Archive for the ‘Uncategorized’ Category

Chi di spada ferisce di spada perisce

18 giugno 2016

Chi di spada ferisce di spada perisce
Ora non credo che Virginia Raggiperirà” per lo meno non ora al ballottaggio, anzi credo vincerà e poi avrà tutto il tempo per difendersi e dimostrare se è innocente o meno.
Non so se la Raggi sia davvero “colpevole“, non sono in grado di capirlo,  però ricordo che, comunque sia, anche Ignazio Marino era del tutto innocente per la storia degli scontrini e della finta cena a sbafo con la moglie, eppure il M5s ha denunciato Marino che ha avuto l’avviso di garanzia ed è stato costretto a dimettersi (in malo modo) permettendo così a Raggi di diventare sindaco (se lo diventerà come è molto probabile) ed essere oggi votata da quegli stessi (casa Pound e fratelli d’italia, forza Salvini) che urlavano sotto le finestre del sindaco chiedendone le dimissioni, e fra quelli c’era la Raggi, la Lombardi e tutto il M5S. Oggi Virginia grida alla fabbrica del fango, può essere, non sarebbe una novità in Italia, ma certo sarebbe oggi più credibile se lo avesse urlato anche quando urlava contro Marino. Tra l’altro è un fuoco amico che la colpisce visto che Il fatto quotidiano è sempre stato uno sponsor del M5s (georgia)

Marco Lillo, Elezioni comunali Roma 2016: Virginia Raggi e l’incarico dalla Asl di Civitavecchia. In cambio di 13mila euro dovrebbe recuperarne 860mila da un nullatenente (oggi defunto): il suo cliente, l’azienda sanitaria, per tre anni ha impedito alla Corte dei conti di sapere la verità, Il fatto quotidiano,  17 giugno 2016

Alessandro De Angelis, Alfonso Sabella: “L’avviso di garanzia alla Raggi è un atto dovuto“, HuffingtonPost, 17 giugno 2016

Federica Angeli, Incarichi Asl, la Raggi: “Tutto dichiarato”. Ma la Procura apre il fascicolo. La candidata al Campidoglio su Facebook pubblica l’autocertificazione del 2015. Il Pd: “Rotto il silenzio elettorale”. Serracchiani: “E’ bugiarda, si ricordi quando mentì su Sky“, Repubblica, 18 giugno 2016.

il dispositivo Foucault

25 maggio 2016

Il potere va colto, assunto o combattuto, non tanto nel suo effetto repressivo, ma in quello produttivo. Ciò che conta non è quanto impedisce, ma quanto sollecita. Non i suoi divieti, ma le sue seduzioni. Non è questo l’enigma intorno al quale ruota ancora la nostra vita, senza riuscire a venirne a capo?
(roberto esposito)

Disegno di Tullio Pericoli

La riscoperta (anche editoriale) del filosofo che più di ogni altro ha scavato nei meccanismi punitivi e seduttivi del potere
L’eterno ritorno del teorema Foucault
Roberto Esposito

Gilles Deleuze racconta che Michel Foucault non era percepito come una persona, ma come un moltiplicatore di effetti: «Quando entrava in una stanza provocava un cambiamento di atmosfera, una specie di evento, si determinava un campo elettrico o magnetico». A questa capacità di modificare opinioni consolidate, di sollecitare nuovi sguardi sulla realtà, è legata la forza e la durata del suo pensiero. Certo, la sua influenza si è spostata di livello nel corso del tempo. Se negli anni Settanta, quando egli stesso era impegnato nella lotta per la riforma delle istituzioni carcerarie, ha influenzato in maniera diretta soggetti e movimenti politici, successivamente la sua voce è parsa affievolirsi nell’ambito della sfera pubblica. Ma poi, poco alla volta, è tornata a insediarsi al centro del dibattito teorico, fino a diventare forse la più influente nella filosofia continentale.
A cosa si deve tale presenza? E, più in generale, cosa resta oggi vitale all’interno della sua opera? La traduzione del Corso al Collège de France del 1972-73, edita per Feltrinelli con il titolo La società punitiva, a cura di Pier Aldo Rovatti e Deborah Borca, con una postfazione di Bernard Harcourt, può costituire l’occasione per rispondere a questi interrogativi. Quel corso, anticipando i temi del libro apparso due anni dopo, Sorvegliare e punire, è dedicato a una ricerca sul ruolo sociale dell’istituzione carceraria a partire dagli inizi dell’Ottocento. Ma, come sempre avviene in Foucault, l’analisi storica, o più propriamente genealogica, sul passato, getta un intenso fascio di luce sul presente. È questo singolare incrocio tra erudizione profonda e potenza teoretica, tra storia e attualità, il tratto più caratteristico del suo pensiero, che ne fa il riferimento obbligato per l’apertura di sempre nuovi cantieri di ricerca.
Il punto di partenza del libro è la domanda su quali siano i rapporti di potere che, alla fine del XVIII secolo, hanno reso possibile l’emergenza storica di qualcosa come la prigione. Prima di allora essa esisteva, ma con una funzione più detentiva che punitiva. Mentre le punizioni si inscrivevano sul corpo del colpevole con un effetto terribilmente teatrale — gogna, rogo, supplizi, esecuzioni di piazza — a partire dai primi dell’Ottocento l’intero sistema penale inizia a ruotare intorno al sistema carcerario. Più che alle teorie riformiste in campo penale, come quelle di Beccaria e di Brissot, tale trasformazione risponde per Foucault a un’esigenza funzionale dell’organizzazione capitalistica. Benché la prigione non facesse affatto diminuire il numero dei criminali, anzi spesso lo aumentasse, essa aveva un doppio ruolo strategico nella società del tempo. Quello di controllo e sorveglianza. E quello di un disciplinamento sociale della manodopoera confacente al modo di produzione capitalistico.
A partire da tali premesse prendono forma gli elementi più generali di ciò che, adoperando un suo stesso termine, potremmo definire il “dispositivo Foucault”. Al suo centro vi è un decisivo spostamento nell’analitica del potere, che prende le distanze da tutte le interpretazioni classiche. Il primo passaggio di paradigma riguarda la sua relazione intrinseca con ciò che Foucault chiama “guerra civile”. Diversamente da quanto sostiene Hobbes, il potere non solo non interviene per mettere fine al conflitto, ma da esso si genera, prima di riprodurlo a sua volta. La guerra civile non coincide con lo stato naturale, ma è interna e costitutiva dell’ordine politico. Ciò non significa che il ruolo di legittimazione della legge venga meno, ma esso, anziché situarsi a monte, è l’esito delle lotte e dei rapporti di forza che di volta in volte queste determinano.
Il secondo vettore che dal testo di Foucault si irradia nella filosofia contemporanea è costituito da una radicale applicazione del programma avviato da Nietzsche ne La genealogia della morale. All’origine della transizione del sistema penale dalla messa in morte pubblica nell’ancien régime alla carcerazione moderna vi è la moralizzazione della criminalità operata dai quaccheri che, in rottura con la tradizione inglese della pena di morte, affidano alla prigione un compito di redenzione del condannato.
È a partire dalla secolarizzazione di tale concezione che la borghesia crea una società disciplinare destinata a reprimere ogni deviazione rispetto alle nuove esigenze produttive. In questo modo l’antico dissidente diventa un vero e proprio criminale. Egli non è più punito perché offende il re, ma perché ostacola il meccanismo di produzione sociale. È allora che gli illegalismi dei ceti più poveri, prima tollerati o addirittura favoriti nelle pieghe del codice giuridico, vengono repressi e sanzionati con una sorta di legge del contrappasso: come il salario compensa il tempo del lavoratore regolare, così il carcere sequestra il tempo di chi rompe le norme sociali, condannandolo all’inoperosità.
A questo spostamento dal regime sovrano — ancora legato ai rituali dei pubblici supplizi — alla società disciplinare, volta al controllo normativo delle anime e dei corpi, si connette il terzo orientamento che gli studi contemporanei assorbono dalla lezione di Foucault. Si tratta dello spostamento dell’analisi del potere dai piani alti della politica a quello, meno in vista ma più esteso, delle dinamiche sociali. Il potere non passa solo per gli apparati ideologici dello Stato, come voleva Althusser, ma anche e soprattutto per i luoghi quotidiani della famiglia, del lavoro, della sessualità, della scuola. Esso non si concentra in un singolo punto, ma è diffuso lungo tutto lo scenario della vita quotidiana.
Nel successivo saggio La volontà di sapere e nei contemporanei corsi sulla biopolitica il progetto di Foucault trova la sua espressione più compiuta, investendo l’intero ambito dell’esperienza contemporanea. Il potere va colto, assunto o combattuto, non tanto nel suo effetto repressivo, ma in quello produttivo. Ciò che conta non è quanto impedisce, ma quanto sollecita. Non i suoi divieti, ma le sue seduzioni. Non è questo l’enigma intorno al quale ruota ancora la nostra vita, senza riuscire a venirne a capo?
Repubblica, 19 maggio 2016, p. 37 (e QUI)

Firenze, voragine sul Lungarno

25 maggio 2016

Lungarno Torrigiani, foto di Maurizio Degl’Innocenti (da QUI)

Firenze, voragine di 200 metri sul Lungarno, causata dalla rottura di un tubo dell’acqua (Ansa)

VIDEO dall’alto

ciao marco

19 maggio 2016


E’ morto Marco Pannella, grande combattente per i diritti di tutti noi, mi dispiace veramente molto, anche se spesso ero in disaccordo con lui, lascia un vuoto democratico incolmabile. Nessuno potrà prendere il suo posto (georgia)

Gianroberto Casaleggio 1954 -2016

12 aprile 2016

Repubblica, Il fatto quotidiano, La stampa,

il mio cuore oggi è in Belgio

22 marzo 2016

Il mio  cuore oggi è in Belgio.

presa da QUI

2016

31 dicembre 2015

 

 

 

 

 

 

Grande errore defenestrare Marino dal Campidoglio

28 dicembre 2015

manifestazione per Marino dopo la defenestrazione notarile

i 26 consiglieri del comune di Roma che si dimisero allunisono davanti al notaio

–  Ignazio Marino intervistato da Huffington Post, 27 dicembre 2015.
Goffredo De Marchis, Nelle città al voto anno zero per Renzi Allarme Roma e Napoli. Sondaggi negativi, candidature deboli o assenti E intanto Lotti, il selezionatore, incassa rifiuti, Repubblica 27 dicembre 2015
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Renzi è abile, molto abile e io lo seguo da un anno, malgrado tutto, quasi ammirata.
Ma, l’abile e bravissimo politico Renzi, ha fatto un enorme, gigantesco, siderale errore politico. Si è fatto trasportare dalle beghe del M5s (fiancheggiato questo da Fratelli d’Italia e Casa Pound) a far dimettere il sindaco legittimo di Roma Ignazio Marino.
Grande errore aver fatto fuori il sindaco, doppiamente legittimato (candidato tramite primarie ed eletto direttamente)! E poi  in quella maniera indegna ideata dal banalmente fosco Matteo Orfini con i 19 consiglieri del pd che si dimettavano all’unisono, sotto comando, con atto notarile stilato in Campidoglio dal Notaio Claudio Togna,  e che poi sgusciavano, rossi solo dalla vergogna, nella notte dalla porta del carico scarico merci. Sembrava di assistere ad una telenovela (comica e non cruenta) sui Borgia :-)))). Una macchia indelebile nella storia del PD.
Quasi sicura la sconfitta del Pd a Napoli e a Roma. Ma mentre a Napoli è scontata da sempre visto che a logica De Magistris dovrebbe riottenere facilmente il secondo mandato, a Roma Renzi se l’è proprio cercata arrogantemente e grettamente..

Il candidato scelto per Roma (caso mai si votasse a breve)  Roberto Giachetti (ex radicale come Marino) è ottimo ma non ce la può fare contro un M5s in crescita, una destra che a Roma è ancora forte e un Marino che dovesse correre con lista propria.
Ha una sola possibilità il politico Renzi se non vuol perdere a Roma: candidare Marino e farlo correre alle primarie ;-). Ma non lo farà perché è privo di quella grandezza d’animo, di quella magnanimità che è dote solo di pochi grandi politici.
In quanto a Giachetti, dando per scontato che il pd perderebbe comunque alla grande (vsto che il pd romano è impresentabile), potrebbe anche vincere come sindaco e sarebbe poi l’unico candidato in grado di ottenere, pur essendo renziano da sempre, una maggioranza di appoggio composta da Marino e M5s. Vassapè, le vie della politica ormai sono infinite, per gli uomini intelligenti e di buona volontà.
E poi Giachetti … ah, se gli avessero dato retta quando faceva lo sciopero della fame per riportare la vecchia legge elettorale e cancellare il porcellum … ah, gli avessero dato retta quelli del pd (quelli della ditta), ci saremmo risparmiati tutte le polemiche sull’Italicum, che sarà anche non perfetto ma certo è meglio del porcellum. TUTTO è meglio del porcellum, la peggior legge, la più infingarda, fatta dalla Repubblica italiana (georgia)

Auguri a tutti

23 dicembre 2015

AUGURI A TUTTI QUELLI CHE PASSERANNO DI QUI

Mario Dondero, Parigi 16 ottobre 1959, la storia della «photo du Nouveau roman»

14 dicembre 2015

Corriere, 24 agosto 2015, p. 30

 

Segnalo anche altri link dove si parla della foto:
Repubblica, Nuovi Argomenti, Perseè.fr (e QUI in pdf)

 

Testimoni Parigi, 16 ottobre 1959: Samuel Beckett e gli altri.
Il ricordo dell’autore dello scatto
Così misi in posa il Nuovo romanzo
Storia della foto che ci cambiò la vita

Come andò che mi riuscì di fare la fotografia che è diventata in seguito la photo du Nouveau roman? Una fotografia che è stata pubblicata e ripubblicata infinite volte e che ha persino ispirato uno spettacolo teatrale, messo in scena al festival di Avignone e poi, più tardi, a Parigi? La mattina del 16 ottobre 1959 il cielo era grigio sopra la Rue Bernard Palissy, nel cuore di Saint-Germain-des-Prés. Un cielo, per un fotografo, da 1/250, 5/6. Erano le dieci e trenta circa e io stazionavo davanti alle Editions de Minuit, al numero 7 della strada, facendo passare i minuti che mi separavano dal mio appuntamento con l’editore Jérôme Lindon. Non lo sapevo ancora, ma quel 16 ottobre sarebbe stato una data fatidica per me e un poco anche per la storia della letteratura. Quel giorno avrei scattato la famosa foto del Nouveau roman . Mentre aspettavo, alcuni uomini a me sconosciuti entravano alla spicciolata nella casa editrice. Guardai per qualche minuto le vetrine in cui si allineavano i volumi più recenti di Minuit, testi di Alain Robbe-Grillet, Michel Butor, di Samuel Beckett. Guardavo con curiosità quell’edificio che aveva ospitato per anni, anche sotto l’occupazione tedesca di Parigi, una maison close , un bordello. Dopo la Liberazione, le Editions de Minuit, casa editrice nata durante la Resistenza, si installò in quei locali. Minuit debuttò nella vita letteraria con un grande libro, Le silence de la mer ( Il silenzio del mare ) di Vercors.
Nel frattempo era giunta l’ora del mio appuntamento. Entrai e salii la stretta scala che conduceva all’ufficio dell’editore. Jérôme Lindon e sua figlia Irène, che imparava il mestiere di editore, officiavano all’ultimo piano. Quando vi giunsi, erano già arrivati alcuni degli scrittori che l’editore aveva convocato per una foto che li riunisse tutti. Il mio compito era quello di realizzare una foto degli scrittori che si dedicavano alla letteratura con un approccio completamente nuovo e distaccato dalla tradizione precedente. Nella loro scrittura il personaggio perdeva l’importanza tradizionale e i testi erano concentrati sulle caratteristiche della realtà, private dalla soggettività umana. Lo sguardo fotografico era quello privilegiato. Si è parlato anche di Ecole du regard per definire l’atteggiamento di quegli autori nei confronti del reale. In un noto articolo del 5 maggio 1957, apparso su «Le Monde», il termine era stato coniato da Emile Henriot.
Le Editions de Minuit annoveravano gran parte di quegli scrittori, tra i quali Alain Robbe-Grillet, Claude Simon, Nathalie Sarraute, Claude Mauriac, Robert Pinget, Claude Ollier, Michel Butor. La mia idea di quella fotografia, che avevo proposto a Lindon, aveva molto sedotto l’editore che con il suo prestigio non aveva avuto difficoltà a radunare la piccola assemblea. Il mio reportage doveva essere pubblicato, come infatti avvenne, da «L’llustrazione Italiana», allora diretta da Pietrino Bianchi, con un vivace redattore capo, Gaetano Tumiati. L’articolo che accompagnava le fotografie venne poi scritto da Giancarlo Marmori, con il quale avevamo selezionato gli scrittori da includere nel servizio. Claude Mauriac ha raccontato nel suo diario, Le temps immobile , come si svolse, quella mattina, la piccola cerimonia della foto di un gruppo eterogeneo di scrittori che neppure si conoscevano tra di loro.
Venni accolto molto cordialmente e presentato, per così dire, da Robbe-Grillet, che avevo conosciuto in precedenza, con una reale empatia. Per ragioni di spazio e di luce scendemmo in strada. Nel frattempo era arrivato anche Samuel Beckett e il gruppo era quasi al completo. Avremmo voluto includere Marguerite Duras, che invece non volle venire, forse perché stava passando a un altro editore oppure perché temeva l’occhio fotografico, lei che era stata bellissima. Mancavano ancora all’appello Michel Butor e Jean Cayrol, l’autore dello straordinario commento al film di Alain Resnais Notte e nebbia su Auschwitz. Non figurarono nella fotografia, ma li ripresi quando poi arrivarono, con altri scatti. Non ricordo di essere stato particolarmente emozionato, anche perché l’atmosfera era molto cordiale e lo stesso Beckett, che passava per essere terribilmente foto-fobico, fu invece molto amabile. Tuttavia mi incombeva la responsabilità di prendere la direzione delle operazioni e di comporre il gruppo. Scelsi di non comporre l’immagine. L’unica cosa che feci fu di chiedere ai presenti di non guardare il fotografo e di non mettersi in posa, ma di essere come un gruppo di persone colte casualmente, come fossero in attesa di qualcosa o di qualcuno. In effetti si aspettava l’arrivo degli ultimi due scrittori e, nella fotografia, si vede appunto Jérôme Lindon che guarda altrove: stava guardando se arrivasse in taxi Michel Butor. Su quella fotografia, in seguito, si sono scritti molti articoli, in particolare su «Le Nouvel Observateur», che, in un articolo memorabile, «vivisezionò» la foto e i suoi protagonisti, tra i quali due, Beckett e Simon, ebbero successivamente il premio Nobel. Claude Mauriac ha raccontato nei dettagli come andò la cosa. Scrive che «il giovane Mario Dondero scattò con allégresse et hâte (in fretta e allegramente) una ventina di fotografie». Quella foto è diventata così famosa grazie a Jérôme Lindon, al quale io diedi le fotografie, dopo averle pubblicate su «L’Illustrazione Italiana». Furono le Editions de Minuit a diffondere la fotografia, che poi è finita nei libri di scuola, alla televisione, ripetutamente pubblicata. La casa editrice rispettò anche i miei diritti sotto il profilo commerciale, nella suddivisione dei benefici che furono cospicui. Questa foto mi ha creato in Francia una speciale notorietà come fotografo letterario, cosa che in effetti non ho mai voluto essere, essendo sempre stato un fotografo onnivoro, curioso di tutte le realtà.
Mario Dondero
Corriere della sera, 24 agosto 2015, p. 30.

da sinistra a destra: Alain Robbe-Grillet, Claude Simon, Claude Mauriac, l’editore Jérôme Lindon, Robert Pinget, Samuel Beckett, Natalie Sarraute, Claude Ollier. Foto di Mario Dondero a Parigi davanti alla sede delle Edition de Minuit, il 16 ottobre 1959. La casa editrice stava al numero 7 di Rue Bernard Palissy.


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