto pescate nel sito dagospia. La donna indicata con la foto (Marino e signora) NON era la foto della moglie, e la cena era una cena banalmente di lavoro (QUI ne parlavo io). Ma il giornalista e il giornale si sono guardati bene dal rettificare con visibilità l’errore demenziale. Tanto è vero che ancora oggi con disinvoltura personaggi televisivi (uno per tutti Sgarbi1) parlano di cena a sbafo di Marino con la moglie. E meno male che siamo nell’epoca velocissima della tecnologia in cui rettificare sarebbe quasi più semplice che infamare. Invece no, infamano con velocità fulminea e rettificano con tale lentezza che neppure le poste a cavallo. E la rete, la velocissima rete, che in passato si dava arie di fare controinformazione intelligente e veritiera, è ancora peggio, se è possibile.
Altro scivolone (stavolta di gravissima sciatteria culturale) fu la pubblicazione, il 25 febbraio 2010, a p. 55, della ciofeca attribuita a Elsa Morante. Poco male ci cascarono tutti i giornali, nessuno escluso, e in rete il testo manipolato diventò incredibilmente virale. La cosa grave è che su Repubblica non ci fu nessuna rettifica quando la bufala, altrettanto velocemente, diventò di dominio pubblico (QUI in Georgiamada il testo autentico).

ellekppa, repubblica 16 giugno 2016, p.5

Oggi tocca al cinico Massimo D’Alema che un po’ se lo merita perché la mania dei complotti e degli sgambetti, ce l’ha da sempre. Si veda il caso dei 101 per l’elezione di Romano Prodi (e QUI con un articolo di Fabio Martini e QUI) o, ancora indietro, la prima caduta del governo Prodi (caduta che ha cambiato il mondo della sinistra e bloccato ogni rinnovamento) svelata poi da Franco Marini e raccontata da Francesco Verderami in un articolo sul Corriere del 29 maggio 2001.
Ieri esce su Repubblica (15 giugno 2016, p. 11) un articolo di Goffredo de Marchis dal titolo La sfida di D’Alema “Pur di cacciare Renzi sono pronto a votare anche Raggi2. L’articolo ha addirittura, in prima pagina, un altro titolo (se possibile ancora peggiore e più enfatico) D’Alema: voterei anche Lucifero pur di mandare Renzi a casa. Scoppia giustamente la polemica. D’Alema smentisce. Livia Turco dice che D’alema è contro Renzi ma voterà sicuramente Giachetti.
Repubblica però conferma. Ma non si capisce bene su che basi confermi, visto che a quanto pare si tratta solo di pettegolezzi di corridoio (forse una fonte è Quagliarello e). E non si capisce perché le fonti debbano rimanere segrete e protette quasi fossero notizie pericolose di mafia.
Il direttore Mario Calabresi scrive oggi :

Mi sta però a cuore intervenire qui sul metodo: nella mia idea di giornalismo non si mettono le virgolette quando una frase non è confermata da più fonti, non si pubblica ciò che “si è sentito dire” e non si può spacciare il verosimile per il vero”.(cfr)

D’accordo completamente col direttore,  però è innegabile che tra virgolette sono state messe frasi non dette. Le frasi tra virgolette vengono atribuite a D’Alema (e solo per sentito dire) e non a chi le ha riportate realmente (quindi più verosimile, e non vero, di cosi mi è difficile immaginarlo).
D’alema addirittura afferma di non aver mai detto simili frasi, ed è molto credibile visto quanto dice alla Stampa (MOLTO verosimilmente):

«Per esempio non ho mai detto la parola Lucifero, perché è un termine che non appartiene al mio vocabolario: casomai, avrei detto Belzebù. Ma il punto è che le battute non sono dichiarazioni politiche: se avessi voluto fare una dichiarazione politica avrei saputo farla»(cfr).

E io, malgrado tutto, su questo gli credo, senza se e senza ma :-). D’Alema non avrebbe mai usato la parola Lucifero. E nel virgolettato le parole contano eccome.
Dice Gaetano Quagliarello (o almeno così riporta Repubblica):

D’Alema parlava con me. Due fondazioni culturali, Italianieuropei e Magna Carta da circa un anno stanno lavorando a un grande convegno per tracciare un bilancio del bipolarismo. Alla fine di una riunione, sull’uscio, ci si è fermati a scambiare qualche amena battuta sulla situazione politica, e non sono certo mancate le reciproche scherzose invettive. Nulla di più. Ovviamente tutto ciò potrà essere agevolmente confermato da almeno cinque o sei docenti che con me hanno partecipato al siparietto” (cfr.)

Oggi Su Repubblica De Marchis tenta di avvallare quanto scritto ieri e insiste sul virgolettato.
Io mi domando, ma, vero o non vero, come si fa ad usare il virgolettato (in un caso addirittura preceduto da un perentorio: ha scandito d’Alema davanti ai professori)  per frasi riportate da altri? Questo non è giornalismo serio. Davvero non lo è.

NOTE
1) A Piazza Pulita del 6 giugno 2016, Sgarbi al minuto 44,10 parla della cena di Marino con la moglie, senza che nessuno dei presenti, Formigli compreso, lo corregga.
2) Goffredo De Marchis, La sfida di D’Alema “Pur di cacciare Renzi sono pronto a votare anche Raggi“, Repubblica, 15 giugno 2016, p. 11.
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Altri articoli:
Polemica su D’Alema, il Pd: “Vota Raggi? Sfasciare tutto non serve”, Lui smentisce: “Non mi occupo di Roma”, ma Repubblica conferma. Orfini: “Spero venga a darci una mano in campagna elettorale”. Renzi: “Non mi interessa commentare”. Minoranza dem: “Basta polemiche e lavoriamo compatti per i ballotaggi“, Repubblica.it on line, 15 giugno 2016.
Mario Calabresi, D’Alema, una notizia che valeva la pena pubblicare, Repubblica, 15 giugno 2016.
Federico Geremicca, “Una montatura per fare di me il capro espiatorio della sconfitta”, “Pura spazzatura da un house organ del partito del Nazareno. Ho solo detto che con la vittoria del sì Renzi ci avrebbe cacciato”, La Stampa, 16 giugno 2016.
Goffredo De Marchis, D’Alema, ecco i tre incontri anti-riforma e le telefonate per la giunta Raggi, Repubblica 16 giugno 2016, p. 5.

Nuovi direttori

16 gennaio 2016


Da oggi Mario Calabrese è il nuovo direttore di Repubblica, questo il suo primo editoriale, Repubblica e il mondo che vogliamo raccontare. Io, per ora, penso che sarà un buon direttore.
Calabresi come prima cosa ha fatto la scelta di non mettere il suo nome, il nome del direttore, sotto la testata lasciando solo quello del fondatore Eugenio Scalfari, come ci fa notare il feticista di Repubblica.

Mentre non posso dire la stessa cosa di Maurizio Molinari (nuovo direttore della Stampa) dopo aver letto il suo imbarazzante e iperconformistico editoriale del 10 gennaio, Da dove viene il branco di Colonia.
Pensare che ultimamente lo leggevo con molto più interesse, mi sembrava diventato più informato e obiettivo.
Molinari nell’editoriale ci fa prima una veloce storia del passaggio dalle tribù allo Stato (grazie a Lawrence) e del ritorno dallo Stato alle tribu a causa del caos creatosi per le proteste di massa in Nordafrica e nel Medioriente. Non so se la versioncella sia attendibile (non credo, ma non mi addentro nella polemica storica), la cosa imbarazzante è che Molinari NON nomina mai (neppure per vie traverse) le guerre di questi anni, i bombardamenti, il fosforo bianco che bruciava i civili, Falluja, il caos creato dall’aver sciolto irresponsabilmente, da un giorno all’altro, l’esercito e la polizia di Saddam creando un vuoto e causando la nascita di daesh ecc, tutte cose rimosse alla perfezione. Insomma tutti effetti collaterali di poco conto … attribuibili solo ad un generico passato tribale?
Ma non è questo che mi ha imbarazzato di più (la Storia, si sa, sui giornali non è mai cosa molto seria) bensì questo passaggio dell’articolo “Le conseguenze sono nelle cronache di questi giorni: dagli abusi di massa a Colonia al grido di «Allah hu-Akbar»”. Premetto che quello che è successo a Colonia è inqualificabile, da vere bestie maschiliste e troglodite. Spero che una volta individuati, se sono stranieri (profughi o meno) vengano immediatamente condannati ed espulsi, proprio per difendere la maggioranza di esuli sofferenti che scappano dalle guerre e dal caos, mettendo in salvo i loro bambini, la loro famiglia, se stessi. Premesso questo, però, vorrei sapere quale sia la fonte di Molinari quando scrive che urlassero «Allah hu-Akbar» ? Lo chiedo per pura curiosità e perché l’ho letto solo nel suo editoriale e a me, profana, sembra veramente un po’ strano che uomini (che i giornali dicono siano di fede musulmana) ubriachi fradici e con ancora la bottiglia in mano molestino le donne urlando «Allah hu-Akbar». Mi sembrerebbe una cosa … come minimo un po’ blasfema e poco aderente ai dettami della religione musulmana. Ma si sa che oggi, ovunque, non c’è più religione.

Pagina 99. Helena Janeczek sulle orme di Gerda Taro

11 dicembre 2015

Pagina99 del 28 novembre 2015

Una bella notizia: dai primi di Novembre Pagina 99 è tornata in edicola, per la verità si chiama Pagina99We ed esce ogni sabato con un inserto culturale di 4 pagine, Fuoribordo, curato da Alessandro Leogrande, dedicato prevaletemente al long form, genere  quasi del tutto assente dai giornali italiani (NYT, e Il POST).
Volevo segnalare in particolare il bellissimo pezzo di Helena Janeczek uscito su Fuoribordo nel numero del 28 novembre 2015, con la bella illustrazione di Koen Ivens. In questo video Leogrande ne parla con Helena Janeczek
Leggetelo ne vale veramente la pena, non è un long-form, è semplicemente un bellissimo pezzo.
Mi è tornata in mente la bella immagine, di Nello Rosselli alla fine della sua biografia di Pisacane, del viandante che attraversa il fiume posando sassi e piedi sui sassi posati in precendenza.
Helena getta sassi sui sassi posizionati da Irme e cammina sulle orme, disperse nel profondo nell’acqua, di Gerda.

Helena Janeczek, La vita ritrovata di Gerda Taro, Fuoribordo, Pagina99, 28 novembre 2015

 

gerda taro

–  Irme Schaber, Gerda Taro. Una fotografa rivoluzionaria nella guerra civile spagnola, DeriveApprodi (collana Vita activa), 2007, 261 p., tradotto da E. Doria.
Irme Shaber, Gerda Taro, fotorepoterin; mit Robert Capa im spanischen Burger-krieg, Jonas Verlag, 2013.
Irme Schaber, R.Whelan, K. Lubben (a cura di), Gerda Taro, catalogo della mostra al Centro Internazionale di Fotografia, Contrasto, 2009.
Helena Janeczek, Robert Capa, fotografo in fuga, Nazione indiana, 22 ottobre 2013

Long form
Quei begli articoli lunghi. Erano un genere in via d’estinzione, sono diventati un formato di culto (come il vinile!): con delle controindicazioni, Il Post, 28 gennaio 2015.
Jonathan Mahlerjan, When ‘Long-Form’ Is Bad Form, New York Times, 24 gennaio 2015.
Alessandro Leogrande ne parla in questo video insieme a Nicola Lagioia.

 

Freccero, l’esperto di comunicazione, fa circolare la bufala su Hillary Clinton

3 dicembre 2015

Piazza pulita, La 7, 26 novembre 2015

Lo avevo già segnalata in un commento: Carlo Freccero, l’esperto di comunicazione de noartri, fa circolare una bufala nata in Italia l’anno scorso.
Prima scrive sul Manifesto:

Su questo argomento circolano sul Net spiegazioni opposte. Da un lato la famosa affermazione di Hillary Clinton: «l’Isis è una nostra creatura che ci è sfuggita di mano»

E poi, se non bastasse, lo ridice, come se fosse la cosa più normale, in tv a Piazza pulita, (dal minuto, 15,23) Lo dice rinforzando con un Lo sappiamo tutti.
In realtà lo sa solo lui e pochi siti inattendibili come popoffquotidiano e irib, e tutti i polli che ci sono cascati in rete.
Così parla l’esperto di comuncazione:
Inizia mettendo le mani avanti: “Io mi occupo di media non sono un esperto del medioriente … però mi interessa molto il discorso della manipolazione”
Poi aggiunge con sicumera che “tutti noi sappiamo che la stessa Hillary Clinton ha detto che isis l’ha creato anche l’America.”
Lui esperto di media … si sta riferendo (e cosa gravissima contribuisce a farla circolare) ad una volgarissima bufala costruita in Italia su un video del 2012 dove Hillary Clinton stava parlando dei talebani (creati e usati e a suo tempo dagli americani in funzione antirussa), e su una intervista in inglese circolata, nella rete-fogna italiana, in una scorrettissima traduzione che sembra costruita proprio per dare voce e verosomiglianza alla bufala.
Siamo alla fine del 2015 e  la bufala è da tempo che è stata smontata (e QUI), ma l’esperto di comunicazione, quello interessato al discorso della manipolazione delle notizie, onnipresente nei talk show (che naturalmente pagano gli esperti), non nutre alcun sospetto e non si fa alcun riguardo a continuare a diffonderla in tv.
Insomma per la cronaca Hillary Clinton NON ha mai detto che l’isis è creazione sfuggita di mano agli americani.
Certo senza la terribile guerra di Bush in Iraq, daesh oggi non ci sarebbe, come non ci sarebbero i talebani e al qaeda senza l’invasione russa dell’Afghanistan, ma questo è tutto un altro discorso.
E i soliti amanti delle bufale, i feticisti del verosimile, non mi vengano ora a dire che anche se la frase non è mai stata detta, anche se la traduzione è sbagliata, anche se ecc. ecc.  la sostanza non cambia, perché invece cambia moltissimo.
Stavolta la carta stampata (a parte Carlo Freccero sul Manifesto) non ha abboccato.

Mario Calabresi nuovo direttore di Repubblica

26 novembre 2015

immagine presa da Pazzo per repubblica


Aggiornamento, 27 novembre ore 16,55

R. E, Molinari è il nuovo direttore de La Stampa Russo condirettore, Gramellini direttore creativo, La Stampa, 27 novembre 2015, p. 20
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Da sempre, fra i giornali che compro la mattina, c’è Repubblica.
Prima la Repubblica di Eugenio Scalfari poi quella di Ezio Mauro.
Dal 15 gennaio comprerò la Repubblica di Mario Calabresi.
La Repubblica, nel bene e nel male, è il mio giornale quotidiano, ma da un po’ di tempo la leggevo con fastidio. A parte le pagine della Cultura, e alcuni giornalisti bravissimi come Bernardo Valli, il resto mi lasciava spesso l’amaro in bocca. I giornalisti mi sembravano ormai poco seri, sempre più fru fru, come dice Giorgio di Costanzo. Il pettegolezzo leggero, o cattivo, prevaleva sull’analisi seria, il sensazionalismo dei titoli (che poi non corrispondevano mai al contenuto) diventava sempre più esasperato ed esasperante.
Il giornale abbondava sempre più di opinionisti, mentre sempre meno erano i giornalisti veri, quelli  che danno informazioni vere e verificate sul campo, e che ti aiutano a capire cosa succede nel mondo lontano e vicino. Molti giornalisti, per i loro ipotetici e miserandi scoop, frequentavano più la rete della realtà, incappando sempre più spesso nelle bufale idiote di cui la rete è piena.
Tutti questi difetti sono venuti a galla insieme, con il caso Ignazio Marino. Il vergognoso linciaggio, senza verifica, fatto sul sindaco di Roma, è stato, da parte di Repubblica, una cosa abbastanza vergognosa, una brutta pagina di giornalismo. Il mio giornale che si piegava anche lui alla fabbrica del fango è stata una grande delusione.
E anche ultimamente con i fiumi di bit sulla ragazza kamikaze, la prima donna in Europa e bla bla bla, inutili opinioni che si accavallavano a brutte opinioni, per poi limitare a poche righe cartacee, dentro un altro articolo, la rettifica che la ragazza non si era fatta saltare. Questo non è più giornalismo. Per lo meno non è il giornalismo di cui avremmo bisogno in un momento tragicamente reale come questo. Non è il giornalismo a cui Repubblica ci aveva abituato nel passato.
Riuscirà il nuovo direttore a farmi dimenticare l’ultimo periodo? Penso di sì, perché l’attuale direttore della Stampa si è dimostrato molto coraggioso, innovativo e soprattutto molto serio.
Putroppo lascia Adriano Sofri e questo è un peccato, anche se lo potremo leggere nei molti giornali dove scrive. Ma obiettivamente, e malgrado tutto, una cosa è scrivere per Repubblica e un’altra per Il foglio. Sono luoghi e strutture che forse influiscono fortemente anche su scrittura e contenuto.
Scrive Sofri sul Foglio: “Essendo la mia lunga collaborazione a Repubblica un riflesso della mia personale amicizia per Ezio Mauro, naturalmente finirà con la sua direzione“.
Se volete sapere tutto leggetevi il blog del feticista Pazzo per repubblica.

BookPride e Nanni Balestrini

22 marzo 2015

questa immagine di Nanni Balestrini e le altre due sono state prese da QUI

Ricevo l’indicazione da Adriana e con piacere segnalo:

Dal 27 al 29 marzo si svolgerà a Milano il BookPride., dedicato alla Differenza
Sono 120 gli edi­tori che hanno ade­rito all’iniziativa orga­niz­zata dalla coo­pe­ra­tiva Doc(k)s e pro­mossa dall’osservatorio degli edi­tori indi­pen­denti (Odei) ai Fri­go­ri­feri mila­nesi, l’ ex fab­brica del ghiac­cio in via Pira­nesi 10

– BOOK PRIDE – Intervista a Gino Iacobelli – Editori indipendenti

Sabato 28 marzo alle 15 c’è l’intervento di Giorgio Agamben, La differenza.

Inoltre:  Ut pictura poiesis: Nanni Balestrini. Multipli per libri ed editori. A commento delle opere (dagli anni Sessanta a oggi) di Nanni Balestrini diffuse tra gli stand.

Si legga:
Redazione400 ISO – #Poesiatotale: l’arte visiva di Nanni Balestrini, in Lavoro culturale 8 marzo 2015.

Vi posto un articolo dal Manifesto (georgia)

Tutelare la bibliodiversità
Book Pride. Si cercherà di sfatare un tabù cambiando il format e l’impostazione politico-culturale delle fiere del libro
Roberto Ciccarelli

Book Pride, l’orgoglio per i libri. A pochi giorni dall’esordio, la prima fiera degli edi­tori indi­pen­denti a Milano regi­stra un suc­cesso inat­teso. Sono 120 gli edi­tori che hanno ade­rito all’iniziativa orga­niz­zata dalla coo­pe­ra­tiva Doc(k)s e pro­mossa dall’osservatorio degli edi­tori indi­pen­denti (Odei) ai Fri­go­ri­feri mila­nesi, l’ ex fab­brica del ghiac­cio in via Pira­nesi 10, da venerdì 27 marzo a dome­nica 29 marzo. L’ambizione è tra­sfor­mare il Book Pride in un appun­ta­mento annuale. Un tra­guardo ambi­zioso, visto che sono stati diversi i ten­ta­tivi di creare una fiera del libro a Milano. Può darsi che la vici­nanza del Salone inter­na­zio­nale del libro a Torino abbia scon­si­gliato l’Associazione ita­liana edi­tori (Aie) ad orga­niz­zarne un’altra in Lom­bar­dia. Que­sta regione rap­pre­senta tut­ta­via il 30% del mer­cato edi­to­riale ita­liano ed è anche il cuore di un’industria in crisi che nei pros­simi mesi potrebbe regi­strare una nuova con­cen­tra­zione mono­po­li­stica tra Mon­da­dori e Rcs Libri. Book Pride cer­cherà di sfa­tare un tabù cam­biando il for­mat e l’impostazione politico-culturale seguite dalle fiere del libro. Gli orga­niz­za­tori aspi­rano a tute­lare la «biblio­di­ver­sità», un con­cetto già ela­bo­rato nel 2012 nel mani­fe­sto degli edi­tori Odei. La fiera mila­nese rap­pre­senta il banco di prova per spe­ri­men­tare un sistema cul­tu­rale diverso da quello impo­sto dalla mono­cul­tura che ragiona in base al fat­tu­rato e all’omologazione del pub­blico (tele­vi­sivo). Per que­sto Book Pride può essere con­si­de­rato un pre­si­dio nel cuore della bestia. Nuova, e corag­giosa, è la scelta dell’auto-finanziamento. Gli edi­tori par­te­ci­panti hanno ver­sato 600 euro a stand (se mem­bri di Odei) o, altri­menti, 700 euro. Cifre che sono la metà, o quasi, di quanto di solito pagano gli edi­tori per par­te­ci­pare alle fiere di Roma o di Torino. L’iniziativa non ha rice­vuto finan­zia­menti pub­blici né pri­vati. La scelta è quella dell’indipendenza. A tutto tondo. Per il pub­blico la novità sarà l’ingresso gra­tuito. Per seguire la pro­gram­ma­zione cul­tu­rale, dedi­cata non a caso al tema della «dif­fe­renza», non si dovranno acqui­stare biglietti. Non è un det­ta­glio da poco. Gli orga­niz­za­tori dicono di essere con­trari all’idea per cui per cono­scere un edi­tore, incon­trare un autore, com­prare un libro biso­gna pagare: «Entrare in una fiera del libro non è come entrare in uno zoo». Aper­tura e inclu­si­vità, segnali che hanno sen­si­bi­liz­zato gli ope­ra­tori pro­fes­sio­nali, men­tre cre­sce l’interessamento delle libre­rie indi­pen­denti mila­nesi. L’indipendenza, poi, non è l’espressione solo di un for­mat orga­niz­za­tivo. Que­sta nozione carat­te­rizza anche lo stile e i con­te­nuti della comu­ni­ca­zione sui social net­work. Il pro­getto gra­fico, edi­to­riale e video è stato ela­bo­rato dagli atti­vi­sti e dagli arti­sti di Macao, soci di Docks. Uno stu­dio rea­liz­zato nelle ultime set­ti­mane sulle piat­ta­forme comu­ni­ca­tive delle altre fiere ha rive­lato un uso dei social poco orga­nico ed estem­po­ra­neo. Manca, a parere degli orga­niz­za­tori, una comu­ni­ca­zione pen­sata appo­si­ta­mente per i nuovi media che sap­pia vei­co­lare i clas­sici con­te­nuti edi­to­riali insieme al coin­vol­gi­mento attivo degli utenti. Così con­ce­pita, Book Pride non si pre­senta come un evento espo­si­tivo di merci che col­la­ziona espe­rienze già date, ma come un discorso col­let­tivo basato sulla con­di­vi­sione dei con­te­nuti di chi vi par­te­cipa. Per que­sta ragione è stato scelto di orga­niz­zare un media cen­ter secondo i prin­cipi del co-working. Nello stesso spa­zio si punta a rea­liz­zare l’interazione tra gior­na­li­sti «tra­di­zio­nali», blog­ger, cor­ri­spon­denti di webra­dio e webTv e delle più impor­tanti rivi­ste cul­tu­rali online ita­liane (Alfa­beta, Car­milla, Dop­pio­zero, Le parole e le cose, Libera Tv, tra gli altri). Tra i media part­ner dell’iniziativa ci sono Macao, il mani­fe­sto, Radio Popo­lare, l’Institut Fra­nçais. Il comune di Milano ha dato il suo patro­ci­nio.
«Uno dei pro­blemi che abbiamo oggi è quello di non avere un tetto comune – afferma Sil­via Jop, coor­di­na­trice del sito cul­tu­rale Lavoro Cul­tu­rale, media part­ner di Book Pride – Esi­ste una dif­fe­renza este­tica pro­fonda nei nostri lavori, soprat­tutto se ti occupi di que­stioni cul­tu­rali, che ren­dono dif­fi­cile lo svi­luppo di una rifles­sione orga­nica. Par­tire dallo spa­zio in cui svi­lup­piamo que­ste pra­ti­che, cioè il web, può essere di par­tenza in cui incon­trarsi. Il pro­blema è poli­tico e riguarda tutte le pro­fes­sioni che lavo­rano con l’informazione o la cul­tura. Tutto si svolge su un ter­reno sem­pre più imma­te­riale. E visto che l’unione fa la forza, si spera che ragio­nando insieme potremo met­tere a valore l’immateriale che vale quanto i pro­dotti mate­riali». Par­ti­co­lare atten­zione verrà pre­stata alla «cul­tura mate­riale» indi­pen­dente. Nei 630 metri qua­dri dei Fri­go­ri­feri Mila­nesi ci sarà spa­zio anche per un’enoteca auto­ge­stita da alcuni dei vigna­ioli come l’Aurora o la Viranda che si oppon­gono all’agroindustria e all’omologazione del gusto. La stessa ten­sione che acco­muna gli edi­tori per i quali Book Pride è un «evento».
Il Manifesto, 21 marzo 2015

le migliori prime pagine

9 gennaio 2015

Prime pagine di oggi

Pagina 99 (11 febbraio 2014 – 3 gennaio 2015)

4 gennaio 2015


Chiude Pagina 99 cartaceo, rimane la pagina on line, twitter, facebook,
Il primo numero era uscito l’11 febbraio 2014.

Franco Marcoaldi intervista Cecchi, Celati, Caramore e Dondero

18 agosto 2014

Carlo Cecchi

Una serie di bellissime interviste di Franco Marcoaldi su Repubblica.
Le prime 4 a Carlo Cecchi (15 agosto), Gianni Celati (13 agosto) Gabriella Caramore (11 agosto, anche QUI) e Mario Dondero (9 agosto).
Vi posto quella a Carlo Cecchi, interessante e anticonformista come sempre. 
A chi interessasse puo leggersi La dodicesima notte QUI, purtroppo la traduzione non è quella bellissima di Patrizia Cavalli (geo)

Le battaglie sono finite Combattere è inutile
“Il Valle? Avrei voluto vedere cosa sarebbe successo in Francia se avessero occupato l’Odéon”
“L’omicidio di Pasolini è stato il prologo di orrori futuri conclusi con Moro. E dopo? Tutto rimosso”
Franco Marcoaldi

DA UOMO che di teatro e grazie al teatro vive, Carlo Cecchi sembra come rigenerato, pieno d’energia e vitalità, dopo aver messo in scena La dodicesima notte di William Shakespeare che ha debuttato al Teatro romano di Verona. In un tempo in cui tutti gli artisti, compresi i teatranti, sono letteralmente ossessionati dal consenso, Cecchi ha il vantaggio di guardare le cose di questo mondo con aristocratico distacco. Anche se questo non gli impedisce, come è ovvio, di gioire e molto per i risultati felici. «È stato un piccolo miracolo», dice.
«Tutto ha funzionato a meraviglia: i giovani e giovanissimi ragazzi della compagnia; la bellissima traduzione di Patrizia Cavalli, le musiche di Nicola Piovani, i costumi di Nanà Cecchi. Quando è così, il teatro mostra la sua suprema forza; oggi ancora più grande di ieri, direi. Perché finalmente sul palcoscenico accade qualcosa di reale, che ci strappa via da quel cancro assoluto e irreale rappresentato dall’informazione, la comunicazione, la rete. Sarò anche uno snob: ma faccio notare che il teatro è l’unica forma espressiva che sfugge alla trappola di internet. Sì, possono fare un video tratto da uno spettacolo e mandarlo in rete, ma questo non è teatro. Perché il teatro accade solo lì, in quella precisa unità di tempo e di spazio».

Forse le toglierò in parte questo suo buon umore, ma vorrei sapere cosa pensa della vicenda del Valle occupato.
«Che si trattasse di una cosa vergognosa l’ho capito da subito. Gli occupanti mi cercavano e così, un certo giorno, sono andato a incontrarli. Erano due maschi un po’ depressi e una femmina molto parlante. Dicevano cose da pazzi, soprattutto lei. Quali sono i vostri progetti? chiedo. E lei, senza batter ciglio, anzi con un certo sussiego: faremo in modo che il Valle diventi per la drammaturgia italiana quello che il Royal Court è per la drammaturgia inglese. Ora, dal ‘56, quindi da Look Back in Anger in avanti, il Royal Court produce e pubblica, con un ritmo crescente, una media di venticinque novità all’anno. E tra questi titoli ci sono tutti i più grandi: da Pinter e Stoppard fino a Sarah Kane. Capisci, e il Valle avrebbe fatto lo stesso per la drammaturgia italiana… Va buo’… Mi dicono ora che la ragazza parlante abbia fatto una brillante carriera, in qualche settore del Partito, o del Comune».

Il Comune, appunto. Come giudica il comportamento delle istituzioni?
«Per lungo tempo il Comune si è mosso secondo una logica di basso cinismo e bieca stupidità: meglio così, si saranno detti. Se il Valle fosse libero, dovremmo gestirlo noi: pensa che rogna…E anche adesso, in apparenza rinsaviti, che fanno? Riconoscono comunque il “valore artistico” di quell’esperienza. Ma dico io: un teatro tra i più belli d’Italia, il più antico di Roma, dove hanno cantato i più grandi cantanti e recitato i più grandi attori, finito in mano a una banda di pappagalli. Anche stranieri, aggiungo — che hanno applaudito a questo straordinario “evento”, pensa tu, del teatro occupato. Vorrei vedere se ai francesi gli occupassero l’Odéon o ai tedeschi il Berliner Ensemble. E io dovrei perdere le mie energie dietro a loro? No grazie, ho di meglio da fare. Anche se si trattasse di un nulla da fare».

Vuol dire che ha deciso di chiamarsi fuori? Non pensa che sia comunque giusto condurre a viso aperto la propria battaglia?
«Io non faccio nessuna battaglia e non mi chiamo affatto fuori. Ho un legame profondissimo con questo paese. Avendo avuto la fortuna di nascere qui, ho sviluppato una speciale sensibilità verso la bellezza, in tutte le sue forme. Anche se la parola “bellezza”, ormai, è sputtanata, inutilizzabile. E poi ho un legame profondo con la mia lingua. Io recito. E recito in italiano. Amo enormemente il teatro e per farlo utilizzo uno strumento che è il mio corpo, che però si esprime verbalmente in italiano. Questa è la mia unica battaglia, anzi è Mein Kampf! Di certo non partecipo al cosiddetto dibattito culturale, anche perché non mi pare ci sia alcun modo per azzardare orizzonti diversi da quelli imperanti».

In passato forse non era così. Un articolo di Pasolini sulla scuola o l’aborto smuoveva qualcosa. La sua parola incideva sul contesto circostante.
«È per lo più un’illusione retrospettiva. Ha inciso sì, ma solo nel senso che l’ha condotto alla morte: per se stesso, ha inciso. L’orribile omicidio di Pasolini ha rappresentato il prologo di orrori futuri, conclusi con il sequestro e l’assassinio di Moro… E dopo questo periodo terrificante, che cosa è successo? Tutto rimosso, è arrivata la Milano da bere e sono i arrivati i ministri che scrivevano i libri sulle discoteche. Poi, a seguire, grazie al capolavoro del Cavaliere, la presupposta opposizione ha dato luogo a un processo di assimilazione mimetica con il presupposto avversario. Ce lo dimentichiamo troppo spesso, ma il guaio principale di questo paese è culturale, prima che politico».

E si è progressivamente imposto un hegelismo d’accatto: il reale è razionale. Dunque è inutile perdere tempo immaginando altri scenari, altre possibili realtà.
«Ma questo è un problema che riguarda l’intero occidente. Prendiamo, di nuovo, l’esempio del teatro. A Parigi gli spettacoli francesi ti fanno cadere le braccia. Le uniche cose interessanti arrivano da altri luoghi, estranei alla tradizione occidentale: vengono dal Sud Africa, dall’Afghanistan, dalla Palestina… È come se la vitalità europea si stesse spegnendo. E siccome l’Italia rappresenta da sempre un rivelatore particolarmente sensibile dello stato di salute europeo, noi siamo in pole position. Sia nei momenti alti, che nella frana attuale».

E allora dove cercare alimento per la propria esistenza?
«Altrove. Ad esempio in società più vitali, dove l’effetto di spiazzamento risulti più forte. Ricordo il meraviglioso riposo mentale avvertito in Iran grazie alla totale assenza di pubblicità, in ogni sua forma. Una vera e propria ecologia della mente, che si è ripetuta poi nel Camerun. Per sgomberare il campo dalle infinite tossine che ci affliggono bisogna cambiare scenario. Il teatro in fondo, con altre modalità, questo rappresenta. Perché consente di rianimarsi, di risvegliarsi alla vita. A Verona, durante lo spettacolo, il pubblico non era soltanto plaudente, ma grato. Quasi dicesse: ma allora esiste un altro modo di respirare!»

E di immaginare.
«Perciò Shakespeare è così attuale. Non perché nostro contemporaneo, ma perché incarna il trionfo dell’immaginazione. Lo si scopre giorno dopo giorno, lavorando dentro i suoi testi. È un autore totalmente privo di didascalie, ma più scavi e più scopri che le didascalie sono direttamente nel testo. Gli attori stessi dicono come va recitata una certa scena o una certa battuta. L’ennesima dimostrazione che l’arte tutta, ma Shakespeare in massimo grado, ci avvicina alla realtà più profonda, nascosta, che si può conoscere soltanto attraverso l’immaginazione. E questo tesoro, malgrado tutto, non andrà perduto».
Repubblica,15 agosto 2014, p. 39.