Posts Tagged ‘foto’

attenti agli smartphone

6 febbraio 2016

smartphone

Questo cartello stradale, che segnala agli automibilisti il pericolo di incontrare persone assorte sullo schermo del loro smartphone, è troppo divertente per non postarlo. La foto è stata scattata a Stoccolma il 2 febbraio 2016 da Jonathan Nackstrand ed è apparsa su Instagram dell’Economist. Oggi è sulla pagina on line di Repubblica insieme ad altri segnali “strani”.

Il gusto conservatore del web, la foto più virale del capodanno

4 gennaio 2016

Aggiornamento 6 gennaio 2016 ore 15,51
Poi è stato identificato l’uomo sdraiato a terra che cerca di riprendersi la birra
Si chiama Mike Deveney, ha 47 anni. Si trovava insieme ad amici e proveniva da un locale non lontano da Well Street. Dice di non ricordare nulla, ma di essere poi tornato insieme alla sua amica Hannah Derby,
L’amica (non si sa se quella che a sinistra lo guarda sorridendo o quella con l’abito rosso) ha poi detto ai giornalisti che l’uomo era stato buttato a terra durante uno scontro con un passante e alcuni poliziotti. Il Telegraph dice che Hannah è la donna che indossa l’abito rosso (georgia)

Foto di Joel Goodman dell’agenzia inglese London News Pictures, scattata il 31 dicembre 2015 a Manchester. Da Repubblica.

Ubriachi e poliziotti sembrano essere i veri protagonisti del capodanno. Che le foto ormai sembrino (si sforzino di sembrare) un quadro non è una novità, anzi ormai sono dei veri classici e tutti fanno a gara a trovare un precedente artistico ad ogni foto di loro gradimento. Non è più la realtà che interessa allo sguardo presente, ma semmai il verosimile, meglio se copia (in luci e colori) di qualcosa del passato. “siamo conservatori amiamo immagini che ci ricordano altre immagini” e la realta ci aiuta come diceva Henri Cartier-Bresson e spesso si dispone in “un geometrico equilibrio di forma e significato“. Ce lo spiega Michele Smargiassi: ” il dipinto fotografico scompone lo spazio come un quadro manierista, i due poliziotti che afferrano l’altro uomo steso, la donna che grida con la mano in un classico gesto di supplica, il gruppetto plastico dei voyeur al centro come un coro greco, la passante che guarda lo spettatore, davvero diresti che il fotografo abbia velocemente consultato i volumi del Pontormo o di Giulio Romano dei Maestri del colore prima di scattare” (georgia)

Manchester Evening Post, Repubblica, Guardian, Today, Artribune,
– Foto: Corriere, Repubblica, Manchester Post,

Michele Smargiassi, La creazione di Manchester se uno scatto di Capodanno diventa l’immagine perfetta, Repubblica, 3 gennaio 2015, p. 17

Mario Dondero, Parigi 16 ottobre 1959, la storia della «photo du Nouveau roman»

14 dicembre 2015

Corriere, 24 agosto 2015, p. 30

 

Segnalo anche altri link dove si parla della foto:
Repubblica, Nuovi Argomenti, Perseè.fr (e QUI in pdf)

 

Testimoni Parigi, 16 ottobre 1959: Samuel Beckett e gli altri.
Il ricordo dell’autore dello scatto
Così misi in posa il Nuovo romanzo
Storia della foto che ci cambiò la vita

Come andò che mi riuscì di fare la fotografia che è diventata in seguito la photo du Nouveau roman? Una fotografia che è stata pubblicata e ripubblicata infinite volte e che ha persino ispirato uno spettacolo teatrale, messo in scena al festival di Avignone e poi, più tardi, a Parigi? La mattina del 16 ottobre 1959 il cielo era grigio sopra la Rue Bernard Palissy, nel cuore di Saint-Germain-des-Prés. Un cielo, per un fotografo, da 1/250, 5/6. Erano le dieci e trenta circa e io stazionavo davanti alle Editions de Minuit, al numero 7 della strada, facendo passare i minuti che mi separavano dal mio appuntamento con l’editore Jérôme Lindon. Non lo sapevo ancora, ma quel 16 ottobre sarebbe stato una data fatidica per me e un poco anche per la storia della letteratura. Quel giorno avrei scattato la famosa foto del Nouveau roman . Mentre aspettavo, alcuni uomini a me sconosciuti entravano alla spicciolata nella casa editrice. Guardai per qualche minuto le vetrine in cui si allineavano i volumi più recenti di Minuit, testi di Alain Robbe-Grillet, Michel Butor, di Samuel Beckett. Guardavo con curiosità quell’edificio che aveva ospitato per anni, anche sotto l’occupazione tedesca di Parigi, una maison close , un bordello. Dopo la Liberazione, le Editions de Minuit, casa editrice nata durante la Resistenza, si installò in quei locali. Minuit debuttò nella vita letteraria con un grande libro, Le silence de la mer ( Il silenzio del mare ) di Vercors.
Nel frattempo era giunta l’ora del mio appuntamento. Entrai e salii la stretta scala che conduceva all’ufficio dell’editore. Jérôme Lindon e sua figlia Irène, che imparava il mestiere di editore, officiavano all’ultimo piano. Quando vi giunsi, erano già arrivati alcuni degli scrittori che l’editore aveva convocato per una foto che li riunisse tutti. Il mio compito era quello di realizzare una foto degli scrittori che si dedicavano alla letteratura con un approccio completamente nuovo e distaccato dalla tradizione precedente. Nella loro scrittura il personaggio perdeva l’importanza tradizionale e i testi erano concentrati sulle caratteristiche della realtà, private dalla soggettività umana. Lo sguardo fotografico era quello privilegiato. Si è parlato anche di Ecole du regard per definire l’atteggiamento di quegli autori nei confronti del reale. In un noto articolo del 5 maggio 1957, apparso su «Le Monde», il termine era stato coniato da Emile Henriot.
Le Editions de Minuit annoveravano gran parte di quegli scrittori, tra i quali Alain Robbe-Grillet, Claude Simon, Nathalie Sarraute, Claude Mauriac, Robert Pinget, Claude Ollier, Michel Butor. La mia idea di quella fotografia, che avevo proposto a Lindon, aveva molto sedotto l’editore che con il suo prestigio non aveva avuto difficoltà a radunare la piccola assemblea. Il mio reportage doveva essere pubblicato, come infatti avvenne, da «L’llustrazione Italiana», allora diretta da Pietrino Bianchi, con un vivace redattore capo, Gaetano Tumiati. L’articolo che accompagnava le fotografie venne poi scritto da Giancarlo Marmori, con il quale avevamo selezionato gli scrittori da includere nel servizio. Claude Mauriac ha raccontato nel suo diario, Le temps immobile , come si svolse, quella mattina, la piccola cerimonia della foto di un gruppo eterogeneo di scrittori che neppure si conoscevano tra di loro.
Venni accolto molto cordialmente e presentato, per così dire, da Robbe-Grillet, che avevo conosciuto in precedenza, con una reale empatia. Per ragioni di spazio e di luce scendemmo in strada. Nel frattempo era arrivato anche Samuel Beckett e il gruppo era quasi al completo. Avremmo voluto includere Marguerite Duras, che invece non volle venire, forse perché stava passando a un altro editore oppure perché temeva l’occhio fotografico, lei che era stata bellissima. Mancavano ancora all’appello Michel Butor e Jean Cayrol, l’autore dello straordinario commento al film di Alain Resnais Notte e nebbia su Auschwitz. Non figurarono nella fotografia, ma li ripresi quando poi arrivarono, con altri scatti. Non ricordo di essere stato particolarmente emozionato, anche perché l’atmosfera era molto cordiale e lo stesso Beckett, che passava per essere terribilmente foto-fobico, fu invece molto amabile. Tuttavia mi incombeva la responsabilità di prendere la direzione delle operazioni e di comporre il gruppo. Scelsi di non comporre l’immagine. L’unica cosa che feci fu di chiedere ai presenti di non guardare il fotografo e di non mettersi in posa, ma di essere come un gruppo di persone colte casualmente, come fossero in attesa di qualcosa o di qualcuno. In effetti si aspettava l’arrivo degli ultimi due scrittori e, nella fotografia, si vede appunto Jérôme Lindon che guarda altrove: stava guardando se arrivasse in taxi Michel Butor. Su quella fotografia, in seguito, si sono scritti molti articoli, in particolare su «Le Nouvel Observateur», che, in un articolo memorabile, «vivisezionò» la foto e i suoi protagonisti, tra i quali due, Beckett e Simon, ebbero successivamente il premio Nobel. Claude Mauriac ha raccontato nei dettagli come andò la cosa. Scrive che «il giovane Mario Dondero scattò con allégresse et hâte (in fretta e allegramente) una ventina di fotografie». Quella foto è diventata così famosa grazie a Jérôme Lindon, al quale io diedi le fotografie, dopo averle pubblicate su «L’Illustrazione Italiana». Furono le Editions de Minuit a diffondere la fotografia, che poi è finita nei libri di scuola, alla televisione, ripetutamente pubblicata. La casa editrice rispettò anche i miei diritti sotto il profilo commerciale, nella suddivisione dei benefici che furono cospicui. Questa foto mi ha creato in Francia una speciale notorietà come fotografo letterario, cosa che in effetti non ho mai voluto essere, essendo sempre stato un fotografo onnivoro, curioso di tutte le realtà.
Mario Dondero
Corriere della sera, 24 agosto 2015, p. 30.

da sinistra a destra: Alain Robbe-Grillet, Claude Simon, Claude Mauriac, l’editore Jérôme Lindon, Robert Pinget, Samuel Beckett, Natalie Sarraute, Claude Ollier. Foto di Mario Dondero a Parigi davanti alla sede delle Edition de Minuit, il 16 ottobre 1959. La casa editrice stava al numero 7 di Rue Bernard Palissy.

World Press Photo 2015, l’amore gay

13 febbraio 2015

Jon e Alex, Pietroburgo 18 maggio 2014, foto di Mads Nissen

foto dell’anno
La foto vincente del 2015 al World Press Photo, è Jon and Alex del trentacinquenne danese Mads Nissen, che ha raccontato l’amore gay nella Russia di Putin. La foto è stata scattata a Pietroburgo il 18 maggio 2014 alle due di notte e ritrae Jon, 21 anni e Alex, 25 anni. La foto nasce all’interno di un Reportage contro l’omofobia in Russia, progettato da Nissen fin dal 2013 dopo aver assistito, al gay pride di Pietroburgo, al sanguinoso pestaggio di un ragazzo solo perché omosessuale.
Nissen lavora per Time, Newsweek, Spiegel e Stern.

Sono stati premiati anche 10 italiani fra cui Andy Rocchelli, ucciso in Ucraina.

Marco Mathieu, Intervista a Mads Nissen“La mia foto sull’amore gay per sfidare lo zar Putin” – “Quella foto di amore gay la mia sfida per i diritti”, Repubblica 13 febbraio 2015, p. 39

Corriere, Repubblica, La stampa (e QUI), Il fatto quotidiano, Il Post, Il sole 24 ore, Il manifesto, Gazzetta dello sport, Huffington Post,

Che???

20 gennaio 2014

Mauro Biani, Manifesto on line, 20 gennaio 2014

Bellissima la vignetta di Mauro Biani del 18 gennaio, oggi sulla home del Manifesto on line.

La cosa strana però è che in nessun giornale è apparsa l’unica foto che speravo di vedere: la foto della stanza del segretario con la famosa fotografia della partita di golf (che Renzi stranamente aveva definito quadro). Possibile che nessun fotografo (né prima, nè durante, né dopo) abbia avuto accesso alla stanza? Possibile che nessuno dei giornali avesse in archivio una foto dell’interno della segreteria del Pd con suddetta foto? Devo dire che la cosa è un po’ misteriosa.

Berlusconi sulla scala che porta alla stanza del segretario del Pd

Cosa penso io dell’incontro? Sinceramente non penso nulla di catastrofico e non riesco a partecipare all’indignazione della cosidetta sinistra del pd. Non ci vedo nulla di strano se, per fare una legge elettorale, un partito dialoga con l’altra componente numerosa del Parlamento (grillo se n’è tirato fuori ergo non rimaneva che forza italia). Se poi questa componente ha per rappresentante-proprietario un condannato a piede libero è un problema della magistratura e soprattutto dell’altra componente (forza italia), non certo del Pd. Se la legge italiana permette a Berlusconi di essere ancora in libertà e di essere il proprietario di un “partito” non è cosa che riguardi il Pd. Oppure per fare la legge elettorale bisogna aspettare che Berlusconi vada agli arresti domiciliari e che Forza Italia cambi proprietario? Cosa, la seconda, che non succederà mai, visto che forza italia si inabisserà con il suo kapo.
Certo c’è chi dice che si deve prima andare a votare e fare la legge dopo?
Ma sono vent’anni che lo diciamo, avanti e post porcellum.
La verità tragica forse è che la classe politica italiana, vecchia e nuova, giovane e matura, NON è in grado di fare una vera legge elettorale democratica. Anzi proprio NON la vuole. Questo è il vero scandalo non che un Berlusconi stanco, sfatto e sfinito, salga pesantemente, come un vecchietto pensionato, le scale della sede del pd dopo aver posteggiato un’auto sporca di uova marce. Lo scandalo non è che questo rudere, di un triste passato, entri, furtivamente e spaventato, dalla porta posteriore e si sieda sotto la foto di una distensiva partita a golf di Fidel Castro e di un Che in splendida forma.
Non posso che condividere quanto scritto da Gad Lerner:

Post Scriptum. Sarò anche l’unico a pensarlo, ma lo penso: ieri recandosi nella sede del Pd Berlusconi ha manifestato la sua attuale debolezza. Può fingere finchè vuole di essere risorto (non era morto) ma ha vissuto un plateale ridimensionamento. Renzi avrà pure ecceduto nell’incassare questo risultato (“piena sintonia”… poteva risparmiarsela) ma lo preferisco quando riceve Berlusconi in sede che quando si reca ad Arcore (da QUI).
QUI Gad Lerner è ancora più duro

Quando il business avvelena anche il paradiso

25 novembre 2013


Le bellissime foto, di uno dei crimini contro l’umanità, sono di Eduardo Castaldo, da La terra dei rifuti,
Il testo è un brano di Roberto Saviano dalla Repubblica di oggi



[…]
«Il danno di questi giorni, che si aggiunge alla devastazione dell’inquinamento e allo sconforto che accompagna il pensiero costante della mancanza di un futuro dignitoso, è che tutto sembra avvelenato. Che tutti i prodotti campani vengano considerati inquinati, dalla mozzarella alle mele annurche, dalle fragole ai pomodori. Tutto viene dato per spacciato, compromesso. Per salvare l’economia agricola della Campania non è più sufficiente semplicemente tracciare la filiera di un prodotto, aggiungere l’etichetta “bio” e vestirlo da prodotto sano. Ora la comunicazione deve essere necessariamente fatta in maniera diversa, non si deve lasciare spazio a dubbio alcuno. Il bollino dovrà esplicitamente dire che il prodotto viene da terra non inquinata, da terra sana. Deve riportare l’indirizzo di un sito su cui è possibile verificare lo stato di quel terreno attraverso analisi. Ogni qual volta si generalizza sull’agricoltura campana o addirittura si iniziano a vedere nei supermercati “questo prodotto non viene dalla Campania”, si sta favorendo l’economia camorristica: in che modo? I prodotti campani diventano invendibili, a quel punto entrano nel mercato illegale. I prodotti avvelenati vengono mischiati con quelli sani e i clan li portano nei mercati ortofrutticoli che – come le inchieste delle Dda su Fondi e Milano hanno dimostrato – sono stati spesso infiltrati dal potere delle cosche. Quei veleni saranno clandestinamente richiestissimi dai grossisti perché potranno comprare a costo bassissimo e rivenderli come prodotti del nord a costi alti e l’etichetta “non prodotto in Campania”».


[…]
«Terre a vocazione agricola, terre di pascolo, terre a vocazione turistica, terre di bellezza, avvelenate sistematicamente sotto il sole, sotto gli occhi di tutti. Sotto gli occhi di chi è rimasto impotente in un paese dove ormai si è convinti che riformare le cose sia impossibile. Ciò che resta è il vigliacco piacere di volerle abbattere pensando a un mondo meraviglioso e nuovo che non verrà mai. E in nome di questo mondo si sta rendendo il quotidiano un inferno invivibile. Questo meccanismo lo descrive benissimo Robert Musil: “Quell’inqualificabile piacere (che molti di noi hanno, ndr) che consiste nel vedere il bene abbassarsi e lasciarsi distruggere con meravigliosa facilità”»

Da Roberto Saviano, Terra dei fuochi, chi ha bruciato la Campania felix. Era il paradiso dell’agricoltura, tra Napoli e Caserta. Poi la camorra ha scoperto il business dei rifiuti. E ha dato tutto alle fiamme, Repubblica, 25 novembre 2013.


Gianni Berengo Gardin contro i mostri moderni

11 giugno 2013



Foto presa da QUI

Gianni Berengo Gardin: Vi mostro i giganti che sfregiano Venezia.
Io, nella Laguna ferita a fotografare mostri che assediano Venezia
Il reportage-denuncia di Berengo Gardin.
“Ho fotografato le navi-mostro che assediano la mia Venezia”
Il reportage-denuncia del grande fotografo che ha vissuto a lungo nella città veneta. “La amo e non sopporto di vederla stuprata così”. Gli scatti sulle grandi unità da crociera che ogni giorno mettono a rischio chiese e palazzi
di Michele Smargiassi

IL SACRIFICIO è stato svegliarsi alle cinque del mattino per diverse settimane. «Volevo fotografare i mostri mentre arrivano, mentre fanno la posta alla loro preda». Gianni Berengo Gardin, doge della fotografia italiana, è nato a Genova ma ha vissuto a lungo a Venezia, la città di suo padre, dove ha perfino gestito per alcuni anni il negozio di famiglia, di vetri e collane di Murano.
Il negozio era nella strategica Calle Larga di San Marco, “allora chi diceva Berengo Gardin pensava alle perle di vetro… Ora invece c’è un caffè”. Tutto cambia a Venezia, non sempre per il meglio, ma questo non è un cambio, “questo è un disastro, una tragedia…”. Il veneziano che c’è in lui si è ribellato. L’esito è un reportage duro, severissimo sulle, anzi contro le gigantesche navi da crociera che traversano la Laguna e sfiorano la regina del mare con i loro inchini interessati e “spaventosi”.

Le sarà costato qualcosa, Berengo, dare questa immagine della città che ama…
“Proprio perché amo Venezia, da molti anni non sopporto di vederla stuprata da orde di turisti che vengono a Venezia solo perché “bisogna andare a vedere Venezia” ma in realtà non gliene frega niente. Ma Venezia vive anche di questo, e mi sono sempre trattenuto. Però di fronte a questi mostri non ce l’ho fatta. Qui non è più solo questione di scempio del paesaggio veneziano, di sporcizia, di folla che straripa, qui c’è un pericolo, un pericolo reale. Ci vuol niente che succeda come a Genova, che uno di questi grattacieli orizzontali vada a sbattere su Palazzo Ducale, su San Giorgio, sulla Punta della Dogana. Li ho fotografati così perché si vedesse non solo che sono orrendi, ma che fanno terrore”.

Un reportage di denuncia, un gesto politico?
“A Venezia c’è un gruppo di cittadini, mi pare si chiami “No Grandi Navi”, che si batte contro i mostri del mare, ma io mi sono mosso per conto mio. Sì, ho fatto un reportage di denuncia, schierato, i reporter fanno anche questo, è un dovere civile, ma è un lavoro giornalistico. Se poi mi chiederanno queste foto per appoggiare la loro battaglia, sarò lieto di dargliele”.

Perché, per una volta, non ha usato la fotografia a colori? Non sarebbe stato più forte l’impatto?
“Al contrario. Il colore distrae. Un cielo azzurro brillante sistema molte cose. Il libro che dedicai a Venezia, nel ’62, era in bianco e nero, ma quella Venezia ora sembra irreale. Il bianco e nero dà quello scarto rispetto alla visione naturale che ti costringe a guardare meglio. Quel muro bianco che sembra un cielo e invece è pieno di oblò, appiccicato alle case veneziane grigie con le loro finestre gotiche: è il pittoresco ribaltato. Volevo che fosse un effetto di shock anche per i veneziani che sanno a memoria la loro città”.

Ha usato qualche attrezzo del mestiere per dare più forza al suo sdegno?
“In alcuni casi ho usato un teleobbiettivo, ma molto moderato, un 80 millimetri, in altri un normale 50. Non c’è affatto bisogno di forzare l’immagine, chiunque passeggi per Venezia avrà coi suoi occhi le stesse impressioni di queste immagini”.

Eppure i passanti nelle calli e nelle piazze sembrano indifferenti a quella massa di metallo che incombe.
“Ne passano anche quattro al giorno. I veneziani purtroppo ci stanno facendo l’abitudine. Per i turisti invece sta diventando la nuova meraviglia veneziana, li vedi tutti a fotografare le navi sullo sfondo delle calli, con i loro telefonini… Guardano più lo spettacolo delle navi che Venezia, ormai. I mostri hanno preso il sopravvento anche nell’immaginario “.

Ma Venezia è una città di mare. Ha sempre fatto i conti con le barche e con le navi.
“In un libro di inediti ho pubblicato un anno fa la fotografia di una nave mercantile che diversi decenni or sono vidi ormeggiata sulla Riva dei sette Martiri. La fotografai perché mi sembrò enorme, impressionante. Era niente al confronto con queste qui. Non c’è più alcuna misura, capisce? Sono navi smisurate rispetto alle proporzioni della città, non c’è comune misura. Sono alte il doppio di palazzo Ducale, lunghe il doppio di piazza San Marco. Nessun luogo resiste a questa sproporzione, a questa prepotenza visuale”.

Perché lo fanno?
“Io posso immaginare che, vista da lassù, Venezia sia uno spettacolo meraviglioso. Ma in questo modo, vista così, Venezia diventa un modellino, una miniatura, un giocattolo. Non c’è più differenza fra questa Venezia vista dal dorso del mostro e le Venezie artificiali che hanno rifatto in America. Sono la stessa cosa, ormai. Anzi quelle resisteranno meglio e fra un po’ saranno più vere. Lasciamo stare un momento gli incidenti che sono drammaticamente possibili: già adesso queste navi stanno sgretolando Venezia, anche senza toccarla materialmente”.
Repubblica,  8 giugno 2013, p. 23

Gaza, Rosa Schiano e la storia di una foto

20 novembre 2012

Rosa Schiano fotografa a Gaza

Questa foto di Rosa Schiano è stata scattata il 18 novembre all’obitorio dell’ospedale di Gaza,  si trovava nella pagina di Facebook di Rosa Schiano, nel settore Album, Foto del diario, ma è stata censurata e tolta.
Accanto alla foto c’era scritto:

Foto dallo shifa hospital. Obitorio.
Un parente della famiglia Al Dalu accanto ai corpi dei quattro bambini morti oggi nel bombardamento della loro abitazione in Nasser street. L’aviazione militare israeliana ha bombardato l’intero edificio di 3 piani uccidendo l’intera famiglia Al Dalu: Ibrahim Al Dalu, 11 mesi. Jamal Al Dalu, 6 anni. Yousif Al Dalu, 5 anni. Sara Al Dalu, 3 anni. La loro madre Samah Al Dalu, 22 anni. Il loro padre Mohammed Al Dalu, 28 anni. La zia Ranin Al Dalu, 22 anni. La nonna Suhila Al Dalu, 50 anni. La seconda zia, Yara Al Dalu, dispersa.
Morti anche due vicini di casa: Amina Al Dalu, 80 anni e Abdallah Mzanar, 20 anni.
Da la pagina facebook di Rosa Schiano. La foto è stata poi censurata e rimossa e al momento non c’è più.

– Pagina facebook di Rosa Schiano
–  Il blog di Oliva, il blog di Rosa Schiano, QUI c’è la foto che è stata censurata su Facebook.  E QUI c’è il suo report del 18 novembre quando si reca all’ospedale.
Twitter
Il canale You tube di Rosa Schiano.
QUI una intervista di Rosa Schiano a Repubblica.
QUI il fermo immagine  dell’avviso di facebook (che rosa segnala in twitter) della rimozione della foto.
—————
Non volevo mettere nessuna foto, ma posto questa di Rosa Schiano perché documentata e con il nomi dei bambini morti.
Devo ringraziare giovanotta, perché è proprio grazie al suo post che, cercando in rete, sono arrivata alla fonte della foto: la fotografa Rosa Schiano.
Rosa Schiano è a Gaza, dove era arrivata insieme a Vittorio Arrigoni, è una fotogafa ed è l’unica italiana a Gaza.
Questa foto è sua ed è stata postata sulla sua pagina facebook e nel suo blog (il blog di Oliva) è una delle pochissime foto che girano documentate e  quindi è importantissima.
Queste terribili guerre moderne che sono anche guerre di comunicazione, sono combattute anche con immagini, con foto sempre più truculente e scioccanti, alcune sono vere e terribili, alcune false o ritoccate, altre sono vere ma scattate in altri luoghi (Siria o anche terremoto in Turchia) la cialtronaggine di molti giornalisti (e anche in rete) e la cattiva abitudine di non fornire mai le fonti, distrugge il lavoro fatto da chi rischia la vita per documentare cosa veramente succeda. E questa “fretta” e  “disattenzione”, che spesso non è casuale, serve per dare poi un’arma a chi i morti li provoca.
La pagina facebook di Rosa Schiano è stata censurata e bloccata proprio a causa della foto dei bambini morti (FOTO VERA). Non so cosa ci sia stato dietro questo stupido episodio di censura, l’eliminazione di una foto documentaria VERA. Probabilmente c’è stata una denuncia da parte di qualcuno “interessato” a che tale foto VERA non circolasse, mentre magari quello stesso qualcuno, non solo lascia circolare quelle false, ma forse ne favorisce la circolazione per poi poter urlare alla manipolazione delle notizie. La foto fino a ieri sera si trovava nel settore Album, Foto del diario, ma oggi è scomparsa. L’episodio ha dell’incredibile. La foto in bianco e nero non è affatto offensiva, anzi è una grandiosa, accurata e autentica documentazione ed è un delitto informativo che tale foto sia sparita mentre altre circolano tranquillamente e indisturbate nel gigantesco e caotico Infernet, come lo chiama giorgio di costanzo. (georgia)

avviso di facebook nella pagina fb di Rosa Schiano. Da QUI via QUI

Siria

21 settembre 2012




fotografie di Alessio Romenzi

Rania Abouzeid, Syria’s Secular and Islamist Rebels: Who Are the Saudis and the Qataris Arming? Out of Istanbul, the two Gulf states play a game of conflicting favorites that is getting in the way creating a unified rebel force to topple the Assad regime, Time, 18 settembre 2012, con foto del fotografo Alessio Romenzi, segnalato da Lorenzo Trombetta in SiriaLibano.

rimpatriati con scotch

19 aprile 2012

foto di Francesco Sperandeo presa da Facebook

Francesco Sperandeo regista si trova sul volo Roma-Tunisi delle 9,20 del mattino. Sul fondo dell’aereo due tunisini da rimpatriare, i due erano scortati da 4 poliziotti, fino a qui normale operazione di polizia di rimpatrio, operazione di routine, anche se i due avevano una mascherina da ospedale sulla bocca. Ad uno però cala la mascherina rivelando che serviva solo a nascondere lo scotch da pacchi marrone con cui gli avevano tappato la bocca silenziandolo. Francesco Sperandeo prima protesta, nella totale indifferenza degli altri passeggeri (anzi qualcuno gli dice che ha da fare e di non creare problemi visto che è cosa normale su quel volo) poi scatta una foto che mette immediatamente su facebook .
QUI l’intervista a Sperandeo dove racconta l’episodio.
QUI il commento del portavoce dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati Laura Boldrini.


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Segui assieme ad altri 196 follower