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Carta dei diritti a tutela degli utenti-internauti

17 ottobre 2014

È stata stesa una bozza della Dichiarazione dei diritti in Internet, elaborata dalla Commissione di studio per i diritti e doveri relativi ad Internet, presidentedella commissione Stefano Rodotà, istituita dalla Presidente della Camera Laura Boldrini. Il documento, in prima bozza, è composto da un preambolo e da 14 articoli, e, su di esso, a partire dal 27 ottobre i cittadini interessati potranno contribuire con proposte. (cfr)

Potete leggere la bozza in pdf.

Trovo molto interessante l’articolo 9 che sancisce il diritto di girare in rete anonimo Mi ha riportato alla mente le tante discussioni in rete (per me del tutto assurde) sul dovere di metterci la faccia.
A mio giudizio erano opinioni degnissime, ma che denotavano una arretratezza culturale, la non conoscenza culturale del nuovo mezzo.
Per lo più però erano dettate  da piccoli,  e giganteschi, motivi  mercantilistichi che hanno fruttato miliardi alla raccolta delle informazioni per le multinazionali, per la conoscenza dei gusti dei consumatori globali e, anche, hanno contribuito piccole carriere dei singoli.
Oggi persino Facebook si è adeguata e permette l’anonimato.
Naturalmente il diritto all’anonimato non deve significare il diritto di offendere, aggredire, infamare cosa che però è sempre successa ugualmente e anzi i più aggressivi sono quasi sempre stati i naviganti presenti con nome e cognome stampato sul cappellino.
9.ANONIMATO
Ogni persona può comunicare elettronicamente in forma anonima per esercitare le libertà civili e politiche senza subire discriminazioni o censure. Limitazioni possono essere previste solo quando siano giustificate dall’esigenza di tutelare un interesse pubblico e risultino necessarie, proporzionate, fondate sulla legge e nel rispetto dei caratteri propri di una società democratica. Nei casi previsti dalla legge e con provvedimento motivato dell’autorità giudiziaria l’autore di una comunicazione può essere identificato quando sia necessari o per garantire la dignità e i diritti di altre persone.

Vi segnalo anche l’ inchiesta di Repubblica del luglio, dove c’è anche una interessante intervista a Rodotà.

Solidarietà a Giuliana Sgrena. La pensiamo allo stesso modo insultateci tutti.

22 maggio 2014

giuliana sgrena 2005

Il mio primo post del mio vecchio blog, Georgiamada, su splinder (oggi chiuso per cessata attività di splinder), il 12 febbraio 2005 era dedicato a Giuliana Sgrena presa in ostaggio in Iraq e la foto era questa che posto.
Oggi Giuliana Sgrena, candidata della Lista Tsipras (L’altra Europa), è vittima di un linciaggio vergognoso, volgare e squadrista. Offese indicibili  appaiono sulla sua pagina Facebook.
Come scrive oggi il Manifesto: “La pen­siamo allo stesso modo. Insul­ta­teci tutti!

- Il collettivo del Manifesto, I cecchini non finiscono mai, il manifesto con Giuliana Sgrena, Il manifesto 22 maggio 2014.
Carmine Saviano, Giuliana Sgrena candidata per Tsipras, minacce e insulti su Facebook: “Guardati le spalle”.
La giornalista del Manifesto vittima del sequestro in Iraq nel 2005, finito in tragedia con l’uccisione dell’agente italiano Nicola Calipari, finisce oggetto di una campagna d’odio dopo l’appello al voto per le Europee. La denuncia della lista Altra Europa, e da lei l’impegno a continuare l’impegno politico “con maggiore determinazione”, Repubblica, 21 maggio 2014.
-IntervistaGiuliana Sgrena: contro di me una campagna di odio della destra. La giornalista, candidata per la lista Tsipras alle Europee, commenta le minacce e gli insulti contro di lei: distorcono le mie parole e aizzano la gente, Globalist, 21 maggio 2014

La falsa rivoluzione del silicio

29 aprile 2014

Altro che «rivo­lu­zione del silicio» gli ultimi anni della rete sono stati un vero e proprio fascismo al silicio, ma del resto anche il fascismo all’origine veniva chiamata rivoluzione, giusto per acchiappare un po’ di gonzi applaudenti. Articolo interessante ma anche molto inquietante, una sola cosa la condivido in toto: che tutto sommato Zuckerberg con Facebook sia stato il becchino della rete che nasceva e si presentava libertaria. Buffo che lo sia diventato con l’ausilio beota ed entusiasta di tutti o quasi.
Sempre più profeta McLuhan che il vero messaggio non sia il contenuto ma il mezzo usato che ti massaggia (georgia)

I sommersi della Rete
Benedetto Vecchi
Codici aperti. Il web provocherà un’apocalisse sociale e culturale. Un sentiero di lettura a partire dal pamphlet di Jaron Lanier e dal saggio del docente del Mit Ethan Zuckerman

Il capi­ta­li­smo rischia di crol­lare, sep­pel­lendo sotto le sue mace­rie la demo­cra­zia. Il tarlo che sta divo­rando le sue fon­da­menta è la cul­tura della gra­tuità ege­mone nella Rete. Le imprese che offrono ser­vizi e con­te­nuti nel web senza chie­dere nes­sun com­penso hanno un equi­va­lente nella can­cel­la­zione di milioni di posti di lavoro in Europa e Stati Uniti. L’autore di que­ste affer­ma­zioni è Jaron Lanier, un ricer­ca­tore infor­ma­tico che cono­sce bene la Sili­con Val­ley. La rispo­sta alle sue fosche pre­vi­sioni arriva da poche cen­ti­naia di chi­lo­me­tri, da un luogo vicino a Boston sim­bolo al pari della valle cali­for­niana della cosid­detta «rivo­lu­zione del silicio».
A for­nirla è Ethan Zuc­ker­man, docente dei media labs del Mas­sa­chus­sets Insti­tute of Tech­no­logy, che guarda al web come un stru­mento utile alla dif­fu­sione di una atti­tu­dine demo­cra­tica e cosmo­po­lita che pro­pe­deu­tica alla cre­scita eco­no­mica nel mondo. Sono autori di due volumi espres­sione di un ambi­va­lente «spi­rito del tempo» che può tran­quil­la­mente salu­tare la Rete come la terra pro­messa e al tempo stesso con­si­de­rarla un con­ti­nente ormai sac­cheg­giato e detur­pato da novelli rob­ber barons che, incu­ranti delle con­se­guenze delle loro scelte, stanno tra­sfor­mando il pia­neta in un incubo che annienta ogni pos­si­bi­lità di feli­cità. Le rifles­sioni di Lanier e Zuc­ker­man non hanno nes­suna pre­tesa di offrire una esau­stiva ana­lisi del mondo con­tem­po­ra­neo; piut­to­sto, sono da con­si­de­rare come anno­ta­zioni su una realtà che sfugge a ogni inter­pre­ta­zione uni­voca. E come spesso accade ai libri che riflet­tono, come uno spec­chio, le ambi­va­lenze della realtà, sono con­trad­di­stinti da una rinun­cia a una loro rap­pre­sen­ta­zione critica.

Il ritorno degli hoboes
Jaron Lanier è noto nel mondo del web come pio­niere delle ricer­che sulle realtà vir­tuali, men­tre Ethan Zuc­ker­man è cofon­da­tore di «Glo­bal Voice», uno dei forum più seguiti sulla cul­tura digi­tale. Entrambi hanno pas­sato gran parte della loro vita con­nessi a Inter­net, rite­nendo la Rete una delle nuove mera­vi­glie del mondo moderno per la sua indub­bia capa­cità di met­tere in comu­ni­ca­zione uomini e donne. Nel 2007 la realtà ha però bus­sato alle porte delle loro case e dell’ingenua uto­pia che ha carat­te­riz­zato la loro gio­vi­nezza, in que­sti due volumi, ormai non c’è quasi più trac­cia. Gli Stati Uniti, paese dove vivono, ha visto le pro­prie città popo­larsi di poveri e di uomini e donne che, come gli hoboes dei primi trenta anni del Nove­cento, girano il paese alla ricerca di qual­che lavoro che con­senta loro di soprav­vi­vere. I luo­ghi sim­bolo della potenza eco­no­mica ame­ri­cana sono stati infatti deser­ti­fi­cati da spre­giu­di­cate stra­te­gie di imprese che hanno spo­stato, con l’attivo sup­porto dei vari governi, i loro siti pro­dut­tivi in altri paesi.
Tutto ciò, nei due libri, costi­tui­sce l’ineludibile sfondo di un’analisi che tra­suda un’amara disil­lu­sione. Certo, Ethan Zuc­ker­man in Rewire (Egea edi­zioni, pp. 256, euro 26) con­ti­nua a con­si­de­rare Inter­net come l’habitat di una atti­tu­dine cosmo­po­lita che come un virus con­ti­nua a pro­pa­garsi per il mondo, anche se deve ammet­tere che le virtù demo­cra­ti­che della Rete sono più visi­bili al di fuori che non all’interno degli Stati Uniti, paese che ha visto dispie­garsi una capil­lare atti­vità di con­trollo sulle comu­ni­ca­zioni on-line da parte delle agen­zie di intel­li­gence nazio­nali. Chi non nutre nes­suna illu­sione sulle virtù sal­vi­fi­che della Rete, invece, è pro­prio Jaron Lanier, che con­si­dera il pia­neta sull’orlo di una apo­ca­lisse cul­tu­rale e sociale. In que­sto La dignità ai tempi di Inter­net (Il Sag­gia­tore, tra­du­zione di Ales­san­dro Del­fanti, pp. 409, euro 22), lo ripete con­ti­nua­mente, come un man­tra che dovrebbe allar­gare la coscienza: l’economia digi­tale pro­duce disoc­cu­pa­zione e povertà.

In nome della creatività
Il disin­canto di Jaron Lanier verso ogni let­tura apo­lo­ge­tica della Rete non è recente. Già negli anni pas­sati aveva pun­tato l’indice con­tro la tra­sfor­ma­zione di uomini e donne in gad­get da ven­dere al mer­cato della pub­bli­cità (Tu non sei un gad­get, Mon­da­dori). Altret­tanto radi­cali sono state le sue cri­ti­che verso la pre­tesa da parte delle imprese di imporre stan­dard nell’uso e nello pro­du­zione dei pro­grammi infor­ma­tici: stan­dard che ini­bi­scono pro­cessi inno­va­tivi e crea­tivi nello svi­luppo del soft­ware. In que­sto volume, la cri­tica si con­cen­tra sulla cul­tura della gra­tuità ege­mone in Rete. Per il ricer­ca­tore infor­ma­tico, que­sto signi­fica la can­cel­la­zione di interi set­tori pro­dut­tivi e l’appropriazione pri­vata dei con­te­nuti non­ché di soft­ware inno­va­tivo pro­dotti dalla coo­pe­ra­zione sociale.
Il suo ragio­na­mento si sof­ferma sul fatto che imprese come Goo­gle o Face­book, uti­liz­zando soft­ware open source, offrono ser­vizi e con­te­nuti gra­tui­ta­mente in cam­bio, però, di una ces­sione da parte dei sin­goli della pro­prietà sui pro­pri dati per­so­nali, che ven­gono rac­colti e memo­riz­zati per essere suc­ces­si­va­mente ela­bo­rati e ven­duti ad altre imprese. L’essenza dei «Big Data» sta pro­prio in que­sto scam­bio luci­fe­rino: gra­tuità in cam­bio di rinun­cia alle infor­ma­zioni e con­te­nuti pro­dotti dalle rela­zioni in Rete. L’effetto col­la­te­rale è la per­dita di milioni di posti di lavoro. Lanier, che è anche un musi­ci­sta, descrive la crisi ver­ti­cale dell’industria disco­gra­fica cau­sata dalla pra­tica dello sha­ring (la con­di­vi­sione di file musi­cali) e dal man­cato paga­mento del diritto d’autore agli arti­sti. Allo stesso modo indica nella pos­si­bi­lità di ripro­durre all’infinito le imma­gini e nelle pos­si­bi­lità di fare foto con tele­foni cel­lu­lari la leva che ha di fatto distrutto l’industria foto­gra­fica, ter­re­mo­tando l’intera filiera pro­dut­tiva e tra­sfor­mando in disoc­cu­pati i lavo­ra­tori impe­gnati nel settore.
Ma se que­sti esempi dell’economia «imma­te­riale» sono ampia­mente noti, altret­tanto evi­dente è quanto acca­duto nell’economia «mate­riale». Qui il nome sim­bolo degli effetti nefa­sti delle tec­no­lo­gie digi­tali è Wal Mart, la catena di super­mer­cati che vende e pro­duce molti beni «tan­gi­bili», dall’abbigliamento all’elettronica di con­sumo e a molti altri manu­fatti più o meno tec­no­lo­gici. merci non di qua­lità, ma ven­dute a poco prezzo. Wal Mart ha suc­cesso per­ché ha un pub­blico in espan­sione costi­tuito pro­prio da lavo­ra­tori che per­ce­pi­scono bassi salari e impie­gati impo­ve­riti. Cioè quelle donne e uomini che la «rivo­lu­zione del sili­cio» ha tra­sfor­mato nell’esercito dei wor­king poor. Sono i lavo­ra­tori dell’auto, dell’acciaio, delle costru­zioni, del com­mer­cio, della sanità, dei ser­vizi che hanno cono­sciuto le stig­mate del decen­tra­mento pro­dut­tivo – gran parte delle merci Wal Mart sono pro­dotti negli swee­tshop asia­tici, mes­si­cani e arabi — e del con­te­ni­mento sala­riale che ha carat­te­riz­zato i trenta anni infau­sti della net-economy. E che hanno visto ridotti a cenere i diritti sociali con­qui­stati nel lungo Nove­cento. Lavo­ra­tori e lavo­ra­trici poveri come poveri sono i dipen­denti di Wal Mart.
Jaron Lanier non è tut­ta­via ostile alla tec­no­lo­gia ed è scet­tico verso una pos­si­bile decre­scita più o meno felice. La sua «ricetta» per scon­giu­rare l’apocalisse sociale e cul­tu­rale che paventa è «in linea» con l’economia digi­tale. Pro­pone infatti di remu­ne­rare ogni atti­vità svolta in Rete, dalla con­sul­ta­zione di un sito, al mes­sag­gio inviato per com­men­tare un pro­dotto o un «mi piace». La somma delle atti­vità svolte on line con­sen­ti­rebbe l’accumulo di un red­dito indi­vi­duale per chi è disoc­cu­pato o una inte­gra­zione di red­dito per chi per­ce­pi­sce un basso sala­rio. Anche il con­sumo diviene pro­dut­tivo: ogni volta che un film o un libro o un brano musi­cale viene visto, letto o ascol­tato, il sin­golo ha diritto a un com­penso, per­ché la visita di un qual­siasi sito ali­menta il set­tore dei «Big Data».

Cit­ta­di­nanze digitali
Il rico­no­sci­mento eco­no­mico delle atti­vità svolte in Rete ha come corol­la­rio una ria­bi­li­ta­zione del diritto di autore, ricon­dotto, nello schema pro­po­sto da Lanier, alla sua natura ori­gi­na­ria: diritto dell’autore ad essere retri­buito per la sua opera e non diritto pro­prie­ta­rio delle imprese. L’effetto indi­retto è la ride­fi­ni­zione di una cit­ta­di­nanza dove il mec­ca­ni­smo di inte­gra­zione sociale non è data dal lavoro, bensì dalla con­nes­sione alla Rete.
Un’idea sem­plice a dirsi, ma dif­fi­cile a farsi. Jaron Lanier non pro­pone un modello sicuro di riu­scita, ma è inte­res­sato ad affer­mare appunto il prin­ci­pio che la rete è un medium uni­ver­sale e con­tri­buire alla sua valo­riz­za­zione eco­no­mica, indi­pen­den­te­mente da ciò che si fa quando si è con­nessi, deve avere un cor­ri­spet­tivo mone­ta­rio. Un punto di vista che ha fatto salire l’indice di gra­di­mento di Lanier tra i gruppi di mediat­ti­vi­sti liber­tari tra le due sponde dell’Atlantico, pro­pensi a limi­tare la loro cri­tica alla net-economy in quanto tec­no­strut­tura che ingab­bia le poten­zia­lità crea­tive del sin­golo. Ma Lanier non è un mediat­ti­vi­sta. Le sue tesi non vogliono certo tra­sfor­mare la realtà, ma tro­vare il modo per una par­ziale redi­stri­bu­zione della ric­chezza che non modi­fi­chi i rap­porti sociali domi­nanti: il suo obiet­tivo è, infatti, evi­tare il col­lasso del capi­ta­li­smo – l’apocalisse annun­ciata con un tono blasé e vaga­mente mes­sia­nico -, sal­vando e rico­struendo la «classa media», cioè la vit­tima sacri­fi­cale del capi­ta­li­smo contemporaneo.
Qui serve un’opera di tra­du­zione seman­tica: la classe media di que­sto volume non è il ceto medio euro­peo o i white col­lar di Char­les Wirght-Mills, bensì la classe ope­raia, il lavoro vivo, il lavoro sans phrase di mar­xiana memo­ria. Già per­ché, ecco il para­dosso della sua ana­lisi, il capi­ta­li­smo non ha, nel suo svi­luppo, pro­dotto, secondo lo schema mar­xiano di cri­tica dell’economia poli­tica, il sog­getto desti­nato a sov­ver­tirlo: più sem­pli­ce­mente sta distrug­gendo pro­prio quel sog­getto, tra­sfor­mando tutti in una under­class che non ha capa­cità poli­tica di fer­mare la distru­zione delle basi mate­riali della ric­chezza. Nella rico­stru­zione della «classe media» ser­vono, e qui torna utile il sag­gio di Ethan Zuc­ker­man, delle «figure ponte» ani­mate da spi­rito xeno­filo (la curio­sità e la dispo­ni­bi­lità verso l’altro) che met­tono in rap­porto mondi diversi e dif­fe­renti. Sono cioè i «tra­dut­tori» di iden­tità, di stili di vita, di regimi poli­tici che inven­tano un nuovo cosmo­po­li­ti­smo e un regime di accu­mu­la­zione della ric­chezza che ha al cen­tro il sin­golo, non più e non solo indi­vi­duo pro­prie­ta­rio, ma anche essere sociale che fa della sua par­te­ci­pa­zione a una dimen­sione col­let­tiva il suo tratto distintivo.

L’assenza del Politico
L’abbandono della gio­va­nile e inge­nua uto­pia sulla Rete come regno della libertà è però pro­pe­deu­tica allo svi­luppo di una visione altret­tanto inge­nua, dove un ruolo cen­trale viene svolto dal mer­cato e dall’idea libe­rale che più si hanno infor­ma­zioni più è pos­si­bile vivere in libertà. Le tesi dei due autori non sono robin­so­nate, come reci­tava il grande vec­chio della cri­tica all’economia poli­tica quando ana­liz­zava gli stu­diosi del nascente capi­ta­li­smo, ma poco ci manca. Oltre a una povertà e appros­si­ma­zione ana­li­tica dei due volumi – ele­mento che con­trad­di­stin­gue più quello di Lanier che quello di Zuc­ker­man – entrambe le ana­lisi can­cel­lano la dimen­sione del Poli­tico, cioè dei rap­porti e di eser­ci­zio di potere nel capi­ta­li­smo con­tem­po­ra­neo. Sono libri sullo spi­rito domi­nante del tempo. Met­tono sì in evi­denza para­dossi e con­trad­di­zioni della realtà con­tem­po­ra­nea, ma non li inter­pre­tano. Né sono pro­pensi a intra­pren­dere l’esodo che, dopo aver attra­ver­sato il deserto del reale, rie­sca a dare forma alle ric­chezze del possibile.
Manifesto, 29 aprile 2014

Jaron Lanier, La dignità ai tempi di Inter­net, Il Sag­gia­tore, tra­du­zione di Ales­san­dro Del­fanti, pp. 409, euro 22
Jaron Lanier, Tu non sei un gadget, Mondadori, 2010.
Ethan Zuc­ker­man, Rewire, Egea edi­zioni, pp. 256, euro 26.
Pierfranco Pellizzetti, Monetizzare Internet?, Micromega.

Perché su Facebook ce le beviamo proprio tutte

22 marzo 2014

Verissimo! Su facebook (però non solo. Facebook è solo la punta di diamante della mega e-creduloneria) ce le beviamo tutte e spesso (sempre più spesso) FB fa circolare le bufale in maniera virale, nessuno che si prenda mai la briga di verificare, e approfondire prima di postare o condividere.
Clicchi un condividi e via passi nevroticamente ad altro. L’importante è indignarsi, e far indignare, in compagnia, o accettare solo tutto quello che ci piace sentirci dire, e poi subito condividerlo, capelli al vento e spensieratezza informativa, senza neppure immaginarsi il danno antropologico che stanno provocando. Si sentono tutti giornalisti e abili politici, ma nello stesso tempo sanno benissimo che stanno solo passando il tempo e giocando, quindi … nessuna traccia di senso di responsabilità o di aderenza ad uno straccio di e-codice deontologico, il che permette di far circolare tutto solo in base al ammemmipiace (georgia)

Perché su Facebook ce le beviamo proprio tutte
Maria Teresa Carbone

Internet
Il caso del fantomatico senatore Cirenga e il presunto “fondo per i parlamentari in crisi” durante il governo Monti è stato usato dalla Northeastern University di Boston per studiare il virus dei falsi sul web. “Colpa della confusione tra notizie e intrattenimento”

È passato più di un anno e forse non molti ricordano la sollevazione popolare contro il disegno di legge del senatore Cirenga.
Era la fine del 2012, e già si percepivano forti gli scricchiolii del governo Monti, quando su Facebook è apparso un appello che ha immediatamente raccolto decine di migliaia di adesioni. E come non indignarsi all’idea che, in un’Italia più che mai in crisi, il senato avesse approvato, con 257 voti favorevoli e 167 contrari, l’istituzione di un “fondo per i ‘parlamentari in crisi’ creato in vista dell’imminente fine legislatura” con uno stanziamento di 134 miliardi di euro? Peccato che fosse tutto falso: inesistente il disegno di legge, inesistente il parlamentare Cirenga, sbagliato il numero dei senatori (422 contro i reali – almeno per ora – 315, più i 4 senatori a vita), del tutto assurda infine la cifra stanziata, in base alla quale ogni senatore avrebbe ricevuto una faraonica buonuscita di 500 milioni di euro.

Forse proprio per le dimensioni macroscopiche della bufala, l’“affaire Cirenga” è stato scelto dal Laboratory for the Modeling of Biological and Socio-Technical Systems della Northeastern University di Boston come caso da analizzare per una ricerca intitolata L’attenzione collettiva nell’era della (dis)informazione. Obiettivo del lavoro, condotto dalla fisica di origine rumena Delia Mocanu, con l’aiuto – tra gli altri – di due italiani, Luca Rossi e Walter Quattrociocchi, studiare il modo in cui le informazioni vengono “consumate” dagli utenti dei social network, in margine a un dibattito politico come quello italiano. O se si preferisce usare la più cruda definizione di Joshua Keating su Slate, «capire come mai i tuoi stupidi amici di Facebook possono essere così creduloni».

Il risultato della ricerca è particolarmente interessante, e non potrà non piacere a chi ritiene che l’informazione tradizionale sia ancora la migliore, o comunque la più solida e attendibile: quello che è emerso, infatti, è che a cadere nella trappola dell’appello Cirenga, sono stati soprattutto coloro che, non fidandosi dei giornali o della televisione, preferiscono cercare le notizie da fonti “alternative”.

Per condurre lo studio, Mocanu e i suoi collaboratori hanno diviso gli utenti in tre gruppi: quelli che attingono le informazioni dai siti di organizzazioni politiche, coloro che invece hanno come riferimento quotidiani di carta o online e telegiornali, insomma la stampa mainstream, e infine i diffidenti a oltranza, che preferiscono cercare altrove le loro fonti, in pagine web che disseminano informazioni controverse, spesso prive di solide basi d’appoggio e a volte in contraddizione con la stampa “ufficiale”. Sono proprio questi ultimi a essere più inclini a condividere contenuti falsi, in una percentuale – 56 per cento – doppia e tripla rispetto a quella registrata negli altri due gruppi (rispettivamente 26 e 18 per cento).

Con una certa (fondata) perfidia Keating nota che «forse l’Italia, un paese il cui ex primo ministro possedeva tre importanti reti tv e dove un partito importante ha come leader un comico, non è il posto giusto per studiare il fenomeno», visto che da noi «la linea fra notizia, intrattenimento e propaganda è più sfumata che altrove». Ma lo stesso Keating riconosce che le bufale prosperano anche sul suolo americano e che c’è qualcosa di giusto nell’idea «che i critici più feroci dei media mainstream sono spesso i consumatori più acritici delle fonti alternative». Un’affermazione su cui i complottisti di tutto il mondo farebbero bene a riflettere almeno qualche minuto prima di condividere la loro ultima scoperta
Pagina99, 21 marzo 2014.

Balestrini e l’abolizione della punteggiatura e della sintassi

5 gennaio 2014

Repubblica, 5 gennaio 2014, p. 41

Balestrini: «La lingua abolisce la sintassi»
Il fondatore del Gruppo 63: «Per cambiare la letteratura rinunciammo alle regole. Ma Twitter non è avanguardia»
Antonello Guerrera

Nel 1969 Vladimir Nabokov, in un’intervista al New York Times (poi raccolta in Intransigenze, Adelphi), disse: «Molte volte penso che dovrebbe esistere uno speciale segno tipografico per indicare un sorriso». Gli sms e i social network ci avrebbero travolto solo trent’anni dopo. Ma lo scrittore di Lolita aveva già immaginato l’emoticon. Nabokov fantasticava su una cosa del genere: “:–)”. Segni di interpunzione che dunque si animano, rompono le catene, vogliono la scena. Come i due punti che «spalancano la bocca: guai allo scrittore che non la riempie di cibo nutriente», scriveva Karl Kraus. O il punto esclamativo quale «indice minacciosamente alzato» di Theodor Adorno. Segni che oggi assumono sempre più valore semantico nella comunicazione che sfreccia in chat, su Facebook e Twitter. Del resto, persino Walter Siti, ultimo premio Strega, ha di recente ammesso di preferire, talvolta, il trattino al punto – perché meno tranchant. Allo stesso tempo, c’è chi ha rinunciato da anni alla punteggiatura, come lo scrittore Nanni Balestrini. «Ma io lo faccio per uno scopo ben preciso», dice lo storico esponente del Gruppo 63.

Quale, Balestrini?
«Io immagino sempre i miei testi narrati da una voce, che parla. E la mia preoccupazione è che il testo dia al lettore l’idea dell’oralità, non della scrittura. Per questo ho abolito la punteggiatura. La lingua parlata se ne frega della sintassi. Il lettore deve avere l’impressione di un vero parlato. Ricorda i “tre puntini” di Céline?».

Sì, i “binari emotivi” della sua scrittura.
«Esatto. Per me, anche se ci ho rinunciato, è lo stesso concetto. Poi, certo, è diverso quando scrivo saggi o articoli. Non me la sono mica dimenticata la punteggiatura. Ma in quel caso la uso per comunicare. La letteratura è qualcosa di diverso».

Sta dicendo che la letteratura non deve saper comunicare?
«C’è una grande differenza tra la scrittura per comunicare e quella per creare. Si tratta di due mondi diversi. La letteratura non deve essere messa in relazione con altro. Deve essere lasciata libera di esprimersi, anche senza punteggiatura».

Ma non crede che, in un’epoca come la nostra, travolta da flussi di notizie e informazioni, qualche punto in più possa dare ordine?
«Certo, con la punteggiatura si comunica meglio. E poi io non la rinnego in toto, nemmeno per i miei romanzi».

Cioè?
«Dovessi scrivere un romanzo in terza persona, in futuro, potrei ricominciare a utilizzarla. Perché no?».

Moravia – nella circostanza malato – scrisse Gli indifferenti senza punteggiatura, aggiunta solo in un secondo momento.
«Esatto. E lo stesso capitò con il Notturno di D’Annunzio, abbozzato su lunghe strisce di carta quando era momentaneamente cieco. Perché, sa, si fa molta fatica a scrivere senza virgole e punti. Paradossalmente, è molto più difficile».

E ammetterà che è più arduo anche per molti lettori alle prese con “flussi” come i suoi, o quelli di Joyce e Saramago.
«Ma io lo faccio perché voglio mettere il mio lettore in difficoltà. Non che mi ascoltino tutti. Mi bastano i miei di lettori».

Lei, da fondatore del Gruppo 63, non crede che le nuove accezioni della “punteggiatura da social network” possano rappresentare una sorta di neoavanguardia?
«No. La punteggiatura è materiale statico. Puro stile. Ci vuole altro per lasciare il segno. Le vere avanguardie hanno ben altra genesi e impatto. Negli ultimi anni con i romanzi si è invece andati indietro. Tutti gli esperimenti oramai sono stati ripresi. Non vedo niente di nuovo in giro. La punteggiatura e la narrativa stanno diventando sempre più piatte, piane, convenzionali. Ma la colpa non è solo della nostra epoca. Anche gli editori oggi rischiano molto di meno. Sono molto più conservatori che in passato».

Questo fenomeno del punto “freddo e aggressivo” è curioso, però.
«È degno dei nostri tempi. Ma non credo che investa la scrittura in generale».

Perché?
«Perché è un fenomeno legato allo specifico mezzo di comunicazione. Anche quando c’erano i telegrammi, si utilizzavano altre formule, un altro stile. Gli “stop”, gli spazi, ricorda? Ma tutto questo ha avuto poco a che fare con la lingua vera e propria».

Però, rispetto ai telegrammi, chat e social media oggi vengono utilizzati in misura decisamente più ampia.
«Sì, ma mi sembra esagerato dire che influenzino la scrittura in generale. C’è un’eccessiva infatuazione per questi nuovi media. Ma fa parte dell’esibizionismo e del narcisismo insiti in tali piattaforme».

Addirittura?
«Ma sì. Da quello che vedo io, Internet riunisce gruppetti, cerchie di persone, comunità. Ma, nel suo spezzettamento, è molto difficile che una novità linguistica attecchisca in un intero Paese. Come invece è successo con la televisione durante il boom economico, che ha cambiato e uniformato enormemente la lingua italiana. Il cambiamento non passa per Twitter e le chat».
Repubblica, 5 gennaio 2014,p. 41

2014. Vorrei una e-agenzia di stampa

3 gennaio 2014

2014

A me è presa una botta di ottimismo, la solita irrazionale gioia per un anno brutto che si chiude e la speranza che possa essere migliore quello nuovo.
Il 2014 NON POTRA’ CHE ESSERE MIGLIORE DEL PRECEDENTE visto che nel 2013 abbiamo toccato il fondo.

Nel 2014 io vorrei che nascesse una e-agenzia di stampa libera democratica e aperta a tutti.
Nel 2013 la rete, quel fenomeno-mondo che sembrava solo meraviglioso, democratico e in continua espansione è invece diventato solo una sentina di insulti, una gigantesca gabbia di rabbia impotente e frustrante, un immobilismo accidioso, chiuso nel rito egotico delle pagine facebook e dei micro messaggi di twitter.
il vero protagonista (in negativo) è stato il blog-mega-fogna di beppe grillo, incapace, sia nella forma che nel contenuto, di immettere in rete contenuti intelligenti e originali, ma nello stesso tempo capace (in questo sì potente) di asfaltare al ribasso tutta la “cultura” di rete e, ancora peggio, la cultura politica.
La rete informativa (questa era la vera rivoluzione) si è ristretta come la famosa Pelle di zigrino. Tutta la stampa on line è ormai quasi tutta a pagamento. E, sinceramente, senza l’apporto del tanto disprezzato cartaceo la rete sembra immiserirsi, incapace, da sola, di far circolare vere idee e vera cultura.
Non so cosa salverei in rete del 2013, forse niente.
Sicuramente (a mia insaputa) ci sono state cose formidabili ma non circolano più se non in uno spazio ristretto.
Forse la rete necessiterebbe di una vera fonte informativa autonoma, in proprio, una specie di Ansa generale (cultura e scienza compresa) consultabile liberamente a cui poter attingere TUTTI. Un’Ansa non ansiogena come quella ad uso della stampa cartacea. Una specia di mega sito in cui tutti (gornalisti e agenzie di stampa compresi) riversassero informazioni di ogni genere, divise in settori, e da cui gli utenti di rete potessero attingere.Informazioni che andassero a formare un mega archivio aperto a tutti. Dovrebbe essere un sito del Parlamento, gestito da una delle due camere (o da ambedue)  tipo la vecchia Rassegna stampa della camera, ma che immettesse giornalmente non articoli, per lo meno non in tempo reale (visto le restrizioni della corporazione dei giornalisti), ma informazioni di ogni genere, insomma un agenzia di stampa LIBERA, pagata da noi, magari con una quota obbligatoria dei rimborsi parlamentari che invece di esser eliminati del tutto potrebbero passare al servizio della comunità. Tra l’altro la cosa creerebbe un certo numero di posti di lavoro diffusi ovunque, visto che i giovani archivisti sarebbero pagati dalle Camere.
Una collettività priva di informazioni, fornite “disinteressatamente“, oggi è una comunità in pericolo. Ho messo la parola disinteressatamente fra virgolette e in corsivo perché un vero disinteresse non esiste mai, chiaro che una agenzia di stampa del Parlamento rispecchierebbe, in parte, la composizione del Parlamento ecc. ecc. ma certo sarebbe meglio dell’informazione che ci propina oggi una stampa sempre più chiusa e finalizzata all’autoconservazione, alla propria sopravvivenza, e al guadagno dei soli componenti della corporazione, quei giornalisti che non si limitano solo a scrivere sui giornali, con legittimo guadagno, ma ci propinano ogni anno (anzi ogni giorno) migliaia di libri (raccogliticci di articolucoli) che poi presentano in ogni contenitore televisivo dopo averci sciorinato un pistolotto falso politico.
Io non so voi, ma a me viene una rabbia enorme quando vedo personaggi che si presentano come innovatori  e analisti politici liberi e poi finiscono sempre con il tirar fuori e pubblicizzare il loro libretto … ecco metterei il divieto nei contenitori pseudo politici (persino telegiornali) di presentarci ogni giorno un nuovo libro di vecchi autori-giornalisti (sempre gli stessi).

Pariser e gli algoritmi che ci costruiscono la e-gabbia personale

1 novembre 2013

Dal mondo al cortile
Ascoltate con attenzione questo video con Eli Pariser che parla della gabbia infernale che sta diventando internet con algorimi-filtri che non contengono un senso di vita pubblica, di senso civico, algoritmi senza etica, immorali che noi non possiamo controllare. Algoritmi che ci chiudono in una gabbia e non ci permettono più di scegliere, di decidere o anche solo sapere cosa passi o cosa venga bloccato, Sono algoritmi che frenano e  impediscono la circolazione delle nuove idee. Algoritmi che ci rincorrono riproponendoci sempre le stesse cose, quelle che la macchina ha deciso che sono quelle che noi vogliamo. Algoritmi che dominano facebook ma anche google e stanno diventando invasivi, ti spiano senza vederti ma poi ti rincorrono fornendoti e rifornendoti le informazioni in base a quello che sanno di te.
Ascoltate e rifletteteci sopra perché è abbastanza terribile, pensavamo di essere connessi con il mondo, tramite la rete e i suoi motori di ricerca, e invece veniamo recintati in un nostro personalissimo tinello (georgia)

Eli Pariser, Il filtro. Quello che internet ci nasconde (The filter bubble) Saggiatore, 2012, pp. 235

Quando Barthes e il frammento amoroso traslocano su FB

9 settembre 2013

Molto arguto e interessante questo pezzo su Nazione indiana di Ornella Tajani, che, parlando “dell’amore” (e di Roland Barthes) su facebook, descrive la paranoica ossessione del controllore (nel caso dell’innamorato geloso) che deve tenere l’oggetto delle sue attenzioni (in questo caso l’amato) sotto controllo totale, in piena luce (anche se virtuale), mosso dall’ossessione ancestrale di chi vuole avere potere assoluto su qualcosa. Ossessione che oggi sembra venga decuplicata, fino alla e-follia, su facebook.
Io non ho pagina fb (se non una fasulla che non uso per commentare o postare ma solo per poter aprire eventuali link che mi interessino) e quindi non ero a conoscenza della funzione che mi consente di sapere quando l’altro ha letto il mio messaggio: «visualizzato alle ore tot»“. Sono meccanismi solo apparentemente ludici, frivoli e innocui, in realtà sono raffinati strumenti di controllo, Sono strumenti,, fatte le debite proporzioni, da Ovra, Kgb, Stasi ecc. Pagine di gioco e di divertimento che all’occasione diventano però truci canali di disperazione e di controllo totale. Canali che vengono tenuti in attività e oliati da un popolo, non so se beota o consapevole, di yahoos s-pensierati (nel senso di senza pensiero).
Speriamo almeno che tutta questa tecnologia che circonda e abbraccia il pianeta e che controlla sì i controllati, ma anche i controllori, sia servita almeno a registrare l’ordine dato dai macellai di Damasco di usare il gas sui civili.
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Ornella Tajani, Frammenti e notifiche di un discorso amoroso. Come cambiano attesa e trame d’amore su Facebook, Nazione indiana, 4 settembre 2013

Sergio Baratto e la scrittura in Rete

30 marzo 2013

Sergio Baratto (che parla al minuto 4,00) e Gianni Biondillo

Un’analisi molto interessante di Sergio Baratto sulla scrittura in rete e letta alla Festa per i dieci anni di Nazione indiana.
La scrittura di cui parla Baratto in questo pezzo è la scrittura dello scrittore, o, ancor più, del poeta che è il punto più alto di arrivo (e chissà forse anche di partenza) di ogni scrittura, di ogni Parola, di ogni Lingua, anche in versione orale o figurata.
Sergio Baratto parla della propria scrittura in rete, della propria esperienza letteraria, ma forse vale  per ogni scrittura, anche la più primitiva, per ogni messaggio creato e veicolato dalla rete.
Tre sono le cose per lui pricipali la responsabilità, il peso e la schiuma.
Sulla responsabilità non condivido tutto, soprattutto il discorso sull’anonimato, di cui però ho parlato talmente tanto che non vorrei ripetermi troppo. Non credo che l’uso di un nick in  rete voglia dire assenza di responsabilità, non sempre per lo meno. Spesso è solo una resa, una presa di coscienza che la rete ci rende tutti, senza distinzione, anche i più attrezzati di buone intenzioni, un po’ irresponsabili, un po strapazzati dall’onda generale. La rete di per se è stupida e non può essere altrimenti, perché è veloce e immediata, perché è irriflessiva, senza filtri e senza controlli (che poi è anche la sua forza), ma spesso anche senza autocontrolli (che è la sua debolezza) e forse è anche, se non di più, stupido  stare in rete seriamente, soprattutto se uno non necessita di visibilità per il proprio lavoro.
La pratica della parola responsabile è una cosa difficile ovunque, ma può essere praticata anche in rete,  comunque tu ti presenti.  Quindi non condivido  “Che la parola (la scrittura) non sia veramente libera senza questo atto preliminare” del metterci la faccia.  La libertà della parola non passa necessariamente da lì, anzi spesso ne viene proprio limitata, anche se inconsciamente. L’uso di un nick produce spesso una parola più attinente al contenuto che vuole veicolare.
Condivido invece in toto il discorso sul peso che è come mettere una pietra tombale sugli eccessi del postmodernismo e del suo dogma dell’ironia che, come precisa lo stesso Baratto, non è l’ironia (che è invece fondamentale in rete come ovunque). Il dogma dell’ironia raramente è ironia, anzi è addirittura il suo contrario e spesso è solo crudeltà e smargiassata virtuale e poi questa ironia forzata è sempre e comunque “pesante”, a vuoto, non ti porta mai in profondità, cade in superficie e  produce ammaccature sul reale (soprattutto su l’altro a cui è diretta).
Profonda e di un certo peso, la definizione di peso data da Baratto: “Per me il peso è quello che ti permette di calarti in profondità. E senza peso non puoi volare, ma solo lasciarti trascinare dal vento“.
La rete infatti è davvero tempesta di vento che ti trascina altrove, spesso sull’isola della Tempesta  di Shakespeare, una delle opere più vicine alla rete (per comprendere la rete)  insieme al capitolo sugli yahoo del capolavoro di Swift. La tempesta di vento trascina tutti, sia chi ha pesi e contrappesi per poter guidare il vento, sia chi si lascia trasportare e non oppone resistenza,  e sinceramente in quel caso poco importa che abbia il passaporto con foto o meno. Ma per chi scrive davvero, per chi è scrittore, e pensa che scrivere sia una delle cose fondamentali dell’essere umano, una delle grandi responsabilità di fronte al mondo,  è un discorso diverso, e allora  ha ragione Baratto occorre impossessarsi della “leggerezza seria”, della levità dote somma senza la quale non esiste Scrittura:  “Ci sono due forze, una ascendente e una gravitazionale: sono entrambe fondamentali. Se manca la prima non esiste profondità, ma al limite solo sprofondamento; se manca la seconda esiste solo l’evaporazione. Gas rarefatti che si disperdono e si perdono […] esiste una leggerezza seria, di peso. Io preferisco chiamarla levità, per non confondermi, ma il concetto non cambia. Scrivendo in Rete ho imparato a prendere sul serio le parole e a dargli peso. Dare peso alle parole per me è cercare di avere il coraggio delle parole, è attribuire alle parole una potenza creativa, sovvertitrice, perturbante. È salvare l’idea che la parola possa essere agente sulla realtà“.
La parola è agente della realtà, perchè il linguaggio procede sullo stesso asse e con le stesse regole del pensiero.  Scrittura pensata, pensiero agito. Se il pensiero  è espresso in parola non può che agire (in bene o in male, perché, come ogni azione che provoca una reazione, non sappiamo dove porterà).
E’ azione soprattutto se tale parola è in pubblico.
Hannah Arendt diceva che parlare in pubblico è una grande responsabilità (forse la più grande).
Ieri toccava a pochi, privilegiati e selezionati, parlare in pubblico, oggi la rete lo permette a tutti, ma non tutti sanno di che grande responsabilità siano stati caricati, anzi la maggior parte non si rende neppure conto di parlare in pubblico.
La maggior parte di noi crede di parlare al telefono invece  di parlare ad un pubblico potenzialmente enorme, e così, spesso, si lascia andare a scene pietose e irrazionali.
Questa irresponsabilità, per assurdo, è passata dalla rete alla carta stampata, e poi alle piazze, creando un mondo isterico, assurdo e sull’orlo di una crisi di nervi.
Così si arriva alla schiuma e alla funzione, secondo Baratto, liberatoria di facebook e twitter che invece di aspira-polvere diventano un aspira-schiuma,  liberando così parte dei blog della componente più fastidiosa (o almeno così sembra, ne conosceremo i risultati solo fra qualche tempo).
Sì, penso sia vero che se oggi in rete esiste una forma di serietà, questa esista nei blog e non altrove.
Con l’eccezione del blog di beppe grillo che non è un blog, ma solo l’interfaccia, in internet, di una società di marketing e di  una setta economica che fa uso e abuso, per fini elettorali, di tecnologia e neppure di quella più recente ma di quella ormai datata (come lo stupido abuso dei gelidi video  streaming), anche se, per ora, pochi se ne sono resi conto davvero (georgia)

Tre cose che ho imparato scrivendo in rete
29 marzo 2013
Pubblicato da gianni biondillo
Di Sergio Baratto
(Qui di seguito il testo che Sergio ha letto sabato 23 marzo alla festa per i dieci anni di Nazione Indiana. G.B.)

Vorrei parlare brevemente di alcune cose che ho imparato nei miei dieci anni di “tirocinio” di scrittura in Rete, da un punto di vista strettamente personale, senza alcuna pretesa di formulare verità assolute. Queste cose che ho imparato le ho raccolte in forma di appunti e riassunte in tre parole. La prima è “responsabilità”, la seconda è “peso”, la terza è “schiuma”.

Responsabilità
Ovvero assunzione di responsabilità, pratica della parola responsabile.
La forma blog ai suoi esordi era molto legata al concetto di anonimato, anzi alla mistica del nickname. In parte per un vezzo un po’ adolescenziale, in parte anche, forse, per via dell’attitudine fortemente autobiografica, diaristica. Il blogger degli albori era come una specie di esibizionista mascherato. Molto sexy!
Perciò, in parole semplici: metterci la propria faccia, o meglio la propria identità, è stato un passo molto importante. È stato un atto “primordiale” di assunzione di responsabilità: «Io Sergio Baratto sono l’autore di queste parole, belle o brutte, stupide o intelligenti, e di esse mi assumo pubblicamente la responsabilità».
Questo poteva sembrare scontato a chi approdava alla scrittura in rete avendo già un’esperienza pregressa di scrittura in luoghi “tradizionali”, cioè su carta, o comunque come autore già pubblicato, come nome già pubblico. Ma non era altrettanto ovvio per chi esordiva direttamente nella scrittura sul Web.
«Metteteci il nome! Metteteci la faccia!» è stata un’esortazione che all’inizio ha prodotto anche parecchie reazioni stizzite, difensive, irricevibili per quanto umanamente comprensibili: di fatto, nessuno di noi era braccato dall’esercito sulle montagne del Chiapas!
Ecco, io penso che davvero non si dia vera libertà senza assunzione di responsabilità. Che la parola (la scrittura) non sia veramente libera senza questo atto preliminare.

Peso
La seconda parola è “peso”, e per me ha a che fare con il dogma dell’ironia. Il dogma dell’ironia, non l’ironia.
Questo dogma ha tre appendici:
1) si deve scherzare su tutto;
2) l’unica cosa che conta è lo stile;
3) Non bisogna mai prendersi sul serio.

“Peso” è una parola disprezzata, che viene usata quasi solo negativamente: essere considerati “pesanti”, cioè vedersi attribuire uno dei peggiori difetti sociali, costa molto in termini di esclusione, di emarginazione; quando diciamo che un film o un libro è “pesante” lo bolliamo fatalmente con un marchio che è peggiore dello stigma di Caino: quel libro o quel film è pesante, cioè poco o punto sopportabile per eccesso di seriosità.
Eppure la serietà non è la seriosità! Il peso non è la pesantezza!
Per me il peso è quello che ti permette di calarti in profondità. E senza peso non puoi volare, ma solo lasciarti trascinare dal vento.
Ovviamente non voglio dire che ambisco a scrivere cose pesanti. Ma mi pare che la gravità sia una forza imprescindibile, quando si parla di scrittura.
Ci sono due forze, una ascendente e una gravitazionale: sono entrambe fondamentali. Se manca la prima non esiste profondità, ma al limite solo sprofondamento; se manca la seconda esiste solo l’evaporazione. Gas rarefatti che si disperdono e si perdono.
Cosa intendo con questa “leggerezza senza peso”? Quella maniera, così diffusa nella scrittura in rete, nei blog, e così supinamente asservita al dogma dell’ironia – quella maniera di scrivere di ogni cosa in modo superficiale, carino, divertente, simpatico, disimpegnato, che ha decretato all’epoca la fortuna di molte cosiddette blogstar e che oggi impera su Twitter. Quella coazione a “scherzare” su tutto, o meglio a prendere a ogni riga le distanze dalle proprie parole, a sottintendere – con una continua, leziosa, stucchevole strizzatina d’occhio al lettore – che non ci si sta prendendo veramente sul serio.
Ecco, io per reazione ho imparato la serietà. Ho imparato che esiste una leggerezza seria, di peso. Io preferisco chiamarla levità, per non confondermi, ma il concetto non cambia.
Scrivendo in Rete ho imparato a prendere sul serio le parole e a dargli peso.
Dare peso alle parole per me è cercare di avere il coraggio delle parole, è attribuire alle parole una potenza creativa, sovvertitrice, perturbante. È salvare l’idea che la parola possa essere agente sulla realtà.

Schiuma
Esiste una cosa leggera ma greve? Sì, è la schiuma.
Intendo per “schiuma” la proliferazione dei discorsi parassiti, l’affollamento intorno ai cliché, la crescita ipertrofica delle parole attorno al banale luccicante, all’effimero più facilmente autopromozionale.
Di questa proliferazione, i luoghi della scrittura in rete hanno sofferto come di una patologia invalidante.
Ma davvero la vocazione dei blog era tutta qui, nel replicare le stesse idee e gli stessi discorsi abusati della stampa e della televisione? Davvero era questa subalternità, questo farsi servire dai media il pastone su cui imbastire la propria scrittura liofilizzata ma fighetta? Non credo.
E non è solo questo. La schiuma è anche il rumore di fondo che diventa un chiasso assordante, cancellante.
Chiunque abbia avuto esperienza dei flame, delle guerre di commenti e del trolling ossessivo, sa di cosa parlo.
Ma davvero l’ambizione della scrittura in rete era tutta qui, nel farsi campo di battaglia per logorroici e ridicoli scontri verbali, per l’esibizione narcisistica e per l’esercizio distruttivo di uno spirito puerilmente litigioso? Di nuovo, non credo.
Questa schiuma è il cavallo di Troia dell’appiattimento. Per molto tempo ha propalato una concezione falsamente ugualitaria della Rete, spacciando la sua essenza orizzontalizzante, cioè profondamente reazionaria e repressiva, per una presunta orizzontalità democratica (io sconosciuto aspirante scrittore di Abbiategrasso posso discutere ad armi pari con lo scrittore pubblicato e anzi dargliele metaforicamente di santa ragione).
Si è venduta come l’unico mezzo di dialogo in Rete, il che è una falsità: il Web 2.0 presenta infatti ben altre potenzialità comunicative, ben altre possibilità di costruzione di reti libertarie e non gerarchiche. In un medium in cui posso aprire un mio spazio personale/pubblico di riflessione e di scrittura, e interagire creativamente e costruttivamente con gli altri nodi della rete, perché mai io, aspirante scrittore di Abbiategrasso, dovrei accontentarmi di partecipare alla proliferazione della schiuma, alla velocità, alla dimensione effimera, autoreferenziale e livorosa, quando la Rete mi dà la possibilità di prendermi il tempo e lo spazio di argomentare, ponderare, distillare le parole?
Quando la mia scrittura in rete suscita reazioni – anche critiche – in altri blog, quando si crea un dialogo a distanza su un piano davvero paritario, l’esperienza è arricchente, non avvilente. Ma, perché ciò avvenga, sono necessarie le due cose di cui ho parlato prima: l’assunzione di responsabilità e l’impudenza di prendere sul serio la parola, di darle un peso.
Perciò io sono convinto che la fine della proliferazione della schiuma è una benedizione per chi scrive in rete.
Quando sento dire che i social network hanno messo in crisi i blog, o addirittura ne hanno decretato – alla lunga – la morte, mi viene da ridere. Penso invece che abbiano compiuto una straordinaria opera igienica, succhiando via e portando con sé la schiuma in altri lidi alla schiuma più consoni.
Trasferendo su di sé questa proliferazione liberano la scrittura in rete.
Nazione indiana via Il primo amore.

facebook, twitter, pensiero breve, comunitarismo e analfabetismo secondario

1 febbraio 2013

istvan csakanv

Carlo Bordoni, Ostaggi del pensiero breve. I messaggi immediati inibiscono la riflessione. Così si diffonde l’«analfabetismo secondario», Corriere della sera, Lettura 27 gennaio 2012.

Benedetta Tobagi, Ecco perché quello che facebook chiama rivoluzione contraddice il concetto di rete. Siamo sicuri che sia social?, Repubblica, 27 gennaio 2012.

Massimo RecalcatiNarciso in trappola nello specchio della tecnologia, Repubblica, 27 gennaio 2013


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