Posts Tagged ‘guerra’

Agamben: “Non siamo in guerra con una religione”

15 gennaio 2015


Va sottolineato che l’intervista ad Agamben (ecco il perché del titolo Non siamo in guerra con una religione) viene impaginata da Repubblica in un colonnino sulla destra della seconda pagina di IDEE,  come spalla ad una anticipazione del libro di Michel Houellebecq che occupa più di una pagina e mezzo (pp. 22-23).
Diciamo che l’intervista ad Agamben serve anche ad attenuare le ossessioni dello scrittore francese (georgia)

Agamben: “Non siamo in guerra con una religione”
intervista di I. V.

GIORGIO Agamben, filosofo, studioso del potere, docente a Parigi, cosa pensa dei fatti francesi? Siamo davvero in guerra come sostengono molti?
«Mantenere la lucidità davanti a un delitto così atroce è difficile, ma non per questo meno necessario. Dunque mi sembra irresponsabile che alcuni abbiano potuto parlare apertamente di guerra. “Guerra” significa un conflitto fra Stati o potenze che si possono identificare e chiamare per nome, il che in questo caso, come in ogni atto di terrorismo, è ovviamente impossibile. Proprio noi in Italia — dove dopo decenni non conosciamo ancora chi siano i mandanti dell’attentato di piazza Fontana — dovremmo essere i primi a saperlo. Ed è proprio questo equivoco tra terrorismo e guerra che ha permesso a Bush dopo l’11 settembre di scatenare quella guerra contro l’Iraq che è costata la vita a decine di migliaia di persone e senza la quale forse non avremmo avuto la strage che la Francia sta oggi piangendo».

Eppure molti pensano che per l’Occidente il conflitto con l’Islam sia inevitabile.
«Invece io penso che sia non meno irresponsabile e odioso identificare genericamente nell’Islam il mandante e il nemico da combattere. Quelli che lo hanno fatto sono senza accorgersene solidali con coloro che vorrebbero condannare. Mi sembra che la manifestazione di domenica mostri che è possibile una reazione ferma e politicamente consapevole, ma che non cade in questi errori. Tanto più che occorre non dimenticare che in un atto di terrorismo, in cui a volte servizi segreti e fanatismo lavorano insieme, è sempre difficile accertare con chiarezza i responsabili ultimi».

Sta dicendo che c’è qualcosa che è stato tenuto nascosto?
«Non sono tra quelli che vedono ovunque possibili complotti, ma la versione dei fatti che è stata riferita presenta delle oscurità e delle incongruenze. E temo che ora diventi sempre più difficile accertare le responsabilità».

Ma ci sono le telefonate registrate dalla tv francese e i video di rivendicazione che sembrano spiegare tutto in maniera inequivocabile.
«Si parla molto di libertà di stampa ma dovremmo parlare anche delle conseguenze che questo crimine avrà sulla nostra vita quotidiana e sulle libertà politiche, su cui, col pretesto del tutto illusorio di difenderci dal terrorismo, pesa già una legislazione più restrittiva di quella che vigeva sotto il fascismo. Anche perché dopo l’11 settembre in molti paesi, fra cui la Francia, i delitti di terrorismo sono stati sottratti alla magistratura ordinaria. Inoltre come si è potuto vedere in Francia con l’affare Tarnac e in Italia col processo No-Tav, il rischio è che ogni dissenso politico radicale possa essere classificato come terrorismo. Non tutti sanno che il Tulps, il Testo unico sulla pubblica sicurezza emanato sotto il fascismo, è per l’essenziale ancora in vigore, ma che le leggi contro il terrorismo, dagli anni di piombo a oggi, hanno sensibilmente diminuito e diminuiranno sempre più le garanzie che ancora conteneva».

Ma se la società civile è così vulnerabile, a maggior ragione abbiamo bisogno di leggi che governino la nostra sicurezza.
«La sorveglianza quasi senza limiti che, grazie anche ai dispositivi digitali, vengono esercitate in nome della sicurezza sui cittadini sono incompatibili con una vera democrazia. Da questo punto di vista oggi senza accorgersene stiamo scivolando in quello che i politologi americani chiamano Security State, cioè in uno Stato in cui una vera esistenza politica è semplicemente impossibile. Di qui il progressivo declino della partecipazione alla vita politica che caratterizza le società postindustriali. Temo che, dopo quello che è successo a Parigi, questa situazione peggiorerà ulteriormente». ( i. v.)
Repubblica 15 gennaio 2015, p. 23

Siria

26 settembre 2014

Due post interessanti su nazione indiana di Lorenzo Declich, che continuamente aggiorna con link, tramite commenti.
Uno del 12settembre
E uno del 24 settembre
Consiglio anche la sua pagina Facebook aperta, e quindi visibile a tutti (naturalmente è necessario essersi fatti una qualsiasi pagina FB) senza la necessità di farsi amico.

Avevo già segnalato i due post di Declich che sono fra le cose più interessanti che circolano nella rete italiana. Li avevo segnalati durante una commentata informale con nat nei commenti ai miei due post precedenti (QUI e QUI).

la Turchia bombarda la Siria

4 ottobre 2012


Sembra scoppiata la guerra tra Turchia e Siria, ora dovrà intervenire anche la Nato, intanto Damasco indaga sulle dinamiche dell’attacco alla Turchia .

Corriere, Il fatto quotidiano, Agi.it, Manifesto,

Robert Fisk e i venti di guerra sull’Iran

5 febbraio 2012

Un articolo inquietante di Robert Fisk sul Fatto quotidiano. Si parla di un possibile attacco di Israele all’Iran ipotizzato da Leon Panetta e da un analista israeliano. Ora io sono fra quelli che proprio non ci crede. Soprattutto NON credo che Obama si avventurerebbe in una catastrofica guerra che farebbe dimenticare quelle recenti. Certo un pericolo ci potrebbe essere perché, come dice Fisk: “Non v’è dubbio che Mahmoud Ahmadinejad è fuori di testa, ma altrettanto suonato è Avigdor Lieberman, sedicente ministro degli Esteri di Israele” e quando si ha a che fare con i fuori di testa può accadere tutto. Io penso che tra il fuori di testa Ahmadinejad e i governanti israeliani (un po’ tutti fuori di testa dopo anni di occupazione) ci sia quasi un patto di ferro. Un patto che si manifesta al meglio nelle vicinanze di qualche elezione importante.
Ad ogni modo divertitevi a leggere l’articolo, citato da Fisk, e altri che vi linko. Dell’esternazione pittoresca di Panetta (le cui esternazioni hanno provocato già danni nel recente passato) ne aveva già parlato Repubblica alla fine di gennaio.

Ronen Bergman, Will Israel Attack Iran?, New York Times Magazine,25 gennaio 2012.
– Rachel Nolan, Behind the Cover Story: Ronen Bergman on Whether Israel Will Attack Iran, 6thfloor, blog del NYT, 30 gennaio 2012,
Robert Wright, Do Israeli Leaders Really Think Iran Is an Existential Threat?, The Atlantic, 26 gennio 2012.
Maurizio Molinari, “Israele attaccherà l’Iran a primavera“, La stampa, 5 febbraio 2012
Ugo Tramballi, Iran-Israele: la guerra che non verrà. Forse, Il sole 24ore, 4 febbraio 2012.

Propaganda alla ricerca di un nuovo Saddam
L’attacco all’Iran? Serve una bufala
di Robert Fisk

Beirut
Nel caso in cui Israele attaccasse l’Iran nel corso del 2012 si rivelerebbe – insieme agli americani – più folle di quanto pensano i suoi nemici. Non v’è dubbio che Mahmoud Ahmadinejad è fuori di testa, ma altrettanto suonato è Avigdor Lieberman, sedicente ministro degli Esteri di Israele. Forse i due vogliono scambiarsi un favore. Ma per quale dannata ragione gli israeliani vogliono bombardare l’Iran con l’effetto di scatenare la rabbia dei libanesi di Hezbollah e dei palestinesi di Hamas? Per non parlare della Siria, ovviamente. E una simile avventata iniziativa finirebbe per risucchiare tutto l’Occidente – Europa e Stati Uniti – nell’ennesimo, inutile conflitto.
Sarà perché vivo in Medio Oriente da 36 anni, ma la puzza di bruciato la sento subito. Leon Panetta, mica un passante ma il ministro della Difesa degli Stati Uniti, ci avverte che Israele potrebbe anche decidere di attaccare. E lo stesso fa la Cnn – nessuno puzza di bruciato più di questa emittente!! – e si aggiunge al coro anche il vecchio David Ignatius, che non fa il corrispondente in Medio Oriente da dieci o venti anni, ma continua ad essere preso sul serio quando, recitando il solito copione, parla delle sue ”fonti israeliane”.
Mi aspettavo tutto questo quando la settimana passata ho dato una scorsa al New York Times Magazine e ho letto un pezzo tutto preoccupato di un ”analista” israeliano (sto ancora cercando di capire cosa diavolo è un ”analista”), un certo Ronen Bergman, del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth.
Ecco le sue parole che sembrano il solito ciarpame propagandistico: “Dopo aver parlato con molti (sic) leader e capi (ancora sic) di primo piano dei servizi segreti e delle forze armate israeliani, sono giunto alla conclusione che Israele attaccherà l’Iran prima della fine del 2012. Forse utilizzando la piccola finestra ancora disponibile, gli Stati Uniti decideranno di intervenire, ma a sentire gli israeliani le speranze di un intervento militare americano sono poche. C’è invece quel caratteristico cocktail israeliano di paura e tenacia, di coraggiosa fermezza, giusta o sbagliata che sia, di convinzione che in ultima analisi solo gli israeliani possono difendersi”.
Tanto per cominciare, un giornalista che prevede un attacco di Israele contro l’Iran sta mettendo la testa su un ceppo pronto a farsela mozzare. Comunque sia qualunque giornalista con un po’ di sale in zucca – e in Israele sono moltissimi i bravi giornalisti – si porrebbe una domanda: per chi lavoro? Per il mio giornale? O per il mio governo?
LEON Panetta, sì proprio quello che mentì alle forze armate americane in Iraq affermando che si trovavano in quel Paese a causa degli attentati dell’11 settembre, dovrebbe sapere meglio di chiunque altro che sta scherzando col fuoco. E lo stesso dicasi per la Cnn. Ignatius lasciamolo da parte. Ma di cosa stiamo parlando? A nove anni dall’invasione dell’Iraq causata dal fatto che Saddam Hussein aveva una arsenale di “armi di distruzione di amassa” (e non era così), ci apprestiamo a battere le mani a Israele che bombarda l’Iran con il medesimo ancora più indimostrabile pretesto delle “armi di distruzione di massa”. Non ho il benché minimo dubbio sul fatto che a pochi secondi dalla notizia, i grotteschi individui che scrivono i discorsi a Barack Obama sarebbero già all’opera per trovare le parole giuste per giustificare l’attacco israeliano. Se Obama, al solo scopo di essere rieletto, può gettare alle ortiche la libertà dei palestinesi e il sogno di uno Stato palestinese indipendente, ovviamente può appoggiare l’aggressione isrealiana nella speranza di conservare il posto alla Casa Bianca.
Tuttavia se i missili iraniani cominceranno a colpire le navi da guerra americane nel Golfo Persico – per non parlare delle basi Usa in Afghanistan – il lavoro di quelli che scrivono i discorsi ad Obama potrebbe farsi ancora più difficile. Ma per piacere lasciamo fuori da questa storia britannici e francesi.
© The Independent Traduzione di Carlo Antonio Biscotto
Il fatto quotidiano 5 febbraio 2012.


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