Posts Tagged ‘letteratura’

Tomas Tranströmer, 15 aprile 1931 – 26 marzo 2015

28 marzo 2015

Stoccolma, 15 aprile 1931 – Stoccolma, 26 marzo 2015

Sebastiano Grasso, Tranströmer, il poeta da Nobel che accarezzò il vento e il suo re, Corriere della Sera, 28 marzo 2015
La solitudine di Tomas Tranströmer, Internazionale, 27 marzo 2015

Un pittore visto dall’occhio di uno scrittore

10 ottobre 2014

Paul Cézanne, Montagne Sainte-Victoire, 1887

Non so se sia questo il quadro di Cézanne di cui parla Virginia Woolf, io l’ho scelto, prima di tutto perché è il mio preferito e poi perché si trova al Courtauld Institute dove credo sia andata l’intera collezione di Roger Fry, l’inventore del termine Post-impressionismo con la mostra Manet and the post- impressionists, che Fry organizzò presso le Grafton Galleries a Londra nel 1910 e che fece appunto conoscere all’intera inghilterra (ma soprattutto ai suoi amici di Bloomsbury) pittori come Cézanne, Gauguin, Van Gogh,  Matisse, Picasso e altri ecc. (le mostre di Fry  furono tre, una seconda nel 1912 e una terza nel 1919, dove espose anche Modigliani) georgia

Il pittore Paul Cézanne visto dall’occhio della scrittrice Virginia Woolf

«Uno scrittore ha pertanto bisogno di un terzo occhio, il cui scopo è di aiutare gli altri sensi quando questi vengono meno: Ma non è per nulla sicuro ch egli possa imparare qualcosa, direttamente, dalla pittura. Infatti si direbbe che, di tutti i critici di pittura, gli scrittori sono i peggiori: i più esposti al pregiudizio e alla distorsione. Se ci avviciniamo a uno scrittore, in una galleria di pittura, e una volta vinta la sua diffidenza gli chiediamo di dirci onestamente che cosa gli piace in quei dipinti, finirà col confessare che non è affatto l’arte della pittura. Non vengono lì per capire i problemi dell’arte del pittore. Cercano qualcosa che possa loro tornare utile.  Soltanto così quelle lunghe gallerie, che altrimenti sarebbero camere di tortura, di noia e disperazione, diventano per loro sorridenti passeggiate, luoghi ameni pieni di uccelli, santuari dove regna supremo il silenzio. Una volta liberi di scegliere ciò che a loro conviene, trovano la pittura moderna (così dicono) molto utile, molto stimolante. Cézanne, per esempio: nessun altro pittore è più provocante nel senso letterario; i suoi quadri sono così audacemente e provocatoriamente soddisfatti di essere pittura, che il pigmento stesso, dicono loro, sembra sfidarci, toccare qualche nostro nervo, stimolare , eccitare. Quello, per esempio, ci spiegano (davanti a un paesaggio di rocce, tutto spaccato da colate opaline, come colpito dal martello di un gigante, silenzioso, solido, sereno), suscita in noi parole dove non credevamo che le parole esistessero; suggerisce forme dove prima non vedevamo che vuoto. E mentre guardiamo, le parole cominciano ad agitare le loro esili membra nella pallida terra di nessuno del linguaggio, per poi sprofondare di nuovo, disperate. Noi le lanciamo come reti su una costa rocciosa e inospitale; esse svaniscono e scompaiono. È vano, è futile; ma non possiamo resistere alla tentazione. I pittori silenziosi, Cézanne e Sickert, ci prendono in giro, fanno di noi quello che vogliono».

Virginia Woolf, Pictures, Nation & Athenaeum, 25 aprile 1925 (Visitando una galleria- Quadri, in Virginia Woolf, Voltando pagina, a cura di Liliana Rampello, Il saggiatore, pp. 486-487)

Franco Marcoaldi intervista Cecchi, Celati, Caramore e Dondero

18 agosto 2014

Carlo Cecchi

Una serie di bellissime interviste di Franco Marcoaldi su Repubblica.
Le prime 4 a Carlo Cecchi (15 agosto), Gianni Celati (13 agosto) Gabriella Caramore (11 agosto, anche QUI) e Mario Dondero (9 agosto).
Vi posto quella a Carlo Cecchi, interessante e anticonformista come sempre. 
A chi interessasse puo leggersi La dodicesima notte QUI, purtroppo la traduzione non è quella bellissima di Patrizia Cavalli (geo)

Le battaglie sono finite Combattere è inutile
“Il Valle? Avrei voluto vedere cosa sarebbe successo in Francia se avessero occupato l’Odéon”
“L’omicidio di Pasolini è stato il prologo di orrori futuri conclusi con Moro. E dopo? Tutto rimosso”
Franco Marcoaldi

DA UOMO che di teatro e grazie al teatro vive, Carlo Cecchi sembra come rigenerato, pieno d’energia e vitalità, dopo aver messo in scena La dodicesima notte di William Shakespeare che ha debuttato al Teatro romano di Verona. In un tempo in cui tutti gli artisti, compresi i teatranti, sono letteralmente ossessionati dal consenso, Cecchi ha il vantaggio di guardare le cose di questo mondo con aristocratico distacco. Anche se questo non gli impedisce, come è ovvio, di gioire e molto per i risultati felici. «È stato un piccolo miracolo», dice.
«Tutto ha funzionato a meraviglia: i giovani e giovanissimi ragazzi della compagnia; la bellissima traduzione di Patrizia Cavalli, le musiche di Nicola Piovani, i costumi di Nanà Cecchi. Quando è così, il teatro mostra la sua suprema forza; oggi ancora più grande di ieri, direi. Perché finalmente sul palcoscenico accade qualcosa di reale, che ci strappa via da quel cancro assoluto e irreale rappresentato dall’informazione, la comunicazione, la rete. Sarò anche uno snob: ma faccio notare che il teatro è l’unica forma espressiva che sfugge alla trappola di internet. Sì, possono fare un video tratto da uno spettacolo e mandarlo in rete, ma questo non è teatro. Perché il teatro accade solo lì, in quella precisa unità di tempo e di spazio».

Forse le toglierò in parte questo suo buon umore, ma vorrei sapere cosa pensa della vicenda del Valle occupato.
«Che si trattasse di una cosa vergognosa l’ho capito da subito. Gli occupanti mi cercavano e così, un certo giorno, sono andato a incontrarli. Erano due maschi un po’ depressi e una femmina molto parlante. Dicevano cose da pazzi, soprattutto lei. Quali sono i vostri progetti? chiedo. E lei, senza batter ciglio, anzi con un certo sussiego: faremo in modo che il Valle diventi per la drammaturgia italiana quello che il Royal Court è per la drammaturgia inglese. Ora, dal ‘56, quindi da Look Back in Anger in avanti, il Royal Court produce e pubblica, con un ritmo crescente, una media di venticinque novità all’anno. E tra questi titoli ci sono tutti i più grandi: da Pinter e Stoppard fino a Sarah Kane. Capisci, e il Valle avrebbe fatto lo stesso per la drammaturgia italiana… Va buo’… Mi dicono ora che la ragazza parlante abbia fatto una brillante carriera, in qualche settore del Partito, o del Comune».

Il Comune, appunto. Come giudica il comportamento delle istituzioni?
«Per lungo tempo il Comune si è mosso secondo una logica di basso cinismo e bieca stupidità: meglio così, si saranno detti. Se il Valle fosse libero, dovremmo gestirlo noi: pensa che rogna…E anche adesso, in apparenza rinsaviti, che fanno? Riconoscono comunque il “valore artistico” di quell’esperienza. Ma dico io: un teatro tra i più belli d’Italia, il più antico di Roma, dove hanno cantato i più grandi cantanti e recitato i più grandi attori, finito in mano a una banda di pappagalli. Anche stranieri, aggiungo — che hanno applaudito a questo straordinario “evento”, pensa tu, del teatro occupato. Vorrei vedere se ai francesi gli occupassero l’Odéon o ai tedeschi il Berliner Ensemble. E io dovrei perdere le mie energie dietro a loro? No grazie, ho di meglio da fare. Anche se si trattasse di un nulla da fare».

Vuol dire che ha deciso di chiamarsi fuori? Non pensa che sia comunque giusto condurre a viso aperto la propria battaglia?
«Io non faccio nessuna battaglia e non mi chiamo affatto fuori. Ho un legame profondissimo con questo paese. Avendo avuto la fortuna di nascere qui, ho sviluppato una speciale sensibilità verso la bellezza, in tutte le sue forme. Anche se la parola “bellezza”, ormai, è sputtanata, inutilizzabile. E poi ho un legame profondo con la mia lingua. Io recito. E recito in italiano. Amo enormemente il teatro e per farlo utilizzo uno strumento che è il mio corpo, che però si esprime verbalmente in italiano. Questa è la mia unica battaglia, anzi è Mein Kampf! Di certo non partecipo al cosiddetto dibattito culturale, anche perché non mi pare ci sia alcun modo per azzardare orizzonti diversi da quelli imperanti».

In passato forse non era così. Un articolo di Pasolini sulla scuola o l’aborto smuoveva qualcosa. La sua parola incideva sul contesto circostante.
«È per lo più un’illusione retrospettiva. Ha inciso sì, ma solo nel senso che l’ha condotto alla morte: per se stesso, ha inciso. L’orribile omicidio di Pasolini ha rappresentato il prologo di orrori futuri, conclusi con il sequestro e l’assassinio di Moro… E dopo questo periodo terrificante, che cosa è successo? Tutto rimosso, è arrivata la Milano da bere e sono i arrivati i ministri che scrivevano i libri sulle discoteche. Poi, a seguire, grazie al capolavoro del Cavaliere, la presupposta opposizione ha dato luogo a un processo di assimilazione mimetica con il presupposto avversario. Ce lo dimentichiamo troppo spesso, ma il guaio principale di questo paese è culturale, prima che politico».

E si è progressivamente imposto un hegelismo d’accatto: il reale è razionale. Dunque è inutile perdere tempo immaginando altri scenari, altre possibili realtà.
«Ma questo è un problema che riguarda l’intero occidente. Prendiamo, di nuovo, l’esempio del teatro. A Parigi gli spettacoli francesi ti fanno cadere le braccia. Le uniche cose interessanti arrivano da altri luoghi, estranei alla tradizione occidentale: vengono dal Sud Africa, dall’Afghanistan, dalla Palestina… È come se la vitalità europea si stesse spegnendo. E siccome l’Italia rappresenta da sempre un rivelatore particolarmente sensibile dello stato di salute europeo, noi siamo in pole position. Sia nei momenti alti, che nella frana attuale».

E allora dove cercare alimento per la propria esistenza?
«Altrove. Ad esempio in società più vitali, dove l’effetto di spiazzamento risulti più forte. Ricordo il meraviglioso riposo mentale avvertito in Iran grazie alla totale assenza di pubblicità, in ogni sua forma. Una vera e propria ecologia della mente, che si è ripetuta poi nel Camerun. Per sgomberare il campo dalle infinite tossine che ci affliggono bisogna cambiare scenario. Il teatro in fondo, con altre modalità, questo rappresenta. Perché consente di rianimarsi, di risvegliarsi alla vita. A Verona, durante lo spettacolo, il pubblico non era soltanto plaudente, ma grato. Quasi dicesse: ma allora esiste un altro modo di respirare!»

E di immaginare.
«Perciò Shakespeare è così attuale. Non perché nostro contemporaneo, ma perché incarna il trionfo dell’immaginazione. Lo si scopre giorno dopo giorno, lavorando dentro i suoi testi. È un autore totalmente privo di didascalie, ma più scavi e più scopri che le didascalie sono direttamente nel testo. Gli attori stessi dicono come va recitata una certa scena o una certa battuta. L’ennesima dimostrazione che l’arte tutta, ma Shakespeare in massimo grado, ci avvicina alla realtà più profonda, nascosta, che si può conoscere soltanto attraverso l’immaginazione. E questo tesoro, malgrado tutto, non andrà perduto».
Repubblica,15 agosto 2014, p. 39.

Con Gipi il genere graphic novel approda allo Strega?

12 dicembre 2013

Unastoria di Gipi

Gipi a Pane quotidiano del 10 dicembre 2013. Al m 15 c’è Andrea Pazienza. Cliccare sull’immagina per vedere il video.

scrittura e disegno io li percepisco assolutamente sullo stesso piano, a volte chiamo scrittura il disegno […]
un disegno simile a una calligrafia […] io sono contento davvero quando non sento la differenza
(gipi)

Wired, Affari italiani, Corriere, Tirreno, Il post con alcune tavole, GiornaleMelty.it,
– Foto: QUI e QUI
– Video: Gipi a Pane quotidiano del 10 dicembre 2013, Trailer di una storia, Gipi parla di Unastoria,

Domenico Procacci (fondatore della casa di produzione Fandango) candida al premio Strega 2014, la bellissima graphic novel di Gianni Pacinotti in arte Gipi, Unastoria (tutto attaccato).
Sarebbe molto interessante se finalmente il genere graphic novel approdasse ad un premio letterario rivitalizzando l’ormai esangue e banale Strega.
Chi legge mi scuserà se uso il femminile per graphic novel, anche se gli esperti del genere usano il maschile. Del resto la lingua viene fatta dai parlanti e non dagli esperti. Per me, per la mia naturale competenza linguistica, istintivamente è predominante l’origine italiana della parola (novella)  che l’approdo inglese (novel=romanzo). Se usassi il maschile farei violenza alla mia parole. Del resto gli spagnoli la chiamano senza complessi la novela grafica.

Katherine Mansfield. Un racconto inedito.

30 gennaio 2013

Ma io vi dico, mio sciocco signore,
che da questa ortica, da questo rischio,
cogliamo il fiore della sicurezza
(shakespeare)

Nel luglio 2012 i giornali inglesi (1) hanno parlato molto della scoperta di un giovane dottorando del King’s College London, il ventitreenne Chris Mourant che ha ritrovato cinque scritti inediti della grandissima scrittrice neozelandese Katherine Mansfield.

katherine mansfield a Londra al queen’s college1904

Chris Mourant stava lavorando nell’archivio del mensile letterario ADAM  International Review (2) diretto e fondato da Miron Grindea. ADAM era rinomato proprio per la pubblicazione di materiale inedito. Avevano dato il loro contributo alla rivista Jean-Paul Sartre, TS Eliot e anche Winston Churchill.
Chris Mourant osserva che Grindea aveva accumulato negli anni un vero tesoro di manoscritti fra i cumuli di carta che riempivano la sua casa e l’ufficio. Due poesie inedite scritte per ADAM da Samuel Beckett sono ancora nascoste nelle pile di carte. “Lavorare negli archivi ADAM è incredibilmente eccitante in quanto offre la possibilità di scoprire questi importanti documenti” ha detto il giovane ricercatore.
E in queste montagne di materiale miracoloso si è imbattuto appunto in cinque scritti inediti di Katherine Mansfield. Il materiale era stato consegnato al direttore della rivista, Miron Grindea, da Ida Baker nel1960.
Fra il materiale anche molte foto fra cui una  sotto un ombrellone con il secondo marito John Middleton Murry. Una delle foto forse rappresenta il violinista Garnet Trowell, protagonista del racconto inedito.

Tre racconti appartengono ad un ciclo dedicato ai bambini, The Thoughtful Child, a cui Katherine Mansfield  lavorò nel 1908 e sono: La Bambina pensosa e il lillà, La Bambina pensosa. In autunno e Mano nella mano con la Bambina pensosa.
Uno è una raccolta di aforismi, dal titolo Bites from the Apple, scritti nel 1911 dove, spiega Chris Mourant, Mansfield con l’aforisma cristallizzava i grandi temi e le idee che informeranno poi i suoi formidabili racconti.
Il quarto racconto, A Little Episode (QUI pp. 30-31), è del 1909,  ed è sicuramente la scoperta più importante, poiché in esso Katherine Mansfield narra, sotto falsi nomi, un reale e tragico episodio della sua vita. Il racconto è un vero gioiello sia come prodotto letterario che come documento utile a riempire un buco biografico (voluto tenacemente dalla stessa scrittrice). Per la disperazione dei biografi, KM aveva cercato di nascondere in tutti i modi l’episodio che aveva sconvolto la sua giovinezza: il grande amore per un coetaneo, Garnet Trowell, il timido violinista figlio del suo maestro di voloncello in New Zelanda. Il rifiuto e la gravidanza finita con la perdita del bambino in Germania. Un matrimonio per disperazione non consumato e durato un solo giorno.
Ma andiamo per ordine. In questa  cronologia è ormai tutto documentato.

KM mentre suona il violoncello, 1903

Il rapporto di Katherine con la famiglia Trowell risale circa al 1901 quando prende lezioni di violoncello da mr. Trowell e ha una piccola storiella sentimentale con il fratello gemello di Garnet, Arnold Trowell detto Tom.
Nel 1903 Katherine va a studiare, con la sorella, al Queen’s college di Londra dove incontra Ida Baker che sarà sua amica fino alla fine. Nel 1906 ritorna in New Zealand e nel frattempo i coniugi Trowell vanno, nel 1907, a Londra per organizzare una casa per i loro figli che stanno studiando musica in Europa. Nel luglio del 1908 anche Katherine ritorna, da sola, a Londra e a settembre inizia l’appassionata storia d’amore con Garnet Trowell, che suona in una compagnia d’opera itinerante. Katherine va a vivere a Carlton Hill insieme alla famiglia di lui, ma dopo un litigio viene buttata fuori di casa dai genitori e scopre di essere incinta.
Incontra George Bowden maestro di canto e dizione di dieci anni più vecchio di lei.
Nel gennaio 1909 va al Liverpool per rivedere Garnet (e forse è l’episodio narrato nel racconto)

la macchina da scrivere di KM

Il 2 marzo del 1909, presso l’Ufficio del Registro di Paddington, per ripicca o disperazione sposerà George Bowden. Veste di nero e ha come unica testimone l’amica di sempre Ida Baker, ma lasciò il neomarito la sera stessa delle nozze, senza consumare.
L’8 marzo è a Glasgow per stare di nuovo con Garnet, ma il 17 marzo la notizia del matrimonio viene riportata dal Times, cosa che fa infuriare il violinista.Il suo rapporto con Garnet finisce per sempre.
La madre mentre è in viaggio verso l’Europa, saputo del matrimonio, finito nello spazio di poche ore e della gravidanza, arriva precipitosamente a Londra e la portò in tutta fretta (per evitare lo scandalo), in Baviera dove avrebbe potuto fare il bambino in segreto, qui Katherine perde il bambino, che nasce morto, e scrive alcuni  dei suoi capolavori, raccolti poi in Una pensione tedesca. Raccolta che in seguito rifiuterà, rifiutandosi di ripubblicarla, forse proprio perché legata a ricordi troppo dolorosi (3).
Il racconto ritrovato, una storia di 2500 parole, risale al 1909, e ha il titolo A Little Episode e narra appunto di una vita racchiusa nella sua mano e schiacciata dalla mano dell’u0mo che gliela tiene (4). Narra della storia di Katherine Mansfield con Garnet che nel racconto è Jaques Saint-Pierre uno snello pianista parigino “con folti capelli neri spazzolati all’indietro, la bocca imbronciata, inquieta, le belle mani espressive da musicista”. Katherine è Yvonne Parrat ragazza randagia e delicata dall’anima ferita, e che sembra un disegno di Du Maurier.  George Bowden diventa un ricco lord, Geoffrey Mandeville, e così tedioso da dar noia anche all’ombra”. “un mastodontico bruto che fischietta tutto il giorno Little Mary stonandone il motivo, e che non sa distinguere un quadro da una réclame del wisky”.

La nuova edizione di Tutti i racconti di Katherine Mansfield a cura di Franca Cavagnoli che esce in occasione del novantesimo anniversario dalla morte conterrà anche questi quattro racconti inediti.
Racconti aggiunti in Appendice nell’edizione completa dei racconti a cura di Gerri Kimber e Vincent O’Sullivan e pubblicata dalla Edinburgh University Press (Volume primo e volume secondo). Chris Mourant appena trovati i racconti aveva preso contatto con un incredulo e allibito Gerri Kimber, che poi però aveva subito bloccato la stampa per inserirvi una appendice.
La Repubblica di domenica (5)  ha pubblicato la traduzione del racconto sotto un titolo un po’ ridicolo e improbabile La lady, il fuoco e la cenere. Lo potete leggere QUI. A p. 31 un riquadro con un pezzo di Nadia Fusini, Istantanee d’infinito tra Cechov e Dickens.

NOTE
1) Per tutti segnalo:
Alison Flood, Lost Katherine Mansfield short story unearthed. Researcher at London university uncovers ‘A Little Episode’ along with three children’s tales and a collection of aphorisms, The Guardian, 23 July 2012.
Dalya Alberge, A new Katherine Mansfield mystery stops the press, The Independent, 23 July 2012.
2) ADAM è l’acronimo di Arte, Teatro (Drama), Architettura e Musica.
3) Scrive il marito John Middleton Murry nella Nota introduttiva a Una pensione tedesca: “Divenne ben presto indifferente al libro; poi ostile Esso rappresentava per lei una fase di amarezza giovanile e di acre cinismo che voleva ripudiare per sempre“.
4)L’aveva presa a braccetto e continuava a stringerle la mano.Ogni volta che lo faceva, lei si sentiva percorsa da un tremore: era come se Yvonne avesse la propria vita nella mano, e lui ora la schiacciava così” (da QUI)
5) Katherine Mansfield, La lady, il fuoco, la cenere, La Repubblicadella domenica, 27 gennaio 2013, pp. 30-31.

KM con uno scialle arabo a Rottingdean (Sussex) nel 1910 foto di Ida Baker

KM 1910 foto di Ida Baker

Malaparte alla corte stalinista

14 gennaio 2013

Curzio Malaparte negli anni Quaranta a Capri

Su Alias della scorsa domenica (inserto Manifesto del 6 gennaio 2013, p. 4) una recensione, Curzio Malaparte cronaca di corte nella Russia del primo Stalin, (QUI 2, QUI 3) di Giancarlo Mancini al libro di Curzio Malaparte  Il ballo al Kremlino (Adelphi) pubblicato nel1977 nel volume dedicato da Enrico Falqui agli inediti e uscito, da Vallecchi, nel 1971 e mai più ripubblicato.
Concepito attorno al ’45, dentro l’officina de La pelle, questo romanzo doveva essere il terzo pannello di un affresco sulla decadenza dell’Europa prima sotto il dominio dei tedeschi (Kaputt), poi sotto quello americano (La pelle), infine sotto quello sovietico, ancora eventuale ma da molti paventato. Da quel viaggio compiuto nel ’29 nella Russia  alle soglie del primo piano quinquennale segnata dalla ormai definitiva vittoria di Stalin sulla troika  Zinoviev-Kamenev-Trotzky, Malaparte aveva già tratto materiali per Tecnica del colpo di stato (appena ripubblicato da Adelphi) e Intelligenza di Lenin. Il ballo al Kremlino è dunque quello che più naturalmente si presta a essere letto come resoconto di viaggio essendo costruito intorno a una serie di ritratti e incontri che diventano lunghe sequenze quasi del tutto autonome” [g. mancini].
Malaparte, nella introduzione, definisce il suo libro “un romanzo nel senso proustiano”  non certo per stile o altro ma perché  “[…] i fatti e le persone, gli episodi di questa ‘cronaca di corte’ sono legati da una fatalità che li convoglia tutti verso un fine unico, verso uno scioglimento romanzesco”.
Per altro scrivere alla maniera di Proust in Russia e sulla Russia era, secondo Malaparte, impossibile perché “un Proust è inam­missibile, inimmaginabile. La nobiltà mar­xista non tollera che si parli di lei, e delle sue cose, dei suoi fati. Essa esige il silenzio intorno a sé” (Quarta di copertina).

Theodor W. Adorno e la punteggiatura

2 gennaio 2013

Quanto meno i segni di interpunzione, presi isolatamente, hanno significato o espressione, quanto più costituiscono nel linguaggio il polo contrario ai nomi, tanto più decisamente ciascuno di essi acquista il suo fisiognomico valore posizionale, la sua propria espressione, che per la verità non è separabile dalla funzione sintattica ma non si esaurisce affatto in essa.
[…].
Il punto esclamativo non è uguale all’indice minacciosamente alzato? I punti interrogativi non sono come lampeggiatori o come un batter di ciglia? Secondo Karl Kraus i due punti spalancano la bocca: guai allo scrittore che non la riempie di cibo nutriente. Il punto e virgola ricorda otticamente dei baffi che pendono; ancora più forte sento io il suo sapore di selvaggina. Vanesie e soddisfatte, le virgolette, si leccano i baffi
.
[…]
L’uso ascetico dei segni di interpunzione cerca di procurare un qualche risarcimento. Ogni segno accuratamente evitato è una riverenza che la scrittura fa al suono, che essa soffoca
(theodor w. adorno)

Quando le virgolette si leccano i baffi e l’assenza di interpunzione fa la riverenza al suono

Sto leggendo la nuova ristampa fatta da Einaudi di T.W Adorno, Note per la letteratura.
Ho sempre avuto una forma di antipatia per Adorno e quindi non l’ho mai letto, se non occasionalmente consultando alcune pagine giusto per confrontare citazioni o altro.
Se da una parte è sbagliato seguire le proprie antipatie, dall’altro è anche utile perché, prima o poi, ti trovi all’improvviso a leggere cose per caso, per serendipity.
La lettura a caso è una delle cose belle della vita: non ti aspetti nulla, non devi concludere nulla, puoi solo stupirti e divertirti a leggere.
Mi sono veramente divertita a leggere Interpunzione che vi riporto.
Interpunzione (Satzzeichen) era uscito nel1956, sul numero 6 di Akzente una importante rivista letteraria di Monaco (georgia).

Interpunzione

Quanto meno i segni di interpunzione, presi isolatamente, hanno significato o espressione, quanto più costituiscono nel linguaggio il polo contrario ai nomi, tanto più decisamente ciascuno di essi acquista il suo fisiognomico valore posizionale, la sua propria espressione, che per la verità non è separabile dalla funzione sintattica ma non si esaurisce affatto in essa. L’esperienza del Verde Enrico che, a una domanda sulla P maiuscola,esclama «è il pane di segala!» vale sul serio per le figure dell’interpunzione. Il punto esclamativo non è uguale all’indice minacciosamente alzato? I punti interrogativi non sono come lampeggiatori o come un batter di ciglia?Secondo Karl Kraus i due punti spalancano la bocca: guai allo scrittore che non la riempie di cibo nutriente. Il punto e virgola ricorda otticamente dei baffi che pendono; ancora più forte sento io il suo sapore di selvaggina. Vanesie e soddisfatte, le virgolette, si leccano i baffi. (more…)

Afghanistan, A lezione di satira

8 dicembre 2012


Alla scoperta dei nuovi autori

Si pensi ciò che si vuole di Internet, ma a volte chi ritiene che la Rete ci ha resi tutti un po’ più scemi, dovrebbe rendere omaggio a questo gigantesco bacino di materiali. Prendiamo il caso della letteratura afghana, ignota ai più se non per due autori, diversissimi fra loro, Khaled Hosseini e Atiq Rahimi, espatriati da tempo. Ma ecco, l’ottima rivista online Words Without Borders ha dedicato nel 2011 un numero (wordswithoutborders.org/issue/may- 2011) agli autori afghani, proponendo stralci tradotti dal dari e dal pashto in inglese. Scopriremo così con un clic i nomi e i testi di Zalmay Babakoh, di Asef Soltanzadah e di tanti altri. Che dire, dunque, se non «onore e gloria siano resi a Internet»?
Manifesto, 4 dicembre 2012,p. 10.

CARTOLINE AFGHANE
A lezione di satira dentro il ministero
Giuliano Battiston

KABUL
«Dall’ignoranza di chi è al potere viene la nostra libertà: nessuno legge, nessuno si lamenta». Così dice uno dei cento autori invitati al seminario afghano sulla satira, che si è appena chiuso a Kabul
Da queste parti, i paradossi diventano plausibili, assumono sembianze verosimili, si fanno realtà. Prendiamo quanto è accaduto qualche giorno fa qui a Kabul, nella capitale di un paese a sovranità limitata e sotto occupazione militare. Appena arrivato in città sono andato a salutare Timur Hakimyar, il direttore della Foundation for Culture and Civil Society, una delle tante organizzazioni (ma tra le più serie e oneste) nate su impulso e sostegno della comunità internazionale dopo il rovesciamento dell’Emirato islamico. Il suo ufficio si trova all’ingresso di Deh Afganan, un vivace quartiere popolare non lontano dal bazar principale e sulle cui stradine scoscese si avventurano ben pochi stranieri, tranne quelli diretti da lui, a via Joye Sheer («ruscello di latte»).

Un biglietto da visita
La Fondazione culturale che dirige occupa una villa dei primi anni del Novecento; ampia, labirintica e decadente, è una delle poche costruzioni ad aver resistito agli oltraggi della guerra e, almeno finora, agli assalti ancor più oltraggiosi della speculazione edilizia. Entrando nel suo ufficio, dalla cui finestra si vede il mastodontico e orrendo Jamuhriat, l’ospedale costruito dai cinesi, pomposamente inaugurato da Karzai nel 2011 e già con problemi di funzionalità, mi sono rassicurato: l’ho ritrovato lì, seduto alla sua scrivania di legno, lì dove lo avevo lasciato a settembre e dove l’ho conosciuto anni fa, con il suo immancabile completo gessato a righe, portato con eleganza sportiva ma appena un po’ più largo di quanto prescriverebbero i commessi milanesi di via Montenapoleone.
Ho ritrovato quel suo volto plastico e cinematografico, tanto simile al nostro Ninetto Davoli da essere diventato per lui – che può vantare anche un’esperienza di attore e regista – un divertente biglietto da visita da presentare agli amici italiani. Col passare degli anni ho imparato a conoscerlo e a stimarlo, ad apprezzare le tante iniziative promosse oppure organizzate dalla sua Fondazione, ma ancora oggi davanti a quest’uomo che perfino sotto il regime talebano ha lavorato in ambito culturale, che in quest’ambito è conosciuto da tutti e tutti conosce (registi, scrittori, musicisti e burocrati ministeriali), non posso non domandarmi quale sia la prossima. Molte delle cose curiose e interessanti realizzate in ambito culturale a Kabul in questi ultimi tempi si devono infatti proprio a lui. O perlomeno, anche a lui.

L’avanguardia dei turbanti
Qualche esempio. Lo scorso luglio, al Teatro nazionale di Kabul, un edificio austero e polveroso non lontano dal campo di calcio dove un tempo gli studenti coranici lapidavano donne e miscredenti, è stata ospitata una pièce di un regista tajiko, Merza Wattan Mer, un adattamento dallo Shahnameh di Firdusi, il poeta simbolo della cultura persiana (cultura ben più ampia di quella circoscrivibile ai soli confini dell’attuale Iran, non a caso la pièce si è tenuta in Afghanistan, e grazie a un regista del Tajikistan).
Recitazione e messa in scena non avrebbero entusiasmato chi segue i «nostri» Pathosformel, chi si emoziona per i Motus, chi si lascia sedurre dalle scelte addomesticanti di Ricci/Forte: probabilmente le avrebbero trovate convenzionali e didascaliche. Ma la scelta del regista era deliberata. E poi riuscire a mettere in scena Firdusi, scovare attori che per mesi si convincessero che ne valeva la pena in un posto come l’Afghanistan – in cui dopo trent’anni di guerra l’unica avanguardia veramente riconoscibile è quella dei «turbanti neri» e di chi maldestramente scimmiotta gli americani – non è affatto scontato. Ed è pregevole che sia successo. Se è successo, lo si deve anche a Timur Hakimyar e alla sua Fondazione, che per mesi hanno ospitato l’ottimo regista Merza Wattan Mer e favorito il suo non facile lavoro.

Formalismi brezhneviani
Pochi giorni prima di quella pièce, al liceo francese Esteqlal (un istituto voluto negli anni Venti del secolo scorso dal re modernizzatore e riformatore Amanullah Khan) una compagnia di giovani attori-ballerini afghani, Afsana, ha presentato il proprio spettacolo, Elevation, un misto di teatro-danza-circo ispirato alle poesie del grande poeta e mistico sufi Rumi (nato a Balkh, nell’omonima provincia settentrionale). Che un gruppo di ragazzi appena maggiorenni, uno dei quali amputato di una mano ma agile e disinvolto quanto e più gli altri, abbia deciso di occupare l’intera primavera e parte dell’estate nelle prove dello spettacolo, tutti i pomeriggi, solo per il piacere di farlo, non è affatto scontato. Ed è bello che sia successo. Se è successo, lo si deve innanzitutto al loro impegno e quello della coreografa francese Laurence Levasseur, che con la sua associazione, Lulistan, da alcuni anni costruisce percorsi artistici di pace in Asia centrale, ma lo si deve anche, di nuovo, al «nostro» Timur Hakimyar.
E sempre a lui – ecco il punto – si deve che qui a Kabul un paradosso abbia preso forma. Domenica 25 e lunedì 26 novembre si è tenuto infatti il primo seminario afghano sulla satira. Il lettore potrebbe immaginare che il paradosso sia questo: che di satira si parli proprio qui, in un paese ancora in guerra e che per molti di noi significa solo rigida ortodossia, ottuso moralismo, fondamentalismo religioso, lunghe e minacciose barbe nere. Il vero paradosso, invece, è che quel seminario si sia tenuto nelle mura del ministero dell’Informazione e della Cultura. Riuscite a immaginare qualcosa di più incongruo e paradossale della satira al ministero? Ci hanno insegnato che la satira non ha confini, vincoli né padroni, che con i padroni e il potere non può andare d’accordo; ci hanno detto che per la satira ministri e funzionari statali, re e regine, leader politici e grandi condottieri non sono altro che portaborse di un potere contingente ed effimero, destinato a naufragare contro gli eterni scogli del vero potere atemporale: quello della beffa, dell’ironia dissacrante e corrosiva, capace di demolire un intero mondo e, contestualmente, di costruirne un altro.
Satira e ministeri (che del potere sono custodi e depositari) non vanno proprio d’accordo, c’è poco da fare. Tanto più nel caso di un ministero afghano, capace di combinare un formalismo protocollare brezhneviano, un compiaciuto lassismo italico (più onesto del nostro, però, perché meno furbesco e furbescamente rivendicato) e l’affidamento quasi religioso alla necessità di un rigido ordinamento gerarchico, quale che sia e anche solo apparente, affinché le cose possano restare come sono (anche se ingiuste). Eppure è proprio all’interno del ministero dell’Informazione, in uno degli incroci più congestionati di Kabul, alle spalle del leggendario Hotel Spinzar, di fronte alla nuova moschea «saudita» inaugurata la scorsa estate dal presidente Karzai, che si è tenuto il primo seminario afghano sulla satira.

Il partito degli animali
Dietro le quinte c’era sempre lui, il nostro Timur Hakimyar, mentre a fare gli onori di casa c’era un uomo smagrito e basso dalla faccia simpatica, Jalal Noorani, scrittore, giornalista, drammaturgo, autore satirico e consulente del ministero dell’Informazione. Noorani è autore di molti libri, ma qui uno ci interessa, fresco fresco di stampa e presentato proprio in questa occasione: L’arte della satira, un corposo volume (in dari e pubblicato dalla casa editrice ministeriale) che parte da Orazio e Menippo per arrivare al Novecento di Bergson e Bachtin, passando ovviamente per quello che in Afghanistan viene considerato il vero pioniere della scrittura satirica, Mahmud Tarzi.
Con Noorani non ho avuto il tempo di parlare, ci siamo ripromessi che lo faremo presto, ma con alcuni dei quasi cento autori satirici e intellettuali invitati da diverse province del paese, sì. Tra questi, l’orwelliano Sayed Daoud Yaqoobi, volto scavato e occhi spiritati, che si è presentato, libro alla mano, come il capo del nuovo partito politico degli animali, «bestie come noi umani, ma molto meno stupide». Yaqoobi dice di aver letto e studiato Peter Brook in russo, è il responsabile del settimanale Aina-e-Roz, ha tenuto un discorso sul suo incontro con gli alieni e, quando gli ho fatto notare il paradosso della satira al ministero, non si è scomposto affatto. Anzi, ha rilanciato. Perché nel mondo ideale da cui vieni tu, giornalista europeo – ha replicato -, la satira sarà anche tanto nobile e pura da non stringere le mani ai burocrati ministeriali, ma è anche meno vera, perché meno rischiosa: «qui saltano le teste, o ci si ritrova con una pallottola in pancia» (che non se ne abbiano a male i vari Luttazzi e Guzzanti).
Per Abdul Qader Rahimi, un distinto cinquantenne dalla provincia di Herat che già conoscevo, la questione è ancora più semplice: «al ministero fa comodo dimostrare che nel paese ci sia libertà di stampa. E cosa c’è di meglio, per farlo, che appoggiare un’iniziativa come questa?». Anche l’ambasciata degli Stati Uniti a Kabul deve aver pensato qualcosa del genere: a sponsorizzare l’iniziativa, infatti, sono proprio gli americani, che in Afghanistan come altrove ai B-52 e ai micidiali droni accompagnano tutta una serie di iniziative culturali per conquistare i «cuori e le menti» della popolazione (ma in sala nei due giorni non si è visto neanche un funzionario dell’ambasciata, a cui basta – mi hanno spiegato – «ricevere delle foto, un video dell’evento e un rapporto scritto»).

Fumo e sniffate
Quando sale sul palco a presentare il suo racconto satirico, Abdul Qader Rahimi – che di mestiere fa il responsabile della sezione di Herat della Commissione indipendente dei diritti umani – conquista l’entusiasmo degli uditori. Alle spalle ha anni di allenamento e quattro libri satirici. L’ultimo ha come titolo Il ministero del fumo e della sniffata. Il primo lo ha pubblicato sotto il regime talebano.
All’epoca – mi ha raccontato – «il responsabile di Herat del dipartimento Informazione e Cultura dei Talebani mi ha fatto chiamare, chiedendomi spiegazioni per alcuni brani del libro. Sono riuscito a presentare le cose nel modo giusto, evitando il carcere, dove sono finiti in tanti altri». Rispetto ad allora, oggi la situazione è diversa, «certo, ma gli argomenti religiosi rimangono comunque un tabù». Quanto al resto, «la nostra vera libertà viene dall’ignoranza di chi è al potere: nessuno legge, nessuno si lamenta»
Manifesto, 4 dicembre 2012, p. 10, leggibile in pdf nella rassegna stampa di Zero violenza donne.

Alfonso Berardinelli, POSTletteratura e POSTromanzo

2 luglio 2012

immagine presa da Internazionale 18 novembre 2011, p. 91

Ieri (1 luglio 2012) sul Domenicale del Sole24ore (a p.25),  c’era un articolo di Alfonso Berardinelli, La catastrofe del «Roman». L’articolo, almeno a primo acchito, è una recensione a Richard Millet, L’inferno del romanzo. Rifessioni per la postletteratura (per il cui autore, il recensore, non sembra provare particolare attrazione) in realta è un articolo che definirei molto autobiografico, un articolo un po’ amaro e addolorato sia per la letteratura che per se stesso, o meglio per il suo ruolo di critico e recensore, ormai in bilico sul crinale e con il rischio di passare difinitivamente ad essere solo uno dei tanti addetti al servizio pubblico con un unico dovere: quello di leggere i milioni di persone che pensano che essere recensiti (bene naturalmente) sia ormai un loro diritto inalienabile e non più una libera scelta del recensore e una conquista dell’autore.

Per chi disponga di un minimo di memoria storica, è difficile non constatare che scrivere letteratura è stato un problema intellettuale serio per più di mezzo secolo e oggi non lo è più. Da un certo punto in poi, la letteratura vive sotto l’ombra protettiva dell’idea (politicamente corretta) secondo cui la creatività artistica, di qualunque genere, è anzitutto un dirittto inalienabile di democrazia culturale, e non una questione di attitudine, vocazione o talento. Al lettore esigente più o meno colto, che trovi inquietante il fatto che “tutti scrivono”, si può perciò rispondere che “tutti hanno il diritto di scrivere” ed è quindi un bene che questo diritto venga esercitato quanto più largamente possibile“.

E va beh, ma, a parte che secondo me nessuno ormai da tempo “scrive” davvero (nel senso che ognuno è cosciente di NON scrivere davvero), se fosse vero (e non ironico) quello che scrive Berardinelli, quello sarebbe ormai l’unico diritto riconosciuto come tale, visto che di diritti ne sono rimasti davvero pochini, compreso quello di essere informati dai giornalisti e di essere guidati davvero dai recensori (e non per finta e solo per motivi di marketing) nelle letture valide.
Finito ogni vero dirittto sembra quasi naturale che dobbiamo contentarci del diritto alla creatività. Noi, epoca che ha ormai perduto ogni immaginazione, passione e creatività, noi umanità opacamente e pesantemente conformista e banale fino allo sfinimento, condannata a creare credendosi poeti, artisti, scrittori? Quasi un incubo dantesco.
Ma non è questo il vero fine di Berardinelli, bensì, prima di arrivare alla recensione vera e propria, quello di levarsi qualche sassolino dalla scarpa:

“[…] ricordo che parecchi anni fa una rivista di poesia mi dedicò un editoriale in cui venivo accusato di non recensire certi autori, sottraendomi così ai miei doveri di critico. Mi si attribuiva il dovere di leggere, non il diritto di decidere cosa leggere o no. Ma interessante era soprattutto l’argomento su cui si basava la protesta: non recensendo certi libri mi comportavo, secondo gli accusatori, come un impiegato delle poste che si rifiuti di accettare una lettera affrancata. Una volta arrivati alla pubblicazione, gli autori consideravano i critici e i recensori come addetti a un servizio pubblico e non come liberi lettori e autori che scelgono su cosa scrivere. Si trattò di un caso comico ma non solo.
Scrivere era un problema per Montale e per Gadda, per Elsa Morante e per Amelia Rosselli. Oggi sembra che non sia un problema per nessuno. L’identità culturale degli scrittori è cambiata. Alla modernità e alla postmodernità (fin troppo autocoscienti e problematiche) è seguito qualcosa di diverso. Siamo alla postletteratura e al postromanzo. Definizioni migliori non siamo riusciti a trovarne

Mi domando se il prefisso post nel caso specifico stia per dopo o per post, il messaggio testuale del web, la composizione principe in rete?

Si può anche condividere la posizione fustigante e leggermente moralistica di Berardinelli, ma solo a patto che nessuno se ne tiri fuori sentendosi al di sopra di ogni responsabilità.
Non parlo naturalmente di Alfonso Berardinelli che è ancora fra i migliori critici rimasti, ma in generale di chi ha un ruolo critico dentro la società, e naturalmente alludo anche agli allegri, e spesso sempre più incompetenti, professori universitari che ormai non sanno neppure più cosa sia uno scrittore. Il più delle volte, negli ultimi lustri, lo hanno considerato solo come un prigioniero occasionale da torturare a piacimento, da sistemare sul letto di Procuste  tagliandolo e allungandolo solo per acconciarlo alle proprie convinzioni politiche del momento o al fine di ambizioni personali (per lo più modeste). Scomparsa ovunque ogni grande passione, la letteratura non poteva che andare momentaneamente in freezer o in letargo. E’ rimasta solo l’impossibilità di smettere di scrivere, in attesa che i tempi migliorino, perché ieri come oggi la letteratura non può morire, può solo nascondersi e nel frattempo è normale che tutti scrivano per riempire i vuoti e tenere oliati i meccanismi ;-)

intervista a Alaa Al Aswani

15 giugno 2012

Intervista allo scrittore egiziano Alaa Al Aswani
“Mossa pianificata a tavolino Shafik sapeva tutto prima”
Lo scrittore egiziano Al Aswani: “Sono disgustato, le elezioni sono illegittime”

Francesca Paci inviata al cairo

Da un certo punto di vista Alaa Al Aswani vorrebbe ancora poter parlare di letteratura alle almeno duecento persone che lo aspettano al centro culturale Sakyet el Sawi, il faro dell’intellighenzia liberal del Cairo. Ma la Storia incalza gli egiziani, scherza.
Così il celebrato autore di «Palazzo Yacoubian» e del recente «La rivoluzione egiziana» si ritrova nel ruolo di psicanalista di un popolo confuso che dopo aver ucciso il padre brancola alla cieca come Edipo.

Come legge la sentenza della Corte Costituzionale cha da un lato legittima Shafik e dall’altro squalifica il Parlamento?
«L’interpretazione non è difficile. Basta pensare che Shafik ha convocato una conferenza stampa 15 minuti prima della sentenza… sapeva tutto. Queste elezioni sono illegali. Io andrò alle urne e annullerò il mio voto con la scheda bianca per rifiutare il piano che vuole far fallire la rivoluzione».

Anche lei è stato sedotto dal complottismo dilagante?
«C’è un piano reale e ben studiato che è stato messo in pratica a partire dal 12 febbraio 2012. L’autore è il Consiglio Superiore delle Forze Armate. È successo come nella Romania di Ceausescu, quando la controrivoluzione seminò la paura del caos e il sospetto nei confronti dei riformisti accusati di essere spie. Da noi il presunto salvatore che riporterà l’ordine si chiama Shafik. E in più, rispetto alla Romania, abbiamo i Fratelli Musulmani che prima hanno aiutato l’esercito a ostacolare la rivoluzione e ora, come sempre nella loro storia, pagano per i loro errori con l’esclusione».

Molti liberali, come i ragazzi del movimento 6 Aprile, pensano di votare Shafik proprio per bloccare questo «piano». Cosa pensa?
«Avevo preso in considerazione l’ipotesi. Ma come si fa a fidarsi di uno che ha già venduto i rivoluzionari? Mursi potrebbe ritirarsi facendo fallire delle elezioni in cui sfida un candidato con 35 denunce per corruzione: ma non lo fa perché cura l’interesse del suo gruppo invece che quello del popolo. La verità è che questo vicolo cieco in cui ci troviamo a scegliere tra l’esercito e i Fratelli Musulmani vuole essere la conferma della teoria del regime di Mubarak. Il messaggio che passa ora è che aveva ragione lui, gli egiziani possono fare mille rivoluzioni ma si trovano sempre di fronte allo stesso bivio».

Crede che rivoluzione iniziata il 25 gennaio 2011 finisce il 14 giugno 2012?
«Sono fiducioso che la tanta gente per bene di questo Paese contrasterà la controrivoluzione. L’esercito e i Fratelli Musulmani sono la stessa cosa, metteranno il presidente che vogliono ma la rivoluzione egiziana ha il diritto di dire che non riconosce queste elezioni».

I liberali potranno avvantaggiarsi della sentenza della Corte?
«È un piano per schiacciare tutti».

A marzo dello scorso anno fu lei a mettere in corner l’allora premier Ahmed Shafik durante un duro dibattito tv a cui seguirono le sue dimissioni. Cosa gli direbbe se lo incontrasse oggi?
«Non ho particolare voglia di vederlo. Ma vorrei presentargli i documenti delle 35 denunce per corruzione contro di lui».

Cosa succederà nei prossimi mesi?
«Non posso rispondere per tutti i rivoluzionari ma penso che ci sarà una forte ondata di proteste perché siamo tornati indietro a prima del 25 gennaio 2011, non c’è democrazia. Oggi non so neanche se, stando così le cose, torneremo a votare tra 4 anni, che vinca Shafik o che vinca Mursi. Dobbiamo ricominciare da capo».
La stampa. 15 giugno 2012,  p. 15. QUI in pdf


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